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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 7 dicembre 2013

«Travolta la società di mezzo, ora il Quinto Stato riscopra il conflitto»

In una serie di neologismi artigianali, l'intervista a Aldo Bonomi ripropone modelli di società/territorio suburbaneggianti e pure confusi. Il manifesto, 7 dicembre 2013, postilla (f.b.)

«Negli ultimi vent’anni il capitalismo liberista dei flussi ha scaricato sui territori la sua forza e ha cambiato antropologicamente, culturalmente, economicamente e socialmente i luoghi – afferma Aldo Bonomi, direttore del consorzio Aaster e autore, tra l'altro, de Il capitalismo Infinito (Einaudi), a cui abbiamo chiesto un commento al 47 ̊ rapporto Censis - Questo processo ha in parte desertificato i territori. Oggi bisogna chiedersi se l'antropologia del locale, espressione del capitalismo molecolare basato sui distretti industriali, sia ancora in grado di reggere un simile impatto. Ne discuto spesso con Giuseppe De Rita del Censis. Ho l'impressione che l'antropologia basata sul campanile, sulla comunità, sui capannoni, sulla famiglia messa al lavoro («la famiglia Spa» l'ha definita il Censis) non basti più. Dentro la crisi dobbiamo prendere atto che quella che De Rita chiama la «società di mezzo», cioè le rappresentanze d'impresa, del lavoro, i comuni e le province, le camere di commercio, è sottoposta ad un processo di delegittimazione.

Da parte di quali soggetti? I territori sono prigionieri di una forbice. Dall'alto è in atto una virulenta lotta di classe da parte della Commissione Europea, della Bce, dell'Fmi, la Troika che non ammette l'esistenza di una «società di mezzo», ma solo quella del governo centrale. Dal basso, nei territori, riappare il lavoro servile, la servitù della gleba nei meccanismi di subforniture. Pensiamo a quello che è accaduto nel distretto del tessile a Prato, ad esempio. In più bisogna aggiungere la difficoltà da parte dei sindacati o della politica di tenere tutto insieme nell’uni- ca forma di lavoro salariato e normato a vita.

Bisogna restaurare la vecchia «società di mezzo» oppure individuare nuovi intrecci sociali e produttivi? Quali segnali ha raccolto a questo proposito nelle sue inchieste?Innanzitutto che non esistono più le certezze sulle quali il nostro racconto della società italiana ha puntato per anni. Dentro questi processi di decomposizione credo però che esistano filamenti di novità, che restano sospesi nel «non ancora», ma che non vengono raccontati né colti dalle istituzioni o dalle forze sociali tradizionali.

Quali sono queste novità? Sono almeno tre. La prima è data dal radicarsi del processo migratorio. Non c'è solo lo schiavismo di Prato, ma c'è anche un segmento di soggetti, privi di cittadinanza, che fanno impresa, innovazione, cambiamento culturale. Lavorano nei servizi, nel commercio, nella logistica minuta. Poi esistono eccedenze di saperi sui territori dove giovani specializzati e formati cercano di sviluppare saperi terziari. Io li chiamo «smanettoni», sono le nuove forme del lavoro autonomo di seconda generazione che uniscono l'artigianato alla tecnologia (i makers), si associano nei coworking, puntano sull'auto-impresa, creano comunità di mutuo-aiuto, di cura e di relazione. È dal- l'intreccio tra queste soggettività che bisogna ripartire per disegnare un nuovo equilibrio nei territori.

Qual è la differenza tra questa composizione sociale e quella che diede vita ai distretti industriali?
La storia dei distretti è la storia del lavoro autonomo di prima generazione che reagì alla crisi del fordismo. Formò l'ossatura della piccola impresa che si è auto-organizzata con le sue forme di rappresentanza. Oggi avanza una nuova composizione sociale. Credo che le tracce di speranza verranno dal racconto su come queste nuove forme sociali cercano di auto-organizzarsi con il mutualismo e lo scambio. Non hanno ancora una loro soggettività prepotente, ma cercano una nuova interlocuzione con la politica. In questa fenomenologia è possibile osservare anche come le imprese manifatturiere, cresciute nei distretti, si stiano contaminando con il Quinto Stato che cerca di conquistarsi uno spazio nella crisi.

Stiamo forse parlando di un'alleanza tra i perdenti del processo in corso?Certo. Sono i sommersi dal capitalismo liberista che ha distrutto tutto ciò che era in mezzo tra flussi e luoghi. Il vero problema oggi è produrre un conflitto e una resilienza che impongano limiti a questo capitalismo e lo cambi.

Questa coalizione sarà capace di praticare un simile conflitto?I lavoratori autonomi di prima generazione hanno dovuto creare un conflitto per sviluppa- re una forma di rappresentazione di sé. Prima di essere riconosciuta l'impresa molecolare c'era solo il lavoro salariato. Ci sono voluti vent'anni per riconoscere la Cig anche alle piccole imprese. Oggi questa è l'unica strada. Ci vuole il conflitto affinché una start up acceda al credito. Il conflitto è necessario perché ai precari e agli autonomi venga riconosciuto il Welfare. Se non sei garantito devi porti il problema su come garantirti una mutualità universale. Il Quinto Stato, nella sua eterogeneità, chiede proprio questo. Ci vorrà tempo per ottenerlo.

postilla
Cosa si può leggere, in questa ennesima rassegna di tutto e del contrario di tutto, a proposito di territorio, sviluppo locale e non, rapporti con globalizzazioni reali e vagamente evocate? Ad esempio, una generica confusione fra il modello socio-territoriale della famiglia impresa e quello della classe creativa metropolitana, sfrondata da certi schematismi alla Richard Florida prima maniera. Ovvero una generica confusione fra il tipo di sviluppo perseguito per anni e anni dalla Democrazia Cristiana d'antan, quello dell'interclassismo, senza fratture, e quello più onestamente conflittuale con cui invece si scontrano da sempre sia i protagonisti che gli studiosi impegnati a porsi davvero la questione, invece di inseguire metafore. Che servono a far pubblicità ai libri, oppure più sottilmente a confondere le acque, magari all'insaputa di chi le lancia a piene mani. Con almeno una precisazione: nel dibattito internazionale almeno si sanno distinguere chiaramente destra e sinistra, prospettiva suburbano-familista (dai Repubblicani Usa alla nostra Lega) e metropolitano-individualista (è quella di Richard Florida, da noi impera la confusione appunto). Per inseguirne una, con tutto ciò che si porta appresso, bisognerebbe almeno avere le idee chiare sulle alternative, e le ariose metafore pare aiutino poco in questo senso (f.b.)
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