Perché la mafia non è stata sconfitta
Giuseppe Di Lello
Bilancio amaro a vent’anni da Falcone e Borsellino. il manifesto, 24 febbraio 2012 (m.p.g.)
Ho iniziato a scrivere sul manifesto nel dicembre dell'88 con una riflessione sull'illusione della via giudiziaria alla sconfitta di Cosa nostra, indotta dalle condanne in primo grado del maxiprocesso ma sfatata dalla costante espansione del potere delle varie mafie dalle tradizionali regioni di insediamento all'intero Paese. Oggi, a distanza di tanto tempo e a venti anni dalle stragi del '92, quel giudizio è riconfermato da una miriade di inchieste giudiziarie.

A dispetto dei tanti trionfalismi sparsi a piene mani, specie in questi ultimi anni, dalla propaganda della destra berlusconiana e dai suoi principali cantori, gli ex ministri dell'interno e della giustizia Maroni e Alfano. Cade quest'anno anche il ventennale di Mani pulite con un'analoga similitudine sulla mancata rivoluzione legalitaria e sul peggioramento dello stato di corruzione politico-istituzionale. Sarebbe, però, sbagliato e profondamente ingiusto spingere queste constatazioni fino al paradosso di giudicare inutili o addirittura controproducenti quelle due stagioni, dell'antimafia e dell'anticorruzione, dato che proprio da esse discende un insegnamento che molti condividono: se si è fatto allora, si può fare anche oggi.

Avvicinandosi le celebrazioni in memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e dei tanti uomini e donne delle scorte, è bene mettere un argine al probabile fiume di retorica che si abbatterà su di noi e, alla luce degli insegnamenti del passato, cercare di ragionare con più serietà sul presente. Nell'opera di contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione, sia i metodi di indagine di Falcone e dei giudici milanesi che la legge Rognoni-La Torre per la confisca dei patrimoni illeciti, hanno fatto scuola in Italia e all'estero: basta leggersi la convenzione Onu sul crimine transazionale e corruzione sottoscritta a Palermo nel dicembre 2000. Qui da noi nei campi della giustizia e delle forze dell'ordine oggi possiamo contare, nonostante qualche inevitabile area grigia, sull'impegno indiscusso di questi settori della repressione.

Qualsiasi persona di buon senso si chiede però, e dovrebbero chiederselo anche Maroni e Alfano, come mai, a fronte dei tanti latitanti catturati, delle tante condanne, dei tanti patrimoni confiscati, dai tanti 41-bis, le mafie continuino a spadroneggiare e ad espandersi in modo impressionante nel resto del Paese, di pari passo all'espandersi della corruzione politica-istituzionale e dei latrocini di stato che, statisticamente parlando, hanno ricacciato nell'angolo le stagioni esaltanti dell'antimafia e di "mani pulite". Valgono per tutte le chiare considerazioni di Gherardo Colombo sulla adesione "culturale" di larghi strati della nostra società ad un sistema di illiceità diffusa che la repressione penale da sola non potrà mai sconfiggere. Repressione dovuta, senza dubbio, ma alla lunga inefficace se non si combatte con la dovuta determinazione questa deriva "culturale" che è la vera palla al piede del Paese e che il potere berlusconiano ha reso sempre più pesante con pensieri, legislazione e opere, proponendo un modello accattivante e, purtroppo, trasversalmente imitato.

Almeno sul piano della praticabilità, c'è però differenza tra i due tipi di repressione. Il vero contrasto alla mafia ebbe inizio nel luglio del 1982 con il rapporto di polizia giudiziaria contro Michele Greco più 160, mentre quello contro la corruzione è del 1992, con l'arresto di Mario Chiesa. Con una differenza non da poco: quest'ultimo "confessò" per poi, uscito dal carcere, andarsene come tutti i suoi simili tranquillamente in giro per la città, mentre i testimoni e i collaboratori di mafia venivano, e vengono, ammazzati a decine, per non parlare della mattanza di giudici, carabinieri, poliziotti, politici, religiosi, militanti antimafia, imprenditori ed altri della specie.

In questo intreccio tra mafie e corruzione la politica ha avuto e continua ad avere un ruolo "pedagogico" devastante, scaricando il contrasto all'illegalità su reati minori o inventati e, quindi, sulle fasce più deboli ed emarginate della società ed aiutando i potenti a continuare indisturbati nei loro affari di mafia e corruzione. Il carcere come tortura, la Bossi-Fini, la Giovanardi, la ex Cirielli, i reati di clandestinità da una parte, la impunità da prescrizione abbreviata, la corruzione agevolata con le opere pubbliche o i servizi nelle amministrazioni a qualunque livello, lo scudo per un riciclaggio più facile, l'evasione fiscale lodata dall'altra. Certo, per i mafiosi e i corrotti arrestati è prudente non muovere un dito (come dimostra la stabilizzazione del 41bis), ma per quelli rimasti fuori la piena operatività è assicurata proprio da un sistema di illiceità diffusa dentro il quale guazzano politica e malaffare: chi è dentro è dentro, ma chi è fuori può continuare ad agire indisturbato.

Il problema torna ad essere quello di una immoralità politica che è refrattaria all'opinione pubblica e non riesce a trovare sanzione nelle leggi. Molti i quesiti. È mai possibile che nei tanti casi di corruzione, finanziamento illecito o reati vari contro la pubblica amministrazione il problema sia solo quello della prescrizione del reato e che, cancellato il processo, si riacquisti la verginità politica? È ammissibile un sistema di controlli che consente a due amministrazioni regionali, in bilico per presunti brogli nella presentazione delle liste, di durare fino ad un giudizio che potrebbe arrivare a legislatura conclusa? È così difficile, per un governo seppur tecnico-bancario, ripristinare il falso in bilancio o abrogare la ex Cirielli e la prescrizione abbreviata, il reato di clandestinità o la Giovanardi, introdurre il reato di tortura che ci impone una convenzione internazionale e che lo stato surrettiziamente consuma in danno dei detenuti costretti ad una vita disumana? Uno stato di diritto dovrebbe modificare le leggi che riempiono le carceri di emarginati e svuotarli di detenuti che non riesce ad ospitare con un minimo di decenza, magari con provvedimenti di clemenza previsti dalla Costituzione.

Speriamo che questo governo non vada in giro a celebrare ricorrenze con le solite giaculatorie sul sacrificio dei giudici, sulla vittoriosa lotta alle mafie e alla illegalità e ciarpame simile, mentre mafiosi e corrotti impazzano su tutto il territorio: sarebbe un buon segno di discontinuità con il ventennio berlusconiano.

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