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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 8 luglio 2013

Sette no ai Fori pedonali

Si potrebbe intitolare questa intervista, pubblicata dal Messaggero l'8 luglio,  "l'urbanistica di Luciano Canfora". E metterla poi nell'elenco di stravaganze e sciocchezze detto "stupidario". Noi invece la prendiamo sul serio, e nella postilla spieghiamo perchè.

«È molto più importante occuparsi delle periferie romane che delle zone pedonali nel pieno centro». Non usa mezzi termini Luciano Canfora, illustre storico e saggista italiano, profondo conoscitore della cultura classica, ordinario di Filologia greca e latina presso l'Università di Bari, che interviene a gamba tesa sul progetto di pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali.

Professor Canfora, cosa pensa del piano lanciato dal sindaco Ignazio Marino?
«Il mio pensiero si articola per punti: sette, tanti quanti sono i colli di Roma. Punto primo, mi sembra più opportuno che ci si occupi delle periferie di Roma piuttosto che di pedonalizzazioni del centro. E soprattutto un sindaco, presumibilmente di sinistra, dovrebbe avere una tale sensibilità. Punto secondo, i problemi del traffico non si risolvono con iniziative estetizzanti, cioè che inseguono la bellezza. Così come non si risolvono con iniziative estemporanee che rischiano di fare impazzire la circolazione stradale con conseguenze imprevedibili. Punto terzo».

Non ha fiducia nel piano traffico proposto dal Campidoglio?
«Infatti. Punto quarto, bisogna occuparsi forse dei tempi di percorrenza di chi va al lavoro usando un mezzo proprio, anziché creare difficoltà supplementari rispetto alle moltissime esistenti già, in una città come Roma».

In molti l’hanno definito un provvedimento demagogico o ideologico.
«Non mi piacciono questi termini. Direi più uno spot elettorale. Punto quinto, già ci bastano le bizze di Renzi col Ponte Vecchio a Firenze, non vorremmo quelle di Marino sui Fori Imperiali. Mi sembra tanto il desiderio di lasciare un segno nei secoli a venire».

Lei ama parlare con molta schiettezza, liquidando i giri di parole.
«Preferisco essere d’accordo con Lucrezio: usare poche parole per dire molte cose».

Il suo sesto punto?
«Se l’obiettivo esibito, o meglio ostentato, dal piano di Ignazio Marino è quello di salvaguardare il Colosseo dall’inquinamento da smog dovuto al traffico, il fatto stesso di far passare gli autobus nella corsia preferenziale dimostra che il problema non viene affatto risolto».

Molti studiosi, come Eugenio La Rocca, Cesare De Seta e Francesco Buranelli, hanno richiamato l’attenzione sui rischi per il Colle Oppio e il suo patrimonio archeologico.
«Ecco il punto settimo, un sindaco dovrebbe conoscere profondamente la città di cui diventa sindaco».

Pensa che Marino non la conosca?
«Temo di no. Prima sembra sia stato tanto in America. D’altronde la sua biografia non è ancora compresa nella Treccani. Ma quando andava in televisione e pontificava tanto sulle università, faceva solo confronti con l’America raccontando delle sue esperienze. Il mio è un sommesso pensiero, ma un sindaco deve poter vantare una profonda conoscenza sociale della città. È una legittima ipotesi: gli amici di Marino possono dire che è una malignità, ma è una constatazione di fatto».

E se le chiedessimo una considerazione su via dei Fori Imperiali, lontano da termini ideologici (che non le piacciono), ma almeno storici? Andrea Giardina riconosce piena dignità di monumento a questa strada.
«Sono d’accordo con Andrea Giardina, persona seria. Via dei Fori Imperiali non deve essere toccata. Analogamente dovremmo disfare i grandi boulevard di Parigi che furono fatti costruire da Napoleone III. L’intervento di Mussolini equivale alla stessa operazione urbanistica compiuta a Parigi, fa parte della storia urbanistica di Roma. Dire che si debba sbancare la strada mi pare un segno di infantilismo. La storia ha preso questa forma, non si può infierire sulla storia. Roma è una metropoli, non un giocattolo. Quando si fece la commemorazione dei primi 50 anni dell’Unità d’Italia, nel 1911, fu costruito il Vittoriano, una mostruosità. È come dire, abbattiamo l’Altare della patria e portiamo il Campidoglio alla forma che aveva prima. Demenziale».

Postilla
Stupisce molto questa intervista. Per un urbanista che conosce Roma e il “progetto Fori”, così come è stato elaborato nel corso da qualche decennio, il giudizio sul contenuto dell' intervista è sintetizzabile nella parola che la conclude: “demenziale”. Per un polemista che volesse contrapporre una sua frase a quelle di Canfora, all’affermazione che «un sindaco dovrebbe conoscere profondamente la città di cui diventa sindaco» la replica sarebbe: un intellettuale, anche quando parla fuori dal suo campo, dovrebbe conoscere con una certa profondità ciò di cui parla. Per direttore di questo sito la decisione sarebbe: ignoriamo quell’intervista oppure pubblichiamola nella cartella “stupidario”.  Per un appassionato lettore di molti libri di Canfora, tra i quali Demagogia, verrebbe da chiedere se la politica culturale di Renato Nicolini avesse giovato al centro contro le periferie o alle periferie contro il centro, o se avesse per caso giovato ad entrambe (alla città, che è una).
Ma abbiamo troppa stima per Luciano Canfora per ridurre il commento a una di queste possibili repliche. E allora ci domandiamo e domandiamo: ma che cosa è mai successo, e per colpa di chi o di che cosa, perché i saperi e i mestieri si siano così profondamente separati che chi opera all’interno di un campo non comprende che lavora nel campo vicino? Ci torna in mente quella frase di Lemontey citata da Marx in Miseria della filosofia alla quale qui rinviamo. E ci domandiamo poi, in particolare, che cosa mai dobbiamo e possiamo fare, noi urbanisti perché i nostri progetti siano compresi da tutti, quale che sia il campo nel quale operano e la profondità con la quale lo coltivano?  


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