Il piacere di andare in piazza
Francesco Erbani
La piazza come "vuoto" che crea la città. Una mostra, un convegno e una Carta delle buone pratiche per tutelare il luogo della socialità per eccellenza. Da la Repubblica, 13 settembre 2007 (m.p.g.)
La piazza riprende il suo rango. È una specie di rivincita sui centri commerciali e sui borghi finto-antichi degli outlet, un riscatto dopo decenni in cui nessuno più le progettava, riducendole a quel che restava di spazio nelle città dopo aver innalzato edifici e tracciato strade. Un lavoro di ricerca durato tre anni, condotto da cinque università (lo Iuav di Venezia, il Politecnico di Barcellona, l'Università Jagellona di Cracovia, l'Aristotele di Salonicco e la Maison des Sciences de l'Homme di Parigi) con il sostegno della Comunità europea, sfocia ora in una mostra e in un convegno che si aprono oggi a Venezia, al Chiostro dei Tolentini, e che rilanciano la piazza come luogo principe della città pubblica, luogo avvolgente e ospitale, trascurato da quella parte dell'urbanistica del secondo Novecento che disegnava - e spesso continua a disegnare - l'espansione dei quartieri a misura della speculazione edilizia.
Il convegno, intitolato «Piazze d'Europa, piazze per l'Europa», si conclude con l'approvazione di una Carta delle piazze europee, un prontuario delle buone pratiche di conservazione e di progettazione (i restauri, le relazioni con il resto della città, gli usi compatibili, ma anche l'illuminazione, l'acqua, la pavimentazione, l'accessibilità, i materiali, il cablaggio, la vegetazione, il soleggiamento). Inoltre è stata elaborata una lista di sessanta piazze europee - dalla Finlandia alla Russia, dalla Gran Bretagna alla Polonia, all'Ungheria e alla Romania, dall'Italia alla Francia, alla Spagna e alla Grecia - rappresentative di buona concezione architettonica e urbanistica, ma soprattutto identificate come luogo di convivenza, di socialità e di creatività. E come simbolo di una città il cui senso è offerto dalla qualità degli spazi pubblici non mortificati dall'essere ritenuti terra di nessuno, oltre che dalla bellezza degli edifici.
La selezione dell'elenco è stata laboriosa, spiega Franco Mancuso, professore di Urbanistica a Venezia e, insieme a Luciana Miotto, coordinatore della ricerca, e ha lasciato fuori decine e decine di piazze meritevoli. La qualità monumentale o storico-artistica non è stata il criterio prevalente: non c'è piazza san Marco a Venezia, dove all'inestimabile bellezza corrisponde un uso turistico debordante, e figura invece piazza Erminio Ferretto di Mestre, fino a qualche tempo fa solcata dalle macchine che avevano sfigurato i suoi caratteri e ora risistemata, pedonalizzata e riconquistata come luogo di comizi e di concerti, ma prima di tutto come spazio accogliente, carico di senso civico e che ospita funzioni diverse, dal passeggio al mercato.
Il convegno è interdisciplinare, partecipano urbanisti come Mancuso o lo spagnolo Manuel Ribas, e storici come Bronislaw Geremek e Maurice Aymard, oltre a Fernando Caruso, che ha curato i rapporti con la Commissione Europea.
Da qualche anno, insiste Mancuso, le città del Vecchio continente riscoprono la piazza. Il fenomeno è sociale prima ancora che urbanistico e, a suo avviso, prende le mosse dalla Spagna del post-franchismo, Ma perché le piazze erano cadute in disuso? I motivi sono diversi: «Il piano urbanistico aveva perso la funzione del disegno complessivo e i progettisti avevano escluso la piazza dai loro interessi. Si erano assunti criteri quantitativi nell'espansione delle città, invece di preoccuparsi della qualità dello spazio». Questo è avvenuto in Italia, aggiunge Mancuso, ma non solo. «Nei grands ensembles in Francia, come nei nostri quartieri popolari, le nuove centralità erano gli edifici pubblici, le scuole, le chiese, molto meno le piazze, che per gli abitanti restavano quelle della città storica». Persino nella civilissima Amsterdam «si allestivano parchi bellissimi, giardini di vicinato, spazi per il gioco, strutture sanitarie efficienti, ottime piste ciclabili, ma niente piazze».
Se questo è successo nella capitale olandese, paradigma della corretta urbanistica, figuriamoci che cosa è potuto accadere negli inospitali insediamenti speculativi di Roma, Milano, Napoli, Palermo o Bari. Laddove si aprivano, le piazze apparivano come banali spazi vuoti, sprecati, oppure come l'effetto di esigenze commerciali ed erano separate dalle città da parcheggi, strade anulari e sovrappassi. Nulla di paragonabile alle vere piazze, che si sono costruite in Italia, ma anche in altri paesi europei, dal Trecento ai primi decenni del Novecento, dove si annodavano i tanti tessuti di una città: luoghi dotati di funzioni civili, come piazza del Campo a Siena o della Signoria a Firenze, politiche - tutte quelle su cui s'affaccia un Palazzo Comunale - ma anche religiose - le piazze del Duomo - e commerciali - le piazze Mercato o delle Erbe. Luoghi regolari o di forme strane, che interrompono il denso reticolo delle strade, facilmente accessibili, sulla sommità di un'altura o a valle di un pendio, con edifici monumentali o con opere d'arte, ma non necessariamente. Dall'età dei Comuni a quella delle Signorie, fino ai fasti barocchi e alla razionalità borghese otto-novecentesca, le piazze sono il fulcro o i fulcri della città. Cambia il modo in cui vengono adoperate, ma la caratteristica prima resta il multiuso.
«Le piazze delle città italiane, salvo poche eccezioni, restano quelle che la storia ha lasciato in eredità», aggiunge Mancuso. Ed è prevalentemente su queste che si sta lavorando cercando di renderle pedonali, per esempio - una condizione assolutamente indispensabile, dice l'urbanista. O rivedendo la pavimentazione, ammodernando i sottoservizi, usando materiali appropriati, riscoprendo l'acqua. Gli interventi che Mancuso suggerisce sono i più discreti possibili, orientati prevalentemente a sottrarre elementi poco congrui. Ma nella grande maggioranza dei casi l'unico precetto è: conservazione e restauro. Gli esempi di correttezza, segnalati da Mancuso, sono place Bahadourian a Lione, o le celeberrime place Vendôme a Parigi, plaza Mayor di Madrid, Staromestske Namesti a Praga, ma anche la piccola piazza della Libertà a Baia Mare, in Romania. Venendo all'Italia, ecco piazza Cavour a Vercelli, piazza Unità d'Italia a Trieste, piazza Santo Stefano a Bologna, piazza del Plebiscito a Napoli, svuotata dalle auto che la intasavano (e che ora qualcuno immagina di far tornare). Accanto a queste figurano piazza Roma a Carbonia, città di fondazione, costruita negli anni Trenta intorno alle miniere, piazza Vittorio Veneto a Galliate, provincia di Novara, o piazza Alicia a Salemi, nella valle del Belice, distrutta dal terremoto nel 1968 e che ora ingloba anche il rudere della Chiesa Madre, diventata la quinta scenica di un nuovo e al tempo stesso antico spazio aperto.
In Europa le piazze sono diventate un simbolo della riscossa democratica: oltre Madrid o Barcellona, Nowa Huta e Cracovia in Polonia, piazza della Repubblica a Belgrado. In questa rinascita le piazze sono lo sfondo non neutrale di molte iniziative. Per esempio incrociano l'effervescenza culturale dei Festival, come, in Italia, quello di letteratura a Mantova, di filosofia a Modena o di economia a Trento. Ma nel tempo sono diventate anche contenitori di arte contemporanea, sia con le installazioni temporanee, come in piazza del Plebiscito a Napoli, sia con opere fisse. «Ma l´importante è che l'arte non sia invasiva», segnala Mancuso, «come invece la statua realizzata da Costantino Nivola a Nuoro, oppure, più recentemente, la scultura, pur bellissima, di Mimmo Paladino che occupa tutta la piazza di Vinci: quella piazza è diventata essa stessa un'opera d´arte, ma ha perso la sua identità primordiale. Non è più il luogo della libertà dei comportamenti».

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