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domenica 11 ottobre 2015

Un libro "contro" l'urbanistica

Una critica saggia a un libro (Franco La Cecla, Contro l’urbanisticaEinaudi) ricco di spunti acuti ma scritto per scandalizzare il lettore. Felicità futura, blog, 9 ottobre 2015, con postilla


Franco La Cecla è un viaggiatore instancabile, un osservatore attento e ricco di una “sapere nomade”, che forte di una sua “ideologia”, lui lo negherà, passa a setaccio gli argomenti che di volta in volta affronta, oggi tocca all'urbanistica, o per meglio dire a quella che egli crede sia l’urbanistica (nell'argomentazione, ed è un aspetto apprezzabile, la sua tentazione è scandalizzare). Questo insieme di virtù e di difetti fa si che i suoi testi sono interessanti anche se irritanti, e che spesso la sua vis polemica lo porta a sbandare.

Per quello che conta, sono d’accordo con lui che la città è le persone che ci vivono (i “corpi” cari all'autore), infatti gli urbanisti insegnano che fare urbanistica significa occuparsi delle uomini e donne che in una città o in un territorio vivono.

Sono ancora d’accordo che spesso i “cittadini”, soprattutto se giovani, riescono a mutare il segno e il senso di alcuni spazi codificati. E se il concetto di “non luogo” all'autore non piace, e sono anch'io della partita, e quindi gli pare importante il caso del “non luogo” paradigmatico, come un grande parcheggio, che viene nella notte quando deserto da automobili, densificato di musica, di relazioni, di amori, di bevute. Una appropriazione che modifica il senso di quel luogo. Come anche l’occupazione politica di spazi che produco reazione.

Ma se fosse così perché allora non guardare con lo stesso spirito i “centri commerciali”, che occupati da uomini e donne diventano luoghi di socialità, dove i bambini corrono, spesso in monopattino, lungo le “vie”, dove gruppi di famiglie si riuniscono, dove gruppi di giovani si danno appuntamento provenendo da parti tra di loro molto lontani del territorio o della città?

So l’obiezione: per i primi si tratta di una manifestazione di libertà, di una scelta non condizionata, mentre nei secondi il condizionamento è forte. Se i comportamenti di uomini e donne danno senso allo spazio questo deve valere sempre e in ogni caso non possiamo distinguere libertà e condizionamento, anche perché forme diverse di condizionamento sono presenti sempre. Non penseremo che i giovani che danno senso ad un parcheggio nella notte, con la loro presenza e musica, non siano condizionati a sentire una certa musica, a bere una certa bevanda, a fumare una certa erba, a tatuarsi non come rito di appartenenza ma per moda, perché è bello, in una processo di massificazione in cui ogni deviazione (i calzoni stracciati, gli scarponi, ecc.) diventano “comuni” e banali.

I comportamenti non possono essere solo osservati, classificati, descritti, ma anche interpretati. Ora mi pare che il modello interpretativo di La Cecla sia un pensiero anarchico che definirei ingenuo. La strada è la vita.

Del resto se fermiamo l’attenzione sulla questione delle periferie questo è molto evidente. Cito testualmente: “Le periferie sono il pensiero sbagliato di un’urbanistica che ha mitizzato la condizione operai e le ha negato però il centro della città. Queste roccaforti del sonno operaio sono diventate da subito l’incubo delle classi «subalterne» e oggi degli immigrati. Il loro carattere sbagliato non è formale, non c’entra nulla la dimensione del disegno la qualità degli edifici. C’entra l’errore concettuale del pensare che esistere una cosa come le periferie”.

Mi pare che l’autore rifiuti di considerare i processi, che gli sono ben noti, che hanno investito le città e della meccanica proprio della realizzazione della città. Affermare che sia stata l’urbanistica a negare ai ceti subalterni il centro della città, non può che essere considerata la tentazione dello scandalizzare. Sono sicuro che l’autore ha sentito parlare della rendita e del mercato. Non avere nel nostro paese voluta eliminare la rendita (un ministro che in parte ci ha tentato, Fiorentino Sullo, ci ha rimesso carriera politica e non solo), l’avere affidato il problema della casa e dell’abitare al mercato ha come conseguenza che quest’ultimo ha messo ciascuno la “posto giusto”, al posto che gli toccava in relazione alla propria capacità di pagare. Ma forse c’è anche altro.

Nelle parole dell’autore riecheggia una polemica verso l’urbanistica quantitativa (l’urbanistica che cioè si è occupata delle quantità e non delle qualità). A me pare che non considerare la richiesta improcrastinabile di “casa” da parte di centinaia di migliaia di persone che sono immigrati, in un lasso di tempo brevissimo, in molte città ha imposto la quantità. Ma attenzione i progetti, nella loro generalità, erano ricchi di servizi e di spazzi verdi, è l’assenza della realizzazione di questi, per incuria, per inconsapevolezza, per non adeguati finanziamenti, per cattiva gestione, che ne ha fatto dei luoghi spesso di marginalità. Prendiamo il caso dello Zen 2 di Palermo, che sia La Cecla che io conosciamo, non è colpa del progetto di Gregotti (piaccia o non piaccia), né della sua localizzazione urbana a determinare il disastro noto, ma è l’assenza della realizzazione dei servizi, la mancanza di ogni controllo, la presa del potere della microcriminalità e del vandalismo che ne hanno fatto un inferno abbandonato e spopolato.

La Cecla irride ad ogni interpretazione economica del processo urbano (il marxismo, vecchio e neo è inviso all’autore), eppure se non si va alla radice dei fenomeni economici e sociali della nostra società non solo non si comprende l’evoluzione della condizione urbana ma si rischia, come direbbe mia nonna, di pestare l’acqua nel mortaio.

Non c’è da meravigliarsi che negli slums si faccia società, che si costituisca una regolamentazione locale, che si faccia anche “economia” (informale e marginale, che questa possa essere il modello, non credo, per la verità non lo crede neanche La Cecla): fa parte dell’animus degli uomini e donne di fare società, ma non possiamo tralasciare quali siano state le cause della creazione degli slum, come delle periferie, e accontentarci del fatto che li si fa società dimenticando (La Cecla non lo fa) le condizioni in cui si fa società.

La città è un organismo sociale (questo insegnano la maggior parte degli urbanisti) ed esso va governato (termine che credo l’autore abborrisce), ma tale governo è una funzione politica che fa bene o male i conti con gli interessi esistenti, con le esigenze di corpi separati (vedi per esempio la funzione di polizia), con i desideri degli abitanti, con i loro comportamenti, con i conflitti (salutari) che possono manifestarsi. Il meccanismo economico-sociale, con le sue diseguaglianze, con le sue discriminazioni, con le sue violenze esercita una forte influenza sia sui processi che sul governo. Gli urbanisti, almeno quelli che conosco, non usando lo stesso linguaggio (ma la sostanza è la stessa) spiegano che l’urbanistica non può cambiare il meccanismo economico-sociale (non esiste una via urbanistica al socialismo, anche libertario), ma esiste un lavoro che cerchi di favorire la vita egli abitanti di un luogo, con particolare attenzione a chi è risultato più svantaggiato. 

Nel mio specifico linguaggio si tratta di mitigare, attraverso le scelte urbanistiche, i servizi, l’organizzazione dello spazio, la dotazione di attrezzature, gli uomini e le donne che meno riescono ad ottenere dentro il meccanismo economico sociale. Non ci dispiace una città bella (qualsiasi cosa significhi) ma vogliamo prima di tutto una città buona, una città tesa all’eguaglianza, al rispetto, alla convivenza. Obiettivi difficili, che spesso gli stessi uomini e donne che abitano un luogo rifiutano o di essi negano validità. Ecco perché il governo. E son d’accordo che la partecipazione può essere un equivoco, anche un meccanismo di burocratizzazione e di giustificazione, l’unica vera forma di partecipazione è il conflitto, ma può essere e deve essere lo strumento dell’ascolto, e l’urbanistica ha molto da ascoltare.

L’urbanistica ha che fare con donne e uomini, non solo con cifre e statistiche. Perché contrapporre la strada, l’andare per strada, alle statistiche, le quali se interrogati nel modo giusto dicono tante cose (i numeri parlano). Ma come non posso accontentarmi di come i “corpi” reagiscono ai cambiamenti, non posso essere indifferente a come il meccanismo economico-sociale marginalizza e segrega, anche se lì si fa società, anche se è il cibo di strada da l’impressione di condivisione e di apertura. Non sempre ci si riesce, l’urbanistica è spesso “sconfitta”, più che fallire, ma governare le trasformazione, nell'ambito dell’organizzazione della città, resta un compito gravoso e urgente.

Nonostante i precedenti appunti il libro di Franco La Cecla è interessante, e non solo nella parte in cui descrive singole città o condizioni urbane (ogni capitolo è dedicato ad un aspetto della contestata urbanistica ed è completato, per fare capire meglio al lettore l’assunto e la realtà, da una descrizione di una città o di un luogo visitato) ma anche nella parte più critica. Da ogni critica si apprende.

La lettura può essere irritante, ma i testi dei singoli capitoli sono ricchi di osservazioni spesso acute. Basta riferirsi ad alcuni titoli dei singoli capitoli per aver chiaro l’intenzione dell’autore: Che cosa c’è di sbagliato nell'urbanistica; Perché l’urbanistica non serve a capire la città; Perché l’urbanistica è in ritardo; ecc.

E’ un libro che mi sento di raccomandare ai colleghi urbanistica, la provocazione non può che essere salutare, spero solo che il lettore non specialista non si facci una idea sbagliata dell’urbanista.


postilla
A differenza di Indovina credo che moltissimi condividano l'idea dell'autore del libro che l'urbanista (e la sua disciplina) sia il protagonista della costruzione della città. A molti, troppi, sfugge che, come diceva Benevolo, "l'urbanistica è una parte della politica" e che, come ha detto Indovina, il piano urbanistico è "una scelta politica tecnicamente assistita. Si potranno dare mille colpe all'urbanista: di non aver potuto o saputo guidare correttamente il decisore, di non essersi adoperato abbastanza per far entrare nel novero dei decisori gli abitanti della città, di essersi messo troppe volte (soprattutto negli ultimi decenni) al servizio di chi stava costruendo la "città della rendita" e non quella dei cittadini. Ma parlare della città dimenticando che essa è il risultato di processi molto complessi, e non del sogno di un demiurgo mi sembra un errore grave per un intellettuale, e soprattutto per un antropologo.
Dove invece concordo più con La Cecla che col suo recensore è nel giudizio negativo sui "non luoghi". Uno spazio nel quale l'accesso sia limitato solo a chi sta viaggiando, o a chi può spendere, o a chi non indossa magliette criticabili dal senso comune mi sembra contraddire il principio che "la città è bella se è equa": e ciò vale a maggior ragione per lo spazio pubblico.
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