Foibe, gas e rimozione: gli italiani in Etiopia
Eddyburg
Una intervista di Anais Ginori ad Angelo Del Boca e una nota di Antonio Cassese su una turpe pagine di storia che l’Italia continua a rimuovere. Entrambi da la Repubblica del 23 maggio 2006


Del Boca: "Le stragi fasciste in Etiopia rimosse per volontà politica"
di Anais Ginori

Una strage dimenticata che riaffiora insieme agli orrori commessi dall’esercito italiano in Etiopia. La foiba abissina scoperta da uno studioso di Torino, Matteo Dominioni, e raccontata ieri da Repubblica, rilancia la polemica sui massacri commessi durante l’avventura colonialista di Mussolini. Tra il 9 e l’11 aprile 1939 a Debra Brehan, 100 chilometri a nord di Addis Abeba, furono fucilati e avvelenati con i gas centinaia di guerriglieri che si erano rifugiati in una grotta insieme alle loro famiglie. Donne, vecchi, bambini. Mille morti, almeno. «Ed è soltanto uno dei tantissimi massacri che devono essere pienamente indagati» racconta Angelo Del Boca, il maggior storico del colonialismo italiano che nel suo ultimo libro, Italiani, brava gente?, ha invitato l’Italia repubblicana ad ammettere i crimini di quegli anni.

Nel massacro di Debra Brehan furono usati contro la popolazione gas e persino lanciafiamme. Come spiegare una tale ferocia?
«Alla fine del 1938 la resistenza abissina era ancora fortissima e Mussolini era molto scontento di come stavano andando le cose nell’Africa Orientale. Il Duce voleva una repressione ancora più violenta. I gas iprite e fosgene furono usati in maniera continuativa durante la guerra».

Perché settant’anni dopo la nostra memoria rimuove ancora episodi come questo?
«La mia prima ricerca del 1966 sui massacri in Etiopia fu accolta in maniera disastrosa da gran parte del mondo politico. Non solo dai fascisti e neo-fascisti ma anche dagli ambienti conservatori per cui certe cose non si possono dire perché siamo, appunto, brava gente».

Adesso siamo pronti a riscrivere la storia?
«E’ un lento cammino. Fino agli Ottanta nei libri di scuola si parlava ancora di "battaglia di civilizzazione". Adesso la storiografia è più moderata ma certo non si fanno studiare ai ragazzi stermini come questo».

E invece ci sarebbero tanti altri eccidi da raccontare.
«Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di iprite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Uno degli episodi più gravi fu il massacro nella città santa di Debre Libanos dove nel maggio 1937 furono uccise quasi duemila persone, in gran parte preti, sacerdoti e pellegrini».

Pensa che il governo etiope dovrebbe chiedere un risarcimento?
«Credo sia impossibile. Alla fine degli anni Cinquanta, quando sono state ristabilite le relazioni tra l’Italia e l’Etiopia, il nostro governo costruì una diga e versò dei soldi come risarcimento. Non era certo una somma che pagava i 300mila morti della guerra ma fu comunque un atto simbolico».

Continuerà a indagare su questi crimini della colonizzazione?
«Per anni l’archivio del ministero degli Esteri è stato inaccessibile. Soltanto quando al centro di documentazione è arrivato Enrico Serra, un partigiano come me, sono riuscito a fare le mie ricerche. Lo Stato rende difficile il lavoro d’indagine sul colonialismo, ci sono ancora migliaia di faldoni intonsi proibiti agli studiosi. E chissà quante cose potremmo scoprire se solo ci fosse la volontà di fare luce sul nostro passato».

Il coraggio di indagare sui fantasmi del passato
di Antonio Cassese

Sul massacro di etiopi compiuto nel 1939 a Debre Birhan dalle truppe italiane il diritto ha poco da dire. La Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra e il Protocollo del 1925 sulle armi chimiche non si applicavano che alle guerre internazionali, mentre il massacro avvenne nel quadro di una guerra civile: la Potenza colonialista cercava di spegnere nel sangue un’insurrezione, in un territorio che, seppur conquistato a seguito di un’aggressione contraria al Patto della Società delle Nazioni, rimaneva tuttavia sottoposto all’autorità italiana, come territorio coloniale. E’ dubbio poi che le truppe italiane avessero violato le norme italiane, assai permissive in materia di lotta all’insurrezione. Le norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei civili in tempo di conflitto armato interno non esistevano ancora. L’unica conclusione amara per il giurista è che la sovranità degli Stati rimaneva ancora sconfinata e nessun limite era posto dalle regole internazionali all’arroganza e all’arbitrio delle grandi e medie Potenze. Consoliamoci pensando che da allora si sono fatti straordinari progressi, almeno sul piano della stigmatizzazione normativa e della criminalizzazione. Oggi quelle atrocità sono almeno vietate, e possono essere punite.
Che fare dunque, dopo la scoperta di questo specifico massacro? (altri sono noti e li ha documentati, tra gli altri, lo storico Del Boca). A mio giudizio una risposta dignitosa si potrebbe articolare lungo varie direttrici. Anzitutto, il Presidente del Consiglio dei ministri dovrebbe nominare una commissione di pochi storici, ma indipendenti e di grande valore (quale che sia la loro affiliazione politica o ideologica), perché esaminino con acribìa ciò che è avvenuto in Etiopia in quel periodo, e preparino una documentazione ed un’analisi rigorose. In secondo luogo, le nostre autorità dovrebbero diffondere nelle scuole una maggiore conoscenza del colonialismo italiano. Ad esempio, Del Boca si è chiesto più volte perché non venga proiettata l’inchiesta televisiva della Bbc "Fascist Legacy", acquistata e mai trasmessa. Il Governo italiano potrebbe poi costruire un museo della memoria, per documentare le azioni del nostro colonialismo ed il modo in cui sono stati sterminati circa 300.000 etiopi tra il 1935 ed il 1939.
Dovremmo inoltre destinare una somma considerevole per "risarcire" moralmente l’Etiopia. Non si tratta di pagare danni di guerra (tra l’altro, abbiamo già versato all’Etiopia sei milioni di sterline, contro i 184 milioni richiesti) o indennizzi alle vittime. Si tratta di un’opera spontanea ed unilaterale di espiazione morale, che potrebbe consistere nel costruire ospedali, scuole e strade in Etiopia, consentire a giovani di quel paese di ottenere gratuitamente un addestramento professionale in Italia, e prestare in Italia cure mediche sofisticate a malati gravi.
Infine, dovremmo ispirarci al modo esemplare con cui la Germania ha reagito al nazismo: a differenza ad esempio del Giappone, quel paese ha saputo scavare a fondo nel proprio passato recente, documentandolo, facendolo conoscere ai giovani, erigendo musei e monumenti alla memoria. Soprattutto, la Germania ha capito che uno dei modi più efficaci di riscattarsi dalle proprie colpe consiste nell’adoperarsi fattivamente perché né le autorità tedesche né altri Stati commettano in futuro quei crimini. E così la Germania ha adottato importanti iniziative internazionali per promuovere e diffondere la giustizia penale e prevenire e punire crimini contro l’umanità. Facciamo altrettanto, avanzando idee e proposte in sedi internazionali quali l’Onu, il Consiglio di Europa e l’Unione Europea. Daremo così un piccolo contributo allo sforzo immane, che la comunità internazionale sta da qualche anno intraprendendo, di evitare il ripetersi di crimini intollerabili.

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