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martedì 22 novembre 2016

Eddytoriale n.171

Alla vigilia del referendum sulla riforma della Costituzione è impossibile tacere di fronte alle evidenti lesioni dei diritti democratici degli italiani. Con la riforma Renzi-Boschi si vuol dare carattere definitivo e permanente alla trasformazione dell’ordinamento della Repubblica già avviato nei fatti dal governo Renzi dalla sua nascita. (segue)

Sarebbe lungo elencare tutti gli elementi della marcia verso il totalitarismo che sta raggiungendo il suo culmine. Altro che “modernizzazione”! Siamo tornati indietro non solo rispetto ai principi definiti nelle costituzioni del secolo scorso (e rispetto alla nostra del 1948), ma addirittura rispetto a quelle individuate come principi essenziali dalla borghesia liberale alla fine del 18° secolo.

Le premesse

Si era già cancellato il principio della separazione tra i tre poteri (legislativo, giudiziario, esecutivo), concentrando tutto nelle mani di quest’ultimo. Si era già violato il principio dell’elezione diretta – da parte di un Parlamento eletto dai cittadini - del governo, del primo ministro e delle altre cariche rilevanti, concentrando tutti i poteri nelle mani del capo di un partito (cioè di una “parte" sola dell’elettorato), e del governo da lui scelto. Il capo dell’esecutivo non è stato scelto dal popolo secondo le regole della democrazia rappresentativa, che tendono a far rappresentare tutte le “parti”, ma è espressione di una sola di esse: il capo del governo, Matteo Renzi, è tale perché era diventato il capo di una “parte” del suo partito.

Si era proseguito con ferocia nel processo avviato dai governi della fine del secolo scorso, privilegiando il “privato” rispetto al “pubblico”, la “governabilità” rispetto alla democrazia, instaurando il decisionismo dei vertici a tutti i livelli istituzionali, riducendo il peso degli organi collegiali e pluralistici a vantaggio dei “capi” (le giunte invece dei consigli, i sindaci invece delle giunte, ecc.).

La riforma, perché (e come) la vuole JP Morgan

Si è infine avviata la riforma profonda della Costituzione in nome di una esigenza (la “governabilità”) sollecitata da un gruppo leader della finanza internazionale, JP Morgan[1] (come lo stesso ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “padre” della riforma Renzi-Boschi, ha pubblicamente ammesso). Ciò al prezzo di una riduzione del tasso di democrazia e dello smantellamento delle conquiste sociali raggiunte dal 1948 alla fine degli anni Settanta del secolo scorso.

Si è cancellata la distinzione tra le regole permanenti (cioè la Costituzione), che devono valere per qualunque governo e qualunque maggioranza, e le leggi ordinarie, che spettano al lavoro del parlamento in carica per un periodo determinato. Per di più, il principio espresso da Piero Calamandrei sulla distinzione tra legge costituzionale e competenze del governo [2], è stato trasformato nel suo contrario: è il governo che ha dettato e imposto la sua volontà a un parlamento, eletto con una legge dichiarata incostituzionale e composto, nella sua maggioranza, da persone digiune di competenze istituzionali o timorose di perdere i privilegi acquisiti.

Con la trasformazione del Senato in camera dei nominati anziché degli eletti non si abolisce il bicameralismo (poiché l’intreccio tra competenze legislative dei due rami del parlamento rimane), ma si rende uno dei due rami del parlamento espressione dei partiti e non degli elettori.

Con la modifica della Costituzione si vuole cancellare del tutto il ricco sistema delle istituzioni elettive con lo stabilire la regola che “chi vince, anche con una minoranza di voti, piglia tutti i poteri”. Ciò anche in virtù della nuova legge elettorale che - non dimentichiamo - è già in vigore.

Bugiardi e truffatori

La menzogna e l’oscuramento di ogni posizione di argomentato dissenso regnano sovrani. Si arriva a chiedere il voto su un testo (il titolo della legge di riforma costituzionale) che non ne rispecchia affatto il contenuto ma è un elenco di intenzioni che, quando non sono incomprensibili, a nessuno verrebbe voglia di respingere. Alle argomentate critiche si risponde con insulti e sberleffi, alle articolate proposte con il silenzio, ai ragionamenti con gli spot alla Vanna Marchi.

Si giustifica la riforma con l’argomento del risparmio di risorse. La Ragioneria dello Stato ha rivelato che la minor spesa derivante dalla riforma è infinitesima rispetto ai mille sprechi compiuti ogni giorno dal governo. A testimoniare la malafede del governo si è osservato che un risparmio maggiore di quello prodotto dalla trasformazione del senato in organo non elettivo avrebbe potuto essere raggiunto dalla riduzione del numero dei deputati, come altri avevano proposto.

L’acquiescenza è totale. I mezzi d’informazione sono nelle mani del governo, o sono a esso legati da mille e uno interessi. Il primo ministro si avvale della sua carica istituzionale per imporre la sua presenza sulle televisioni al di là di ogni regola sulla parità di condizioni tra sostenitori dell’una o dell’altra opzione. Il servilismo prorompe dalle figure più impensate.

Il rischio per la democrazia è grave

In sostanza, dai principi e le regole della democrazia liberal-borghese, da quelli della democrazia popolare nata dall’antifascismo e la Resistenza, si vorrebbe trasformare l’ordinamento dello Stato in un regime feudale: la piramide del potere ha un vertice dal quale discendono via via tutti i poteri subordinati, i cui rapporti interni sono caratterizzati da obbedienza e convenienza. Nell’attesa della riforma costituzionale, l’ordinamento feudale ha cominciato a essere costituito nella realtà dei rapporti di tutte le componenti di rilevanza collettiva sulle quali il governo abbia la possibilità di incidere: dalla pubblica amministrazione, alla scuola, alla sanità, ai beni culturali, alle università, al mondo finanziario, al commercio.

In questa situazione di grave rischio democratico stupisce e preoccupa il fatto che una parte consistente di persone informate dei fatti, pur essendo critiche sul contenuto della riforma, siano ancora incerte, o propendano per il SI, in relazione a preoccupazioni di breve durata: quali la permanenza o meno del governo attuale (che nessuno ha votato), il convergere sul NO di interessi e moventi diversi, il timore di un rigurgito di fascismo nel caso di bocciatura della legge di riforma. Invitiamo tutti i lettori di eddyburg che non hanno già scelto il no a farlo entro il prossimo 4 dicembre.

Riferimenti

Su eddyburg un’intera cartella è dedicata al tema “difendere la Costituzione": raccoglie decine di testi critici scritti da esperti e altre personalità realmente democratiche come Michele Ainis, Lorenza Carlassara, Paolo Maddalena, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Valerio Onida, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Salvatore Settis, Gaetano Azzariti, Paolo Prodi, Livio Pipino, Paolo Flores D’Arcais, Nino Di Matteo, Alfredo Reichlin, Luciano Canfora, Walter Tocci, Felice Casson, Sandra Bonsanti, Tomaso Montanari, Carlin Petrini, Rosetta Loy, e moltissimi altri. Se volete leggere una sintesi scorrevole , semplice e rigorosa delle ragioni critiche alla riforma scaricate il libretto di Tomaso Montanari, Così NO.



[1] JPMorgan, “The Euro area adjustment: about halfway there”, Europe Economic Research, 28 maggio 2013. «The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strenght that left wing parties gained after the defeat of fascism»: pag. 12)

[2] «Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza. Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria. Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti».

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