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giovedì 13 ottobre 2016

Eddytoriale n. 170

A volte siamo sollecitati a scrivere da fatti o eventi che vanno al di là dei nostri immediati interessi professionali o culturali o politici: più che “al di là”, al fondo. Che incidono nello strato profondo di sentimenti, convinzioni, princìpi che costituiscono la matrice degli altri interessi, e che rende (o dovrebbe rendere) ciascuno di noi parte della medesima umanità. (segue)

È quello che ci accade oggi a proposito di una realtà che Ilaria Boniburini ha definito I nuovi dannati della terra: gli sfrattati dallo “sviluppo, delineata in uno scritto che abbiamo pubblicato qualche giorno fa a seguito di un discorso iniziato su eddyburg con l’Eddytoriale n. 169 e la diffusione  di materiali raccolti nelle cartelle EsodoXXI e La Guerra diffusa.  Abbiamo poi inviato una lettera ad alcune delle persone che ci hanno aiutato a comprendere la pesantezza di questa realtà: innanzitutto a Barbara Spinelli e Guido Viale i quali, con un convegno internazionale che si è svolto a settembre a Milano, ci hanno aiutato a compiere qualche altro passo avanti rispetto alla complessità delle cause di questo fenomeno.

Dalla rabbia all’azione

Ecco la nostra lettera:
«Siamo pieni di rabbia per l’atteggiamento di rifiuto e negazione che caratterizza moltissimi, troppi, europei e italiani nei confronti dei migranti. Abbiamo imparato (soprattutto dal convegno internazionale promosso e organizzato da Barbara Spinelli a Milano) che ciò che noi vediamo sbarcare in Italia e in Europa è solo la dolorante punta del gigantesco iceberg formato dalla massa sterminata degli sfrattati della terra, cacciati dalle loro case e dalle loro terre dalle mille rapacità degli sfruttatori locali e globali. Sono solo pochi i “privilegiati” che hanno la forza e le risorse per rischiare la morte e “salvarsi in Europa” e noi li guardiamo con paura, o disprezzo, o con indifferenza (che forse è ancora peggio).
«A noi, che abbiamo la fortuna di conoscere e comprendere, il sapere non può bastare: dobbiamo agire. Come associazione eddyburg ci proponiamo di avviare una serie di iniziative volte a far conoscere ciò che è («dire ciò che è, è rivoluzionario», ha scritto Rosa Luxemburg).
«Non vogliamo limitarci a scriverlo sul sito per i suoi frequentatori. Vogliamo impegnarci in una serie di incontri diretti, conferenze o seminari con piccoli gruppi di persone, incluse le scuole di ogni ordine e grado. Vogliamo coinvolgere i pochi soci della nostra associazione, e i più numerosi che possiamo raggiungere col nostro sito in un’azione il più capillare possibile di sensibilizzazione alla solidarietà, alla responsabilità, alla partecipazione attiva».

Un appello

Ci atterrisce, insomma, il baratro che si è creato tra la profonda condizione di miseria e disperazione in cui vive una parte dell’umanità (che si avvia a diventare maggioritaria), e l’inconsapevolezza di quella larghissima parte di abitanti della stessa Terra che ha goduto e continua a godere del benessere creato dallo sfruttamento degli “altri”, e vede le misere avanguardie di quella moltitudine qualcosa da allontanare, da reprimere, da ricacciare nell’inferno dal quale hanno tentato di fuggire.

Sappiamo bene che il percorso da compiere per riempire questo abisso è lungo, e ancora più lungo e difficile  è quello necessario per fare fronte alle conseguenze di questa disumana iniquità, e soprattutto per eliminarne le cause. Ma assistere senza muovere un dito, o rifugiarci nel portare un contributo e una testimonianza solamente individuale non ci sembra sufficiente. La capacità d’impegno comune che l’arcipelago di cui eddyburg fa parte porterà sarà poco, ma è un inizio. Perciò, questo Eddytoriale è anche, e forse soprattutto, un appello.

E’ un appello a diffondere la consapevolezza che le politiche europee sui migranti sono sbagliate, che non rendono giustizia alla capacità di accoglienza, solidarietà e immaginazione che pensavamo fossero proprie della civiltà europea. E’ un appello a comprendere, e far comprendere a chi ci vive accanto, le complesse interazioni tra fenomeni migratori, degradazione ambientale, modello di sviluppo e i stili di vita che abbiamo abbracciato.

E’ un appello  rendersi conto, e convincere gli altri, che un cambiamento radicale è necessario, per cercare soluzioni alternative alle politiche migratorie proposte, e per affrontare i problemi che affliggono i nostri territori e la nostra vita quotidiana, poiché il pianeta è un sistema - in cui le frontiere sono solo politiche - e noi siamo tutti legati dallo stesso destino. E’ un appello per immaginare un modo di convivere tra noi e con la natura profondamente differente da quello che oggi domina.
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