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lunedì 21 novembre 2016

Un serpente di metano sotto l'Italia del sisma

«La Rete Adriatica. Viaggio lungo il percorso del gasdotto Snam, tra le faglie più pericolose e i borghi demoliti dagli ultimi terremoti. Per il governo però rimane “un’opera strategica”». Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2016, con postilla (p.d.)



Siamo a poche curve da Sulmona, ai piedi del monte Morrone e all’ombra delle belle torri di Pacentro. Di fronte si stende la piana verde che sarà sacrificata alla centrale di compressione del gas. L’impianto della Snam (Società nazionale metanodotti) occuperà un’area di 12 ettari.

I portavoce del comitato cittadino fanno l’elenco dei danni (l’inquinamento ambientale, quello acustico, i terreni abbandonati, gli ulivi abbattuti) e contano gli spazi mangiati dal cemento (“una zona estesa quanto 16 campi da calcio e mezzo”). Ma la centrale è appena una parte delle loro preoccupazioni. Sarà lo snodo di un’opera molto più grande: qui passerà la “Rete Adriatica”, un serpente sotterraneo di 687 chilometri. L’ha raccontato Ferruccio Sansa sul Fatto Quotidiano del 15 novembre: il gasdotto della Snam attraverserà l’Italia da Massafra (Taranto) a Minerbio (Bologna). Un cantiere gigantesco diviso in cinque progetti autonomi. Uno parte proprio dalla città di Ovidio: i tubi della Snam riforniranno la centrale di Sulmona, tagliando attraverso il Parco nazionale del Gran Sasso, per puntare verso l’Umbria. Attraverseranno l’Appennino sotto l’Aquila, Onna e Paganica, devastate dal terremoto del 2009. Poi, sempre più a nord, il gasdotto sfiorerà Amatrice e Norcia, infine Visso e Ussita, dove le scosse proseguono praticamente ogni giorno. I 168 chilometri del metanodotto tra Sulmona e Foligno sono immersi nella zona a più alto pericolo sismico d’Italia (quella di grado 1, segnata in viola nella cartina a fianco).

Il progetto originale è datato 2005. Negli ultimi dieci anni, in questo territorio, i terremoti hanno spostato montagne e squarciato città, ma non hanno cambiato i piani della Snam, né quelli dei governi che si sono succeduti.

Le ferite della Maiella
“Sono venuti qui perché pensavano che gli abruzzesi fossero docili, che non avrebbero trovato alcuna resistenza. E invece questi quattro contadini gli danno ancora filo da torcere”. Giovanna Margadonna è una delle voci del comitato per l’ambiente di Sulmona che contesta il progetto della Snam. I “quattro contadini” che ci guidano lungo la traccia virtuale del gasdotto – Mario, Flora, Anna Maria, Lola, Clotilde – hanno professioni diverse, ma ognuno di loro ha imparato a raccontare la sua terra con le parole dei sismologi. Indicano cartine, mostrano le ferite invisibili nelle pareti delle montagne. Citano il lavoro di una geologa, Giusy Lavecchia (professore ordinario all’Università di Chieti), presentato l’anno dopo il disastro aquilano: “Il bacino di Sulmona è una depressione tettonica bordata ad est dal sistema di faglie dirette del Monte Morrone”, l’altopiano che domina l’area dove sarà costruita la centrale. Le due fenditure “in profondità, sono collegate in un unico piano di faglia che si sviluppa fino a 12-14 chilometri”. Le conclusioni del documento non sono incoraggianti: “L’area aquilana e quella del bacino di Sulmona sono le zone a più alta pericolosità dell’Italia centrale”. All’Aquila è andata come sappiamo, mentre per Sulmona e la Maiella “l’ultimo terremoto di magnitudo 6.6-6.7, probabilmente associato alla faglia del Morrone”, è avvenuto nel III secolo a.C.

“Sono passati circa 2000 anni e questo è proprio il tempo di ricarica previsto da queste strutture. Inoltre, è notorio che quanto maggiore è il tempo di ricarica di una faglia, tanto maggiore è il terremoto atteso”. Come se non bastasse, conclude il documento, “Sulmona si trova su un bacino continentale che può causare effetti di amplificazione locale dell’energia sismica”.

La zona rossa, le new town e i 30 km nelle Marche
In sostanza, si vive nell’attesa di una scossa imminente e violenta. “È davvero necessario – chiedono i ‘No Snam’ – che la centrale sia costruita su un territorio del genere? È davvero il caso di scavare sottoterra, infilarci dei tubi di 120 centimetri di diametro e farli correre attraverso linee di faglia attive, nelle aree più sismiche d’Italia?”.

Proseguendo lungo il tragitto del serpentone della Snam, si attraversa la Valle Peligna, le sorgenti del Pescara a Popoli (dove il gasdotto, secondo l’amministrazione comunale, “minaccerà uno dei bacini imbriferi più grandi d’Europa”), la piana verde di Navelli. L’arrivo a l’Aquila è annunciato dalle gru e dalle impalcature dell’infinita ricostruzione. Poco fuori dalla zona rossa, c’è la struttura “provvisoria” (ormai dal 2009) che ospita la sede della Regione. Pierpaolo Pietrucci è un giovane aquilano, consigliere del Pd, il partito del governatore Luciano D’Alfonso. Il presidente è criticato dai comitati per l’opposizione “timida”al gasdotto. Pietrucci invece non si nasconde: “Non bastano i tetti che ci crollano in testa? C’è bisogno di piazzare una potenziale bomba sotto i nostri piedi? Il progetto originale della Snam prevedeva un tracciato offshore, in mare, lungo la costa. Perché hanno deviato? Questo gasdotto taglierà parchi nazionali e boschi millenari, patrimonio dell’Unesco. Inciderà su territori che già rischiano lo spopolamento: sarà la condanna dell’Appennino”. Il consigliere ha inviato una lettera al premier, ma non ha ancora ricevuto risposta. “Caro Matteo, sono aquilano, tuo coetaneo: ho vissuto in prima linea, da capo di gabinetto del sindaco Massimo Cialente, il dramma del terremoto del 2009. Conosco il terrore, gli occhi delle persone, la voglia di tornare e l’improvvisa consapevolezza della sacralità della normalità. Quella che hanno perso gli abitanti di Amatrice, Accumoli, Norcia, Ussita, Visso e tutti gli altri splendidi borghi colpiti dai terremoti da agosto agli ultimi giorni”.

Il serpentone punta proprio verso quei borghi, dopo essersi lasciato alle spalle anche le “new town” di Onna e Paganica, subito fuori l’Aquila, nate sopra le rovine e i crolli del 2009.

Le Marche sono interessate da circa 30 chilometri del tracciato, alcuni dei quali sfiorano il versante ovest del monte Vettore, spaccato dal sisma di ottobre. Il responsabile del comitato No Tubo marchigiano-umbro si chiama Aldo Cucchiarini: “Non c’è solo l’assurdità di costruire sopra le faglie – spiega – ma anche un problema ambientale sottovalutato. Per posare una condotta di 120 centimetri a 5 metri di profondità, bisogna aprire uno sterrato largo 40 metri sui fianchi delle montagne. Bisognerà creare strade e piste per far spostare i mezzi speciali fino ai cantieri. Si crede che siccome i tubi vanno sotto terra, ’impatto ecologico non sia devastante: una follia”.

Il pubblico, il privato e il botto di Mutignano
Snam è una società quotata in borsa, detiene il monopolio nella gestione della rete del gas italiano. È un gigante da oltre 3 miliardi e mezzo di fatturato e 1,2 miliardi di utili netti nel 2015. Non sorprende che i “quattro contadini” che affrontano la Rete Adriatica siano stati respinti, nel tempo, senza particolari affanni.

In tutti questi anni gli interessi dell’azienda privata sono stati garantiti dai governi che si sono dati il cambio a Palazzo Chigi. Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Nell’ultima legislatura, il gasdotto Massafra-Minerbio è stato oggetto di almeno 5 interpellanze e interrogazioni tra Camera e Senato, firmate dai parlamentari di Sel e Movimento 5 Stelle. Le risposte dell’esecutivo – da Flavio Zanonato (ex titolare dello Sviluppo economico) a Claudio De Vincenti (ex vice del Mise, oggi sottosegretario a Palazzo Chigi) – sono state sempre le stesse. Si basano, in buona sostanza, su un’“autocertificazione” della Snam. “Il tracciato dei metanodotti – si legge nella relazione di Zanonato, ma con parole simili anche nelle repliche di tutti i ministri, compreso l’attuale titolare del Mise Carlo Calenda – è stato definito scegliendo i lineamenti morfologici e geologici più sicuri (...), le dimensioni del progetto adottate per la trincea di posa della condotta, unitamente alle caratteristiche di duttilità e flessibilità delle tubazioni in acciaio, permettono di sopportare agevolmente le eventuali deformazioni indotte dal sisma”. In poche parole, per la società il tracciato è il migliore possibile, e il test sui tubi (il cosiddetto “shaking”) è andato bene. I peggiori terremoti degli ultimi 40 anni – argomentano all’unisono l’azienda e i ministri – non hanno prodotto incidenti sui gasdotti in funzione in Italia.

L’opera è considerata “strategica”: malgrado i consumi di gas siano in calo, la Rete Adriatica potrebbe garantire un ruolo centrale nel mercato energetico europeo. I profitti saranno privati (si stima una resa di 26,5 milioni l’anno), mentre il denaro investito è anche pubblico: nel 2009 la Banca europea per gli investimenti ha versato 300 milioni di euro all’azienda italiana per coprire metà della spesa sul tratto Massafra e Biccari e su un altro gasdotto in Lombardia.

Insomma, tranquilli: il serpentone si farà, e non c’è pericolo. Garantisce la Snam. Meglio non pensare alla lunga lista di incidenti degli anni passati: in Italia sono 8 dal 2004. A marzo 2015 è toccato proprio all’Abruzzo, con l’espolosione del metanodotto Snam di Mutignano, in provincia di Teramo. Un piccolo smottamento ha divelto un tubo di 600 millimetri di diametro. Le fiamme, alte fino a 10 metri, hanno carbonizzato un costone della collina (le foto sono a centro pagina). Per fortuna senza uccidere nessuno.


postilla

Aggiungiamo che con la riforma costituzionale proposta nel referendum del 4 dicembre, le scelte riguardanti la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia, nonché tutte le infrastrutture dichiarate come strategiche dal governo nazionale (insieme a tante altre materie fino ad ora considerate "concorrenti" fra Stato e amministrazioni locali), diventerebbero di esclusiva competenza statale. Cioè nelle mani del Governo e del Primo minisro. Tutto in nome della governabilità che, rottamando in una unica soluzione la corretta pianificazione e governo del territorio, riduce i cittadini in sudditi, con il preciso intento di rendere ininfluenti ed inefficaci le opinioni e le rimostranze delle amministrazioni locali, delle associazioni e delle persone che, vivendole quotidianamente, ben conoscono le loro terre.
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