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giovedì 30 luglio 2015

Che cosa è in gioco a Roma

Finalmente un'analisi della vicenda romana che colloca le debolezze e gli errori di Ignazio Marino nel loro contesto, non facendone il capro espiatorio di colpe altrui. Il manifesto, 28 luglio 2015, con una lunga postilla

Chi vive a Roma ha la possibilità di sperimentare tutti i giorni l'asprezza di una condizione urbana e civile che non mostra ormai da anni un barlume di miglioramento. La speranza che qualcosa sia progredito nella qualità dei servizi, nell'agibilità dei trasporti, nella pulizia e decoro dei luoghi. Tuttavia è proprio la lunga durata di questo degrado che dovrebbe mettere in sospetto sull' eccessivo carico di responsabilità che si fa ormai da mesi al sindaco Marino. Prima che le amministrazioni, occorrerebbe “inquisire”, nel senso etimologico del termine, i cittadini. Come ha fatto con una bella pagina Melania G. Mazzucco ( Se questo è il volto di una capitale, La Repubblica, 26/7/20159 ) La Mazzucco, opportunamente, estende a tutto il Paese l'analisi antropologica della cialtroneria civile degli italiani, su cui gravano non poche responsabilità dello stato presente delle nostre città. Oggi tuttavia alla lunga durata della nostra storia si aggiungono nuovi guasti, insieme alla devastante diminuzione di risorse destinate alle pubbliche amministrazioni. L'etica civile, che prevede il senso del bene comune e la condivisione, è corrosa dall'individualismo edonistico della cultura dominante. In un Paese che ha nella sua storia un debole disciplinamento civile – dipendente dalle scarse capacità egemoniche delle sue classi dirigenti – il veleno nichilistico del capitalismo attuale ha effetti dirompenti. Nessuno si sente cittadino, membro di una civitas, tutti individui che producono e consumano. Crescente è poi la sfiducia dei cittadini nei confronti di ogni potere istituzionale, e dunque langue il contratto sociale quotidiano che impegna ognuno a fare la propria parte.

Questo non sgrava certamente Marino dalle sue responsabilità. Una su tutte: l'incapacità di far sentire Roma inserita in un grande progetto di rinascita di cui si stanno gettando le fondamenta e che chiama tutti i cittadini a fare la propria parte. Questa capacità Marino non l'ha espressa e forse non la possiede. Benché dalle interviste che rilascia si scorge un onesto e oscuro lavoro di cambiamento delle strutture profonde del potere romano. Tuttavia, le polemiche e le contestazioni anche violente subite dal sindaco a margine della questione “mafia capitale” sono molto rivelatrici di un modo errato e superficiale di concepire la politica e i poteri di un leader. Tramontata la concezione della politica come agire collettivo, oggi viene surrogata dalla visione demiurgica del leader che, così come vince le elezioni, trasforma la realtà e il destino delle persone con il suo agire solitario.Si è, ad esempio, rimproverato a Marino di non essersi accorto del malaffare che trescava attorno a lui. E in effetti una maggiore attenzione sarebbe stata benvenuta.Ma se ci son voluti mesi di intercettazioni e indagini della magistratura per scoperchiare la pentola, vuol dire che gli scantinati malavitosi sotto il Palazzo erano ben nascosti. Il groviglio di interessi che teneva sotto controllo la capitale mostra al contrario quante difficoltà e condizionamenti doveva e deve subire la politica democratica a Roma. E quindi le scoperte della magistratura militano a favore di Marino, mostrando i limiti storicamente sedimentati entro cui egli ha dovuto collocare in questi due anni la sua azione di primo cittadino.

E qui si dimentica un passaggio storico importante. Un tempo, quando esistevano i partiti di massa, i sindaci e gli assessori avevano un più ampio controllo di legalità sugli ambiti dell'economia pubblica, sulle pratiche amministrative, sulle persone. La partecipazione volontaria dei cittadini alla vita politica diventava essa stessa strumento di controllo e di trasparenza. Dunque l'azione di un leader non era isolata, ma era parte di un 'azione collettiva che operava assieme a lui, che trasformava le sue scelte in iniziativa politica.

Oggi i partiti, non più strumenti di emancipazione collettiva, ma al servizio di individui in competizione, sono un coacervo di comitati elettorali in reciproca contesa. E non stupisce che nella polemica di questi mesi non emerga, in alternativa alla giunta in carica, se non qualche nome di leader e mai una idea, che sia un'idea di Roma, un progetto visibile e condivisibile di città.

L'indagine impietosa compiuta da Fabrizio Barca sul PD romano ha mostrato a quale grado erano giunti tanti circoli di quel partito. Ebbene, Marino non solo non ha più attorno a sé un partito di massa, ma non poteva contare neppure su quel PD, che gli era significativamente ostile. Molte delle opposizioni che oggi convergono contro il sindaco andrebbero in verità esaminate nelle loro segrete e innominabili motivazioni. Perché non bisogna dimenticare che il più potente dei poteri romani, accanto a quello del Vaticano, è stato quello dei costruttori. In subordine e spesso legato ai primi due, quello della più opaca macchina amministrativa d'Italia. Oggi tali poteri vengono colpiti e sono in difficoltà. E' su questi obiettivi che bisognerebbe richiamare l'attenzione dei romani e degli italiani, oltre che sul traffico soffocante e la sporcizia delle strade.

postilla

Finalmente qualcuno che colloca le debolezze e gli errori di Ignazio Marino nel loro contesto. Finalmente qualcuno che mostra di far propria la domanda che ponevamo nel “pensiero del giorno” di qualche giorno fa , e avvia una risposta utile ad andare avanti. Chiedevamo: «Come mai la colpa del degrado della capitale è attribuita all'unico sindaco che sta tentando di rimuoverlo dopo che altri (non solo Alemanno, ma anche e prima di lui Veltroni) l'avevano provocato? Il PD storico e attuale è una palombella bianca?».
Chi, come noi, ha seguito e criticato passo per passo l’urbanistica romana degli anni di  Francesco Rutelli e di Walter Veltroni sa bene che ben prima ancora di Gianni Alemanno il territorio romano era stato venduto alla speculazione  dei padroni del cemento.  Per chi volesse documentarsi, basterebbe digitare sul “cerca” di eddyburg le parole “pianificar facendo”, e poi magari  quelle“diritti edificatori” per rintracciare i numerosi articoli che raccontano in che modo la gestione dell’urbanistica romana sia stata appaltata agli “energumeni del cemento. Un’analisi appena un po’ più approfondita consentirebbe di comprendere  in che modo le consorterie poi battezzate “larghe intese” o “patto del Nazareno” abbiano dominato il governo del territorio nella Capitale, facendo di quest’ultima il laboratorio della peggiore stagione della città (urbs, civitas, polis) che la nostra Repubblica abbia conosciuto. Pretendere che un uomo, per di più arrivato alla sindacatura con l’appoggio del partito descritto da Fabrizio Barca (e partecipe del “governo del territorio” romano in tutta la fase che va da Rutelli ad Alemanno) è veramente incomprensibile.
Ci fermiamo qui, e abbiamo toccato solo uno degli aspetti della continuità politica, economica e morale che unisce il ventennio che è alle spalle di Ignazio Marino. Ma per cambiare realmente le cose occorrerebbe lavorare su uno spettro di questioni più ampio. Solo da una corretta analisi del passato si può trarre la saggezza necessaria per andare aventi nella direzione  giusta. (e.s.)


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