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mercoledì 31 agosto 2016

Berdini apre sulle Olimpiadi a Roma: «Difficile dire di no a certe condizioni»

«Paralisi 5 Stelle. Movimento diviso sul da farsi nella Capitale. Mezzo sì anche sul nuovo stadio della Roma. E la Regione chiede chiarimenti. Mentre la sindaca Raggi tace». Il manifesto, 31 agosto 2016, con postilla

«Ora i 5 Stelle devono decidere cosa vogliono fare da grandi», sospira uno dei tecnici indipendenti che segue da mesi il doppio dossier Olimpiadi e nuovo stadio della Roma.

Perché su entrambi i fronti i nodi stanno arrivando al pettine e sotto la superficie del movimento più di qualcosa si sta muovendo. Lo testimoniano le chiari aperture dell’assessore all’urbanistica di Roma capitale Paolo Berdini ieri in tv ad Agorà: «Se le Olimpiadi servono per fare quattro linee della metro o la messa in sicurezza degli impianti sportivi che stanno andando a pezzi a Roma dico di sì, entro dieci giorni decideremo».

Anche sul mega stadio americano della squadra di Pallotta il comune ieri ha inviato sul filo di lana le carte alla Regione Lazio (un atto dovuto) ma lo ha fatto in modo incompleto, senza il parere di conformità che avrebbe invece sciolto definitivamente la matassa. La giunta, infatti, prende tempo, come ha ammesso la sindaca Virginia Raggi alla festa del Fatto domenica scorsa.

Perché il nodo è politico, tutto interno al movimento e tra il movimento e il Pd, ma investe soprattutto il futuro della Capitale e di milioni di abitanti.

«Forse la partita si è riaperta», sussurrano al Coni con un tasso di ottimismo per ora non suffragato da nessun atto concreto della giunta pentastellata.

La verità è che sulle Olimpiadi, soprattutto, si consuma la partita tra Di Maio e Di Battista per la guida del movimento. I 5 Stelle, come detto in campagna elettorale, sono contrari. E Di Battista non perde occasione a livello locale per tenere fede a questo impegno.

Ma Di Maio, che è lo sfidante in pectore di Renzi, non può bocciare le Olimpiadi senza una buona ragione, una causa inoppugnabile e comprensibile anche a chi non fa parte dei meetup grillini e potrebbe votarlo a Palazzo Chigi.

Il problema è che per ora questo motivo non è chiaro, anzi, Malagò e Montezemolo hanno offerto alla nuova giunta campo libero: anticorruzione, scelta delle aree, letteralmente di tutto purché Raggi firmi il progetto definitivo da consegnare al Cio entro il prossimo 7 ottobre. Al Coni giurano che nei prossimi giorni questa carta già bianca diventerà bianchissima. Non a caso Berdini, prudentemente, aspettando le decisioni della sindaca, prova ad andare a vedere le carte nella conferenza dei servizi.

Perché la realtà è semplice: il comune di Roma, con Marino, ha già detto sì sia alle Olimpiadi che allo stadio della Roma. Perciò Raggi o revoca quelle scelte andando in consiglio (ma in questo modo attaccherebbe a Di Maio l’etichetta del signornò), come ha fatto la città di Amburgo limpidamente, o lavora duro sui dossier e dà i pareri necessari.

Dal punto di vista tecnico, infatti, le questioni da risolvere non mancano, se solo si volesse affrontarle.

Per le Olimpiadi gli ambientalisti hanno individuato 3 punti critici: il bacino remiero (un parco fluviale da 2 km da scavare sul Tevere), il centro media a Saxa Rubra e, soprattutto, la questione Tor Vergata, una zona vasta in cui vivono 500mila persone, che si può tradurre anche come «questione Caltagirone» (che è anche editore del Messaggero).

In quest’area, secondo il Coni e il comune targato Marino, dovrebbe stare il villaggio olimpico, che dopo il 2024 potrebbe diventare il campus universitario della capitale.

Il problema è che nel lontano 1987 tutti quei terreni erano di Caltagirone, che li trasferì all’università di Tor Vergata a condizione che la sua Vianini Costruzioni avesse gli appalti edili e di manutenzione nel futuro. Sono ancora validi quegli accordi? Se è così, significherebbe affidare i lavori delle Olimpiadi chiavi in mano a Caltagirone, ed è contro le norme europee. Se non è così allora di chi sono quelle aree? E’ pane per i denti di un’amministrazione comunale, che ancora oggi (ma neanche con Marino) ha detto una volta per tutte di chi e che cosa sono veramente quelle aree strategiche.

Idem sullo stadio romanista. Con Marino, il comune condizionò l’ok alla cura del ferro: o prolungamento della metro B o più treni sulla Roma-Lido. È una scelta che spetta al comune. E che la regione, guidata dal pd Zingaretti, sicuramente pretende oggi prima di dare il proprio via libera. Per i 5 stelle rovesciare il tavolo e dire di no a entrambi i progetti sembra arduo, anche per il rischio contenzioso con la stessa As Roma e il rischio finanziamenti dal governo in vista del primo bilancio della città a novembre.

postilla
Governare significa scegliere. Compito abbastanza facile quando la decisione riguarda progetti e risorse propri, più difficile quando i progetti e le risorse vengono da fuori, come nel caso delle olimpiadi romane. E nella logica delle politiche tradizionali (quelle caratterizzate dalla visuale corta e dell'attenzioni spasmodicamente rivolta al prossimo risultato elettorale) è molto più facile dire si (a Roma si direbbe "abbozzare") che dire no, anche quando si sa che la saggezza imporrebbe di dire un sonoro NO.
Non meravigliano quindi le esitazioni e i passetti da balletto di Raggi e di Berdini. Testimoniano quanto sia difficile cambiare rispetto al vecchio  modo di fare politica: accorciano la distanza tra il modo in cui si poteva pensare che governasse il M5S e quello  in cui governa il PD di Renzi.
Ciò che invece stupisce è che ancora vi sia chi crede, o mostra di credere, che i grandi eventi spettacolari costituiscano una occasione e una risorsa. E' un errore identico a quello che compie chi affida le sorti alle Grandi opere. Le Grandi opere e i grandi eventi potrebbero, forse, avere utilità laddove vi fosse un'elevata capacità, maturità, autorevolezza della rappresentanza politica e, soprattutto, una macchina amministrativa (la cosiddetta "burocrazia") competente, interamente volta al rispetto delle regole e all'interesse generale, rodate da una lunga esperienza e tale da aver meritato la fiducia degli amministrati). A Roma, e forse in tutt'Italia, siamo ben lontani dall'aver raggiunto queste condizioni: da almeno un quarto di secolo si sta lavorando nella direzione opposta.

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