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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 6 maggio 2013

I saperi antichi diventano patrimonio comune

La cosiddetta modernizzazione delle campagne in una prospettiva solo tecnologica forse non coglie in pieno il portato storico dei tentativi precedenti. La Repubblica, 6 maggio 2013, postilla (f.b.)

Da sempre sostengo che la rigenerazione dell’agricoltura avverrà grazie al dialogo tra saperi tradizionali e scienza “ufficiale”, soprattutto attraverso un utilizzo pieno e convinto delle moderne tecnologie. Per un contadino essere in rete non significa soltanto trovare un canale in più per collocare i suoi prodotti, ma essere il motore di scambi di esperienze, l’occasione di una formazione continua, di creazione di comunità più o meno virtuali che possono mettere in circolo tecniche, idee e soluzioni in grado di rispondere a diverse esigenze. Sia le nuove frontiere della scienza sia i saperi tradizionali riescono così a diventare argomento di dialogo, di arricchimento.

Lo stereotipo del vecchio contadino isolato dal mondo e un po’ ignorante, incatenato al suo fondo e senza capacità di interagire con gli altri, se non con i propri vicini, non corrisponde più alla realtà. Oggi i vicini di fattoria possono essere in altri continenti e le loro attività intelligenti e riuscite possono essere facilmente emulate da tutti. Anche il patrimonio di conoscenze delle università, di chi fa ricerca o delle associazioni di categoria può essere condiviso in tempo reale, senza il bisogno di percorrere centinaia di chilometri. Molti giovani contadini lo stanno sperimentando con successo e dimostrano che il ritorno alla terra non è una questione di poesia. Lavorare la terra, trasformare in cibo ciò che produce, essere imprenditori della natura e alleati con la natura è molto più gratificante e interessante che non perdersi in sfruttamenti da precariato perenne, magari proprio inseguendo
le nuove tecnologie.

Queste per i contadini “digitali” sono un mezzo e non un fine. Alcuni mesi fa fui coinvolto in una visita a un’oasi nel deserto in Marocco, dove una comunità di giovani produce marmellate di datteri. In un’oasi che sbocchi potevano avere? Grazie ai social network interagivano con le comunità marocchine a Düsseldorf e a Parigi e così riuscivano a piazzare tutti i loro vasetti. Senza questi strumenti ben difficilmente avrebbero potuto realizzare l’impresa, ma senza un’agricoltura antica, attenta a governare le acque nell’oasi, senza il sapere tradizionale di trasformare i datteri e le antiche varietà preservate avrebbero avuto ben poco da vendere. Non gli sarebbe bastata la Rete.

Postilla

Probabilmente Carlo Petrini, con la sua nota cultura contadina, non coglie il filo diretto che lega questa inedita versione della modernizzazione rurale ad altre precedenti. A chi si occupa di urbanistica non può sfuggire la perfetta analogia del ragionamento sul web del terzo millennio ad esempio con l'impianto concettuale delle Tre Calamite di Ebenezer Howard.  Ecco, ciò premesso, nel millennio dell'urbanizzazione planetaria questo tipo di “urbanizzazione virtuale” delle campagne attraverso la rete e la sua diffusione dei saperi andrebbe letto nelle medesima prospettiva. Quanto c'è di socialmente progressista, quanto di ambientalmente impattante, che rapporti città/campagna si vengono a delineare, e via dicendo? Ovviamente non sono questioni da poco, ma vanno poste (f.b.)
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