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domenica 6 dicembre 2015

Coltivare la diversità

Le ragioni di fondo del movimento ecologista e il suo contributo a una nuova cultura della città e della campagna nella premessa al libro di Ilaria Agostini, Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana . Con postilla

Premessa a Ilaria Agostini, Il diritto alla città. Rinascita rurale e rifondazione urbana, Ediesse, Roma, 2015

Il maggiore contributo del movimento ecologista è stata la messa a fuoco della consapevolezza che non esiste separazione tra mente e corpo, tra esseri umani e natura. L’ecologismo ci ha costretto a riconoscere assonanze e dissonanze delle nostre interazioni con la natura.

Fin dalle sue origini il movimento ecologista ha affrontato la necessità di rafforzare i diritti collettivi sulle risorse naturali. La cancellazione dei diritti collettivi sulle risorse naturali è stata essenziale per rifornire l’industria di materie prime. È stato necessario privatizzare i mezzi di sostentamento delle popolazioni per alimentare la macchina del progresso industriale e dell’accumulazione capitalistica a livello globale.

La globalizzazione si è rivelata, più che interazione tra culture, imposizione di una cultura su tutte le altre, prevalenza della monocultura sulla varietà culturale. E anche prevalenza della cultura meccanicista sulle forme di pensiero che considerano la natura come vita. Per queste, il sacro è visto come presente nella natura e ogni manifestazione naturale è sua espressione diretta. Per le culture meccanicistiche, invece, il sacro è al di fuori della creazione e assume il ruolo di ingegnere supremo. Le prime rispettano la molteplicità e la diversità della natura, e riconoscono che tutte le creature crescono e si sviluppano per propria forza intrinseca. Nel pensiero meccanicista, invece, le forme della natura appaiono come qualcosa di compiuto, come parti intercambiabili di una grande macchina.

La natura diventa una macchina, l’agricoltura industriale perde le connessione con la vita, il territorio e la città diventano il supporto inerte per l’economia finanziarizzata.

La monocoltura della mente riduce le diverse economie a un’economia unica: quella globale del mercato in cui scompaiono le economie naturali o di autosussistenza. L’autosussistenza è vista come una deficienza economica. Il modello di produzione monoculturale svaluta il lavoro delle donne e il lavoro condotto nelle economie parallele al mercato globale. La separazione della produzione dalla riproduzione, la caratterizzazione della prima come economica e della seconda come biologica, è un assunto reputato “naturale”. In realtà è stato costruito ad arte nella sfera sociale e politica.

Il contributo creativo offerto dalle donne, dai contadini e dai nativi, consiste prima di tutto nel rigenerare la vita, e nel conservare le capacità di rigenerarla. Nella visione patriarcale capitalista – che considera l’impegno di donne e contadini come un’attività biologica ripetitiva e priva di pensiero – rigenerare non corrisponde a creare, bensì a ripetere. Ma ciò è falso. E anche l’idea che la creazione si riduca alla novità è falsa, così come essa non è pura replica. La rigenerazione comporta diversità, mentre l’ingegneria genetica produce uniformità. In realtà la rigenerazione si identifica con il modo in cui la diversità è prodotta e rinnovata.

La globalizzazione trasforma la diversità in malattia e carenza, perché non riesce a tenerla sotto controllo. L’omogeneizzazione e le monoculture introducono la violenza a molti livelli. La globalizzazione produce infatti monoculture controllate con la coercizione. La diversità è intimamente legata alla facoltà delle comunità di autorganizzarsi e di evolvere secondo i propri bisogni, competenze, strutture e priorità. Solo le comunità policentriche e autorganizzate, e il controllo democratico locale, possono produrre diversità culturale e biologica.

L’intolleranza nei confronti della diversità ha imposto un ordine violento.

In un mondo caratterizzato naturalmente dalla diversità biologica e antropologica, la globalizzazione si può realizzare solo annullando il carattere variegato delle comunità e la loro capacità di rigenerarsi, di autorganizzarsi e autogovernarsi. Oggi, uno degli slogan dell’ambientalismo di base in India è “Nate na raj”, ossia “le nostre norme nel nostro villaggio”. È la rivendicazione della sovranità locale; le risorse naturali di un villaggio appartengono a quel villaggio. Ma la sovranità locale è messa in pericolo: la recinzione delle terre comuni si intensifica; brevetti sui semi e sulle forme di vita trasformano la proprietà comune biologica in una merce genetica; la privatizzazione dell’acqua rende i fiumi e le acque sotterranee merci da vendere in bottiglie di plastica o attraverso una rete urbana privatizzata.

Con la rottura delle connessioni tra mente e natura, le campagne si desertificano. Oggi almeno la metà della popolazione mondiale vive in città e l’inurbamento è inarrestabile e fuori controllo. Cinque secoli di pensiero coloniale sul suolo extra-europeo come terra nullius, e un centinaio di anni di agricoltura industriale, hanno espulso dalla terra i contadini, che si ammassano negli slums.

L’urbanizzazione divora enormi quantità di energia ed è una delle principali cause dei cambiamenti climatici. È perciò essenziale un cambio di paradigma economico: dall’economia lineare e di rapina, all’economia circolare. Dall’estrazione, alla restituzione.

Il recupero delle terre comuni, dei diritti naturali, dei diritti collettivi sul suolo, è alla base del recupero ecologico, della creazione del benessere economico e della realizzazione di una vera democrazia.

L’esperienza narrata nel libro – la Fierucola del pane – va in questo senso: l’originale e precoce elaborazione e messa in atto di idee ecologiste in un “collettivo” di contadini e cittadini che coltiva la diversità come risposta nonviolenta ai soprusi della globalizzazione, dell’omogeneizzazione e delle monoculture. Stretti in un’alleanza contro gli imperativi del mercato, contadini e cittadini pongono la resistenza nonviolenta (sathyagraha), la sapienza popolare e la rigenerazione (swadeshi) e l’autorganizzazione (swaraj) alla base della produzione del cibo e, in sintesi, degli stili di vita.

Anche questa esperienza ci insegna che è necessario un nuovo patto col pianeta e col suolo. Un patto che riconosca che noi siamo il suolo, che dal suolo proveniamo e traiamo nutrimento.

Questa è la nuova rinascita, è la consapevolezza che il suolo è vivo e che prendersene cura è il lavoro più importante svolto dai contadini. Dalla cura del pianeta, obbiettivo primario, discende il cibo buono. Cibo nutriente da suoli sani. Quando sarà riconosciuto il ruolo fondamentale dei contadini nella salute umana e nella fertilità dei suoli, l’agricoltura cesserà di essere terra di conquista da parte di industrializzazione e urbanizzazione. I contadini, remunerati per il loro ruolo ecologico e sociale, rimarranno sulla terra e non si trasferiranno come profughi nelle aree urbane.

Una riconciliazione tra città e campagna scaturirà dal nuovo patto con il suolo.

postilla

Il testo dell’autorevole esponente della cultura ecologista internazionale si conclude con una frase che contiene un’affermazione e un auspicio. Non mi sento di accogliere pienamente l’affermazione (forse il “nuovo patto con il suolo” non è l’unico “nuovo patto” che bisogna stabilire) ma condivido pienamente l’auspicio: “una riconciliazione tra città e campagna”. 

La città è nata storicamente come opposizione alla campagna. Nei secoli più recenti ha occupato la campagna e la sta seppellendo sotto la «repellente crosta di cemento e asfalto» (Cederna). Ma contemporaneamente il concetto stesso di città si sta evolvendo. Si è faticosamente riusciti a comprendere che la città non è solo un insieme di elementi materiali concentrati in determinate porzioni del territorio ma è un sistema complesso nel quale abita un insieme di persone e attività legate da intense relazioni: «la città non è un aggregato di case ma è la casa di una società» (Salzano). Più recentemente abbiamo compreso che la condizione urbana (ossia la possibilità di godere di tutti i requisiti positivi che l’avventura urbana ha concesso ai suoi fruitori) non deve essere garantito solo agli abitanti di determinati insiemi di aree caratterizzate dalla prevalenza di trasformazioni profonde e irreversibili del suolo naturale, ma che è - deve essere-  diritto degli abitanti dell’insieme della superficie della Terra. Ecco allora che si è passati dal termine città a quello di «habitat dell’uomo» (Bevilacqua). Ecco allora che, alla condizione urbana  bisogna aggiungere un’analoga “condizione rurale”, ossia la garanzia di fruire di tutti gli elementi propri di un maggiore e più diretto rapporto con la natura, sia quella selvatica che quella addomesticata dei paesaggi agrari.  Il libro di Ilaria Agostini è una utile raccolta di stimoli e di esperienze offerti a chi ritiene che percorrere la strada di una “riconciliazione tra città e campagna” sia necessario e possibile. È una visione utopistica? Può darsi; non a caso riecheggia parole d’ordine degli utopisti del XIX  secolo. Ma senza sconfinare nell’utopia è difficile immaginare un futuro davvero migliore di quello che ci aspetta se ci abbandoniamo al mainstream, o se ci ubriachiamo nei fumi della nostalgia.
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