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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

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sabato 28 febbraio 2015

A Venezia e nel Veneto non c'è solo la vecchia politica

Una replica e un'integrazione all'articolo del manifesto sulle elezioni amministrative. È possibile un'alternativa alla vecchia politica politicante dominata dal renzusconismo? c'è chi dice di si

L’articolo  di  Canetta e Milanese che il manifesto  di ieri ha dedicato a Venezia e al Veneto alla vigilia delle elezioni amministrative  offre, come abbiamo scritto presentandolo, una panoramica interessante sulla situazione pre-elettorale. Ma lo sguardo è rivolto quasi esclusivamente all'universo dei partiti e partitini che costituiscono i frammenti grandi e piccoli della sinistra storica, e la figura che emerge con maggiore evidenza come potenziale (e auspicabile) sindaco della città capoluogo è Felice Casson. Mi propongo di esporre le ragioni per cui non condivido una parte dell’analisi del manifesto.

Il racconto di Canetta e Milanese registra una prima, indiscutibile realtà: nel Veneto la destra è in frantumi, per la prima volta i degradati eredi della Balena Bianca (Forza Italia e la Lega) rischiano di perdere il dominio del Veneto. A Venezia, il recente lungo periodo commissariale, consentito se non addirittura promosso dal PD per concludere le operazioni immobiliari e mrcantilistiche  avviate dalle giunte di centrosinistra, ha reso più acuta la crisi della città  e meno sopportabile  il disagio di vaste porzioni della cittadinanza. Quale migliore occasione per cambiare, per costruire un altro Veneto e un’altra Venezia? A metà maggio si voterà per la Regione e per il Comune capoluogo, pochi giorni ci separano dalla presentazione delle liste elettorali. Il flusso degli eventi pre-elettorali scorre, ancora torbido e indecifrabile, tra due sponde. 

Da una parte il vecchio sistema dei partiti, attentamente esplorato da Canetta e Milanese. Nell’area che si oppone ai frantumi della destra domina la formazione maggiore: il vecchio centrosinistra (ma si può definire tale un raggruppamento nel quale di alternativo al renzusconismo manca del tutto?). Accanto ad esso i brandelli delle residue formazioni della sinistra storica, SEL e PRC, che sembrano preferire la rendita consentita dal vassallaggio al PD al rischio comportato dallo sciogliersi e di contribuire così alla formazione di un’alternativa radicale al  renzusconismo. Infine il M5S, cui Grillo comunicherà all’ultimo momento che fare.

Elemento di rilievo ancora ambiguo in questo quadro è la figura di Felice Casson, cui giustamente l’articolo del manifesto dedica particolare attenzione. Si tratta certamente di persona che - per la sua storia, le sue idee e iniziative politiche e culturali - sarebbe degna di rappresentare e governare, primum inter pares, la città. ma come hanno scritto Canetta e Milanese, si presenta «sotto il gazebo PD»: ha scelto di scendere in una competizione tutta interna allo stagno di quel partito infettato da troppi scandali e dal default del Comune (salvato solo dalle lotte dei suoi dipendenti). Lo si teme troppo caratterizzato per la sua partecipazione alle primarie sostanzialmente governate dal Pd) e ci si domanda quali prezzi dovrà pagare, o ha già pagato, in termini di programma e sua implementazione, o di posti di governi e sottogoverno. 

Sull’altra sponda si oppone o resta ancora incerto a imbarazzato il variegato fronte costituito dai comitati, movimenti, associazioni che hanno formato l’opposizione più consistente ai danni che il dominante sistema di potere ha provocato al territorio e all’ambiente, alle condizioni di vita, ai patrimoni comuni e ai diritti personali e sociali. Un fronte ancora disunito ma rappresentato da un amplissimo numero di gruppi (il comitato No grandi navi, citato nell’articolo del manifesto, è tra i più significativi ma non è certamente l’unico). Un fronte che ha manifestato la sua consistenza in alcuni grandi eventi regionali, come quello del 30 novembre 2013 che ha visto manifestare a Venezia migliaia di persone in rappresentanza di quasi 200 comitati e gruppi d’ogni pare del Veneto, o nel contributo di massa  e di creatività che il Veneto e Venezia seppero dare ai grandi eventi nazionali in tema di energia e di acqua.

L’articolo di Canetta e Milanesi dà scarso rilievo ai tentativi, in atto su questa sponda, volti a costruire un’alternativa reale al renzusconismo: a quella nefasta ideologia e prassi, squallida espressione italiana della globalizzazione del capitalismo neoliberista. Il renzusconismo ha palesemente a Venezia e nel Veneto la sua punta di lancia nella candidatura veneziana di Nicola Pellicani: uomo sponsorizzato da un pacchetto ricco di supporters che va da Massimo Cacciari a Giorgio Napoletano, dal mondo della finanza a quello dal padronato industriale,  e che ha avuto un robusto sostegno dal segretario-premier del Partito della Nazione con l’obolo del “salvavenezia”.

Le due iniziative  alternative più promettenti, e più "pulite" dalle compromissioni col sistema di potere dominante sono quella veneta, promossa dall’”Ecoistituto del Veneto Alexander Langer” e dall’associazione “Altra Europa-Laboratorio Venezia”, e quella veneziana di “Venezia cambia2015”, espressioni la prima di numerose iniziative politiche e sociali per la difesa del territorio e della democrazia, quella veneziana meno nota, caratterizzata da un ampio lavoro di analisi e proposta compiuto da un gruppo di intellettuali e di militanti nei movimenti di base.

Esse non hanno ancora trovato lo slancio necessario per raccogliere la maggioranza dei consensi che l’area del disagio sociale e morale e della diffidenza per la politique politicienne potrebbero esprimere. Sono di intralcio, soprattutto a livello regionale, le resistenze a impegarsi subito nella tenzone elettorale, in attesa delle decisioni dei frammenti della vecchia sinistra. Ma senza rompere i gusci delle vecchie formazioni della vecchia politica, e senza liberare i cittadini che vi sono racchiusi, sarà difficile costruire un’alternativa vincente al renzusconismo.     
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