menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

giovedì 22 ottobre 2015

Lavori, soldi e sistema di potere

«Oggi si apre una fase processuale importante. Ma c’è ancora molto da scoprire. Su come la politica abbia tenuto in piedi un sistema che alla fine le è sfuggito di mano». La Nuova Venezia, 22 ottobre 2015 , con postilla


«Un sistema al capolinea». Così scrivevano i giornali all’indomani degli arresti per lo scandalo Mose, il 5 giugno 2014. Una «bomba» esplosa a inizio estate, che per la prima volta metteva in discussione quello che per quasi trent’anni è stato il «pensiero unico». L’inchiesta che ha cominciato a far luce su un mondo fino ad allora poco esplorato.

Nei periodi d’oro il monopolista della salvaguardia, il Consorzio Venezia Nuova, aveva voce in capitolo su tutte o quasi le cose importanti che succedevano in laguna. Finanziamenti, lavori sempre alle stesse imprese, nomine di consulenti e addirittura di ministri e sottosegretari. Funzionari dello Stato da promuovere, o da bocciare perché «non graditi», dirigenti della Regione ben disposti, anche se non necessariamente corrotti. Una grande rete di consenso per la megaopera finanziata con i soldi pubblici che ha sempre annullato ogni critica. 

Lo scandalo Mose dunque non sta soltanto negli episodi di corruzione o di finanziamento illecito, in parte già accertati e oggi in attesa delle decisioni di un giudice. Ma nella ideazione di un sistema di potere che sembrava eterno ed invincibile. Che aveva come obiettivo la realizzazione delle dighe mobili, ma forse ancora di più la circolazione del denaro e i «benefici» sotto varie forme per i fedelissimi. Santi in Paradiso in Regione, dove Giancarlo Galan ha governato indisturbato per 15 anni; a Roma, in Parlamento, negli uffici tecnici. Continuità assoluta tra i governi Prodi-D’Alema e Berlusconi. Ma soprattutto pareri blindati. Positivi, quasi sempre, al più con qualche «prescrizione» facilmente superabile. L’elenco è lungo, e basta scorrere i giornali dell’epoca per accorgersi che le voci critiche non erano poi molte. 

Chi si opponeva (Italia Nostra e i comitati, qualche ingegnere e un paio di geometri, pochi giornalisti) veniva citato per danni. Era passata la parola d’ordine «Salvare Venezia». Le dighe unico sistema, opera «salvifica» che aveva succhiato tutti i finanziamenti della legge Speciale, lasciando la città... all’asciutto. Ignorando secoli di cultura e di storia della laguna, principi di precauzione e la stessa Legge Speciale che voleva la grande opera «sperimentale, graduale e reversibile». Riducendo il Magistrato alle Acque a un ruolo di passacarte, poco controllore e spesso «collaboratore del controllato». 

Ai presidenti dell’Ufficio dei Lavori pubblici - in testa gli indagati Cuccioletta e Piva - ma anche a molti dirigenti della prestigiosa istituzione erano garantiti collaudi milionari. Nella lista dei collaudi era finito anche Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici poi arrestato per lo scandalo del G8. Il Consorzio organizzava anche «sopralluoghi» in laguna, con barche ed elicotteri, per giornalisti stranieri, tv e dirigenti dello Stato. Molti consulenti del Consorzio erano chiamati a far parte del «Comitato Tecnico di Magistratura». Organismo dipendente dal Magistrato alle Acque che dava i pareri a tutti i progetti. 

Il Comune era escluso dalla partecipazione. Così la commissione di Salvaguardia, le commissioni tecniche. I cinque «esperti internazionali» nominati dal governo Prodi (ministro Baratta) nel 1995. Anche loro avevano promosso il Mose pur con qualche prescrizione. A fermare la grande opera, definita «inutile e dannosa» da comitati ed esperti, non era bastata la Valutazione di Impatto ambientale negativa (1997), poi impugnata al Tar e superata dal Consiglio dei ministri in sede politica. E nemmeno i rilievi della Corte dei Conti. Un dossier-sentenza del giudice Antonio Mezzera che denunciava le tante stranezze del sistema di Salvaguardia negli ultimi vent’anni – costi aumentati e mancanza di confronto fra le alternative, commistione controllori-controllati – era stato tenuto in un cassetto per mesi. Poi pubblicato, ma senza alcun effetto. Così le procedure di infrazione europee. 

Il Consorzio monopolista continuava a dettar legge. Forte delle normative che gli garantivano i lavori senza gare d'appalto (concessione unica), dei finanziamenti, del 12 per cento di oneri (su sei miliardi fanno circa 700 milioni), dei fondi neri utili per creare il consenso. E, spesso, i controlli fatti in casa. Zone oscure dove adesso si accendono i riflettori dei tre commissari mandati dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Che hanno ridotto le spese e scoperto molte «stranezze» nel sistema Mose. Ma la strada è in salita. Oggi si apre una fase processuale importante, pur in assenza dei protagonisti principali della corruzione, a cominciare dal «grande accusatore» Giovanni Mazzacurati. Ma c’è ancora molto da scoprire. Su come la politica abbia tenuto in piedi un sistema che alla fine le è sfuggito di mano.

postilla
La corruzione é certamente un aspetto rilevante dell'affaire MoSE: dimostra l'infimo livello di moralità dei corrotti (scelti dagli elettori per rappresentare gli interessi dei più), e il trasferimento del potere reale dalla politica a un'economia, quella capitalistica, basata sullo sfruttamento. Ma colpisce molto che venga trascurato l'errore più grave della politica e della cultura: non aver compreso quando si decise e via via si confermò il MoSE, e ancor oggi non si comprende, che cosa la Laguna di Venezia sia e come il MoSE (e non solo lui) la stia distruggendo. Su eddyburg trovate numerosi documenti che vi spiegano perchè a come: basta che digitiate MOSE sulla finestrella sensibile  che trovate in cima a ogni pagina.



Show Comments: OR