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sabato 5 settembre 2015

Libeskind: «L’architettura si occupi di accoglienza»

Parla Daniel Libeskind  «Saranno le città i luoghi chiamati a realizzare politiche d’integrazione». Le idee di un architetto famoso sulla citta e sul tema delle migrazioni. Buone intenzioni e qualche piccola verità in in mare di ovvietà: e un malinteso di fondo. La Repubblica, 3 settembre 2015, con postilla

Lodz, Tel Aviv, New York, Milano. Ma anche Berlino, Sao Paulo, Seul, Singapore, Londra, Gerusalemme, Las Vegas. E tutte le altre città in cui Daniel Libeskind — architetto nato 69 anni fa in Polonia e cresciuto tra Israele e Stati Uniti — ha vissuto e progettato. Fino a Roma dove, nell’ambito del Festival internazionale della cultura e della letteratura ebraica, Libeskind domani sera sarà protagonista dell’incontro: “La linea del fuoco: città tra memoria e futuro”. «Perché innovazione e tradizione non si possono separare », spiega l’architetto a Repubblica. «Solo la trasformazione è in grado di introdurre qualcosa di nuovo. In architettura, per esempio : se fai qualcosa di astratto,
senza riferimenti al passato, il risultato non avrà senso. Devi guardarti indietro per comprendere dove andare».

A proposito di presente, quanto e come il web influenza la progettazione?«Internet ha rivoluzionato il nostro modo di pensare e analizzare le cose, rappresenta una sfida e un’opportunità continua. Possiamo scoprire in pochi minuti informazioni che un tempo erano prodotto di mesi di ricerca. Il progresso tecnologico ha innovato l’architettura. Ma va ricordato che si tratta di strumenti, che dobbiamo saper utilizzare».

C’è un progetto a cui è particolarmente legato?
«Non puoi mai innamorarti troppo di qualcosa che hai fatto. Ogni progetto è come un figlio: avrà la sua vita e la sua evoluzione, devi volergli bene, averne cura e rispettarlo. Quando immagini qualcosa devi essere pronto ad accettarne le conseguenze: non conta quel che vedi oggi, ma quello che diventerà».

Ci fa degli esempi?
«Il Museo ebraico di Berlino: non avevo mai fatto niente del genere, fu il mio primo vero progetto. Non posso che definire emozionante quell’esperienza».

E poi?
«Il progetto di Ground Zero, ovviamente. Che è ancora in sviluppo ed è stato la prova più complicata che abbia affrontato. Professionalmente e umanamente ».

New York: è quella la città a cui è più legato?
«Ci vivo e la amo: è la capitale dell’immaginazione, ma...».

Ma?
«Ci sono altre città importanti per me. Come Milano: adoro quel suo essere europea, internazionale. E poi Tel Aviv, una metropoli in miniatura».

Cosa cerca in una città appena arriva?
«Le persone. I loro occhi, i loro gesti. Osservo come e dove guardano, il modo in cui camminano. Sono elementi che ti fanno capire dove ti trovi, come le persone vivono quel luogo e quindi ti permettono di trovare una connessione. L’empatia. E poi, ogni città ha la sua luce e la sua personalità, un corpo e un’anima, con cui devi saperti relazionare se vuoi viverla, lavorarci o progettare qualcosa di importante».

Spesso le metropoli crescono a dismisura, oltre i propri limiti. Esistono limiti?
«Io privilegio un’altra lettura. Prendiamo Sao Paulo, città infinita che amo e dove ho lavorato: può sembrare esagerata, disperata, eccessiva, una giungla di cemento da venti milioni di abitanti preda del caos architettonico. E invece...».

Invece?
«Quel che consideriamo disordine si può rivelare un altro ordine, differente. Le città si sviluppano anche così ed è fantastico comprenderne energia e creatività. La vita ci insegna sempre qualcosa: dobbiamo imparare a non lamentarci e capire, ascoltare. Ogni luogo del mondo, Italia compresa, ha conosciuto sviluppi improvvisi, contrasti drammatici ».

Intanto l’Europa è scossa dagli effetti di un’ondata migratoria senza precedenti: cosa succederà alle nostre città? Come cambieranno?
«Il fenomeno della migrazione è epocale e ci sono nazioni che stanno mostrando la loro inadeguatezza nell’accoglienza. Ma dovranno inevitabilmente adattarsi. E le città saranno protagoniste di questo processo. Perché senza capacità di integrazione e accoglienza il futuro sarà triste e diviso: le metropoli non possono che diversificarsi, diventando più interessanti anche per i più poveri. La disperazione deve trovare accoglienza, la segregazione sarebbe l’ennesimo errore».

Tutto questo fa pensare a un ruolo attivo dell’architettura.
«Lo definirei indispensabile, in accordo con le politiche di accoglienza. L’architettura deve essere il modo creativo e innovativo con cui le nostre società, i nostri governi possono rispondere alle domande più profonde così come a quelle più urgenti».

Ovvero?
«Creare quartieri accessibili, offrire soluzioni abitative innovative e alla portata anche dei più poveri è una missione irrinunciabile per la politica e una nuova sfida per architetti e urbanisti ».

Anche a discapito della sostenibilità ecologica?
«No, questo è il punto. La soluzione è sempre e comunque green . Un recente studio spiega come il consumo di asfalto in Cina negli ultimi tre anni abbia superato ogni record delle epoche precedenti. Non possiamo più permetterci questo tipo di inquinamento, l’architettura verde e sostenibile non è più un’opzione ma una via obbligata. Il riscaldamento globale è una drammatica realtà. E non risolveremo il problema mettendo un po’ di verde sui balconi dei palazzi, dobbiamo ripensare le nostre città. La sostenibilità è un dovere del presente, se vogliamo avere un futuro».

Come lo immagina il futuro?
«Sarà ovunque riusciremo a sviluppare e difendere un’idea di società aperta e democratica. Perché il futuro è un concetto che appartiene alle persone, non alle cose. E le idee, architettura compresa, devono aiutarci ad andare in quella direzione. Pace e amore può sembrare uno slogan retorico, eppure sono proprio quelli i valori di una convivenza pacifica da sviluppare e difendere. Questo intendo per democrazia: tolleranza, giustizia sociale, salute, benessere. E libertà ».

La luce è sinonimo di libertà?«La luce è un simbolo, da sempre. E non solo perché le grandi religioni ne parlano in modo simbolico. Ma perché è ciò che ci serve per vivere, per sapere dove andare. E per aiutarci a trovare il futuro ».

postilla

La lunga intervista che la Repubblica ha riservato a Libeskind ci ha molto colpito. In primo luogo, per la grande distanza che corre ptra le idee che esprime a proposito del rapporto tra architettura e città  e il contribute che  ha dato con le operazioni immobiliari delle quali è stato, se non ideatore  e promotore, certo volenteroso partner: basti pensare all’area ex Fiera a Milano.  Ma soprattutto per il modo pone un problema indubbiamente centrale per il nostro secolo (la grande migrazione dal Sud al Nord del mondo) e  ne indica la soluzione, individuandola nella trasformazione delle città perché esse diventino accoglienti per i nuovi arrivati. 

Certo, se un intervistatore chiede a un architetto che cosa bisogna fare per affrontare un determinato problema quel signore risponderà sulla base del suo sapere e del suo mestiere. Il vizio di certo giornalismo italiano d’oggi  è quello di privilegiare, nella scelta degli interlocutori, non l’esperto o gli esperti capaci, per il loro sapere e mestiere, di dare risposte congruenti con quel determinato tema, ma semplicemente l’interlocutore più famoso in relazione a un qualsiasi tema che abbia una pur vaga attinenza all’argomento. 
E il tema dell’accoglienza di milioni di persone appartenenti ad etnie e popoli di cultura, modo di vita, necessità e bisogni, esigenze, aspettative radicalmente diverse da quelle dei paesi ospitanti pone problemi certo più ricchi e complessi di quelli cui sembra riferirsi Libeskind.  Intanto, nel quadro di una vision globale del fenomeno occorre comprendere, e decidere, quale parte dei profughi dalle guerre e dalle carestie endemiche sarebbe disposta a tornare sulle proprie terre, e a quali condizioni, e quale parte invece è disposta a trasferirsi stabilmente. Poi bisognerebbe definire (ovviamente in modo consensuale con i diretti interessati) se questi preferiscano la propria integrazione nella cultura e nei modi di vita della loro nuova patria, oppure se preferiscano mantenere la propria identità. Una volta compiute queste scelte (che appartengono ovviamente a una Politica divenuta tutt’altro di quella oggi praticata) bisognerebbe programmare i luoghi, le attività, le risorse da attribuire a questi nuovi cittadini, e di conseguenza I modi nei quali disegnare e costruire gli habitat a offrire loro. Questioni, tutte, un po' più complesse di quella di disegnare nuove costruzioni nelle vecchie città, magari secondo il modello Milanese di Residence Libeskind a Milano, che riportiamo qui sotto.



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