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mercoledì 29 aprile 2015

Le mamme coraggio nella città in rivolta

Si metta il cuore in pace, chi ancora pensa che in qualche modo il «problema periferie» possa avere qualche tipo di sbocco nella trasformazione qualsivoglia dello spazio fisico. Corriere della Sera, 29 aprile 2015, postilla (f.b.)

A Ferguson il problema, oltre alla violenza degli agenti, era stato identificato nella mancanza di rappresentanza: sindaco e capo della polizia bianchi nel sobborgo nero di St Louis. Ma a Baltimora il sindaco è una donna di colore figlia di un venerato leader della battaglia per i diritti civili: una democratica che ha deciso di andare fino in fondo nell’accertamento delle responsabilità delle forze dell’ordine per la morte di Freddie Gray, giovane afroamericano morto il 12 aprile per fratture vertebrali patite durante l’arresto. E il capo della polizia — Anthony Batts, anche lui nero — ha già accusato i sei agenti che hanno arrestato Gray: responsabili quantomeno di omesso soccorso. Per questo è finito nel mirino del sindacato degli agenti.

A Baltimora, a differenza di Ferguson, la famiglia della vittima non ha soffiato sul fuoco della rivolta, chiedendo pace e proteste composte. I leader religiosi, compatti, hanno spinto la gente ad esprimere la loro rabbia in modo civile. E, quando sono cominciati i saccheggi, i pastori cristiani sono scesi in piazza: insieme ai capi musulmani di Nation Islam sono andati a tirare fuori i ragazzi neri dai negozi devastati, rimandandoli a casa.

Baltimora non è Ferguson. Eppure qui la rivolta è stata per certi versi addirittura peggiore di quella scoppiata nella cittadina del Missouri: saccheggi e roghi in pieno giorno, bande di ragazzi a volto scoperto, gang divise da un odio profondo che si alleano per tendere agguati alla polizia. E così lo stato d’emergenza, l’arrivo di soldati e blindati della Guardia Nazionale e il coprifuoco, si stampano come un marchio indelebile su una città gloriosa, con un grande retaggio storico e culturale, che dista appena 40 chilometri dalla capitale, Washington.

Perché? Una risposta viene anche dalle foto-simbolo della giornata di follia di questa metropoli del Maryland: madri afroamericane che si vanno a riprendere i figli, ragazzini nei loro hoodie — le felpe con cappuccio — neri. Hanno un’aria minacciosa, ma queste madri-tigre, dolorosamente diverse da quelle asiatiche che spingono i figli sul sentiero dell’eccellenza scolastica, li prendono per il collo: volano schiaffi, li allontanano a spintoni da saccheggi e roghi. Ragazzi cresciuti nell’abbandono degli slum , in famiglie spesso devastate. Molti di loro non hanno mai conosciuto l’autorità paterna. E le madri-lavoratrici, che tirano fuori le unghie con disperazione per cercare di evitare che si mettano nei guai, possono fare poco per non farli bivaccare sui marciapiedi del ghetto. Per evitare che la scuola sia solo un parcheggio senza speranza (ammesso che la mattina ci si presenti in classe).

Così il ponte sull’autostrada che collega la periferia di West Baltimore dove sorgono le Gilmor Homes, desolato quartiere di case popolari nelle quali è cresciuto Freddie Gray, col centro e la Baltimore University, anziché un collegamento, finisce per essere una frontiera. Di là il ghetto, di qua la società bianca e affluente. La distanza tra i due mondi non è solo di condizione economica, con povertà e disoccupazione che dilagano nei quartieri occidentali: i neri che hanno voglia di studiare e discrete capacità riescono a ottenere borse di studio e a laurearsi. Ma in un tessuto sociale così devastato, in quartieri infestati dalla droga e dalla disillusione, chi vuole emanciparsi deve avere una grande forza interiore: lavorare sodo senza una famiglia alle spalle e sfidare amici che lo trattano da «traditore», uno che aspira a una vita da bianco.

È anche per questo che, un anno dopo la creazione di una task force della Casa Bianca per affrontare i problemi razziali, le sommosse continuano a ripetersi e, ora, arrivano fino alle porte della capitale. Il primo comandamento distillato dai saggi di Obama: il poliziotto del Ventunesimo secolo deve essere un guardiano della società che difende l’ordine, ma è anche attento a conquistarsi la fiducia della comunità. Parole che non hanno diminuito la durezza degli interventi degli agenti negli inferni suburbani d’America: almeno dodici neri disarmati uccisi negli ultimi 18 mesi. E, mentre a Baltimora gli afroamericani dicono «basta», ad Annapolis — altra periferia di Washington, quella bianca delle accademie militari — si manifesta a sostegno della polizia che «fa un duro lavoro per proteggere i cittadini e non deve farsi intimidire».

postilla
Ci risiamo, con la questione periferie, e all’osservazione di Gaggi secondo cui «Baltimora non è Ferguson» si potrebbe automaticamente aggiungere che no, certo, e neppure la banlieu parigina, o i quartieri misti di Londra teatro dei saccheggi qualche estate fa, ogni caso è differente, ha caratteri propri salvo quella connotazione comune della «periferia». Riavvolgendo il nastro però salta anche all’occhio quanto parlare di periferia ed evocare le solite immagini di degrado edilizio e urbanistico possa essere fuorviante. Anche solo rivedendo brevemente i contesti citati, si tratta di luoghi e sistemi diversissimi sul versante della collocazione, dell’organizzazione, della qualità. Abbastanza estremo poi il caso di Ferguson, dove manca del tutto anche la solita scenografia dei palazzoni un po’ grigi e dei giardinetti spelacchiati da periferia standard. Il che dovrebbe di nuovo ribadire il concetto: se qualche architetto vuole riprogettare panchine e spazi pubblici, se qualche urbanista o sociologo vuole impegnarsi in processi di partecipazione e animazione su tematiche di degrado locale, niente di male, anzi. Ma sempre sapendo che il loro lavoro col «problema periferie» c’entra piuttosto marginalmente: non capirlo, non riconoscerlo, continuare a sfruttare quel disagio per dispiegare professionalità varie, potrebbe anche finire per fungere da cortina fumogena, e non è una bella cosa (f.b.)
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