Urbanismo, carbone e bordelli
Fabrizio Bottini
Fine d’anno, si aggiustano le lancette dell’orologio, ma al comune di Milano il tempo si riaggiusta di quasi un secolo, probabilmente in meglio: il Piano Generale di Sviluppo
1923, a fine dicembre con Regio Decreto 2493 il territorio comunale di Milano aggrega una serie di circoscrizioni rurali confinanti, e raggiunge la massa critica minima, necessaria ma non sufficiente, a svolgere meglio il suo ruolo di capitale economica.
1925, l’assessore liberale all’Edilizia professor Cesare Chiodi delinea sulla rivista Il Politecnico gli obiettivi del grande concorso per il piano regolatore urbanistico: trasformazione edilizia e densificazione del tessuto esistente, espansione per quartieri coordinati innestati sui nuclei storici dei comuni aggregati; fasce e cunei verdi di interposizione e collegamento regionale; integrazione a rete tra le varie forme di mobilità, le funzioni insediate, la scala urbana e quella metropolitana.
1927, i risultati finali del concorso vedono vincitore un progetto spettacolare quanto vagamente schizofrenico, in cui da un lato la città viene completamente ricoperta da una griglia stradale che ritaglia lotti potenzialmente edificabili, proposti da accattivanti schizzi di architetture a metà fra lo stile moderno e quello tradizionale; dall’altro a quella griglia, bruscamente e inopinatamente interrotta ai confini comunali, si sovrappone una rete di trasporti che lega tecnicamente città e area metropolitana, individuando nodi di scambio, punti focali, centrali e decentrati.

Si scoprirà presto che il piano “vero” è quello della speculazione edilizia, pochissimo interessata all’equilibrio cittadino e metropolitano, ma solo a trasformare quei riquadri del piano regolatore in superfici edificate o edificabili. Delle varie linee metropolitane nessuna traccia per un paio di generazioni, e così pure del coordinamento a scala regionale, lasciato al massimo alla effimera buona volontà di partiti e singoli amministratori. Abbastanza ovvio, si potrebbe osservare: i cattivi solo nelle favole fanno una brutta fine, mentre nella realtà le cose vanno in maniera diversa. Ma c’è anche di mezzo l’idea di urbanistica che a quell’epoca (forse per forza di cose, forse per altri motivi) imperava, e di cui il succitato assessore era a suo modo uno dei campioni.

Un altro passetto indietro, 1926. Solo per citare ancora Cesare Chiodi, che estromesso dal suo ruolo di assessore dalla riforma fascista degli enti locali torna al lavoro di ingegnere urbanista e docente al Politecnico. Come ingegnere partecipa al concorso per il piano regolatore che aveva contribuito a istruire, e quasi naturalmente lo interpreta in modo coerente: schema regionale, coordinamento fra trasporti e insediamenti, quartieri su modello vagamente neighborhood unit separati da fasce e cunei verdi. Come professore propone sempre nel 1926 il primo corso di Urbanistica, che verrà attivato un paio d’anni più tardi. La cosa più interessante di questo corso, da un certo punto di vista, è la lettura comparata del programma di massima, pubblicato sulla rivista La Casa, con le idee professionali di un altro ingegner Cesare, quel Cesare Albertini capo ufficio tecnico al comune di Milano, che di lì a poco inizierà a tradurre in pratica i risultati del concorso per il piano regolatore.

Chiodi espone sistematicamente tutti gli aspetti tecnici dei trasporti, dell’edilizia, dei necessari riferimenti a discipline esterne, che un giovane dovrà affrontare per capire le basi dell’urbanistica moderna. Albertini, sempre su La Casa e nel 1926, si impegna invece a delineare quali sono gli interessi e le figure professionali attorno a cui si può costruire una specie di corporazione nazionale delle discipline della città e del territorio, magari prendendo come modello quelle che si stanno delineando a scala internazionale a partire dalle esperienze delle città giardino. Combaciano in parecchi punti, le idee dei due ingegner Cesare, probabilmente non solo per motivi di omonimia. Raccontano di una urbanistica rigorosamente inquadrata in tutto quanto concerne la produzione materiale della città, coordinamento a scala vasta, piani di massima urbani, programmi di attuazione e controllo dell’attività edilizia, trasporti, integrazione di aspetti finanziari e amministrativi. Manca qualcosa? Certo che si.

Manca arte di costruire le città, ovvero il contributo intuitivo dell’architettura, che per primo ha saputo, e non solo in Italia, cogliere il senso nuovo assunto dall’idea di progetto edilizio e sociale nella fase matura dello sviluppo industriale a cavallo tra i due secoli. È con questo decisivo e maggioritario tocco finale che, alla fine, si costruisce la figura dell’architetto-urbanista nazionale, il suo prestigio sociale, e insieme si iniziano a definire norme, leggi, ruoli, e immaginario collettivo in materia urbanistica. Tecnica, basi scientifiche, qualche dose di cuori lanciati oltre l’ostacolo, decisione politica in grado di sostenere la visione. Ma mancano ancora parecchie cose: dove stanno per esempio il carbone, o i bordelli, la raccolta della spazzatura, la gestione dei mercati rionali? Cosa vuol dire, che c’entrano con l’urbanistica? C’entrano, c’entrano eccome, almeno nel 1926.

I bordelli e i carretti del carbone, insieme a tante altre cose per nulla evanescenti ma sparite dal tavolo da disegno dell’architetto-urbanista, rispuntano nell’idea di città e urbanismo che propone un segretario comunale, Silvio Ardy. Perché se è vero che per approfondire le conoscenze è utile dividere e distinguere, al momento di decidere è indispensabile la sintesi, e non si può far sintesi credibile escludendo troppi fattori, semplificando oltre il dovuto. La città è case, strade, rotaie, condotti fognari, verde, ma è anche e soprattutto gente che va e viene su strade e rotaie da una casa all’altra, a fare varie cose fra cui anche riempire le fogne, scaldarsi col carbone, sfogare l’eccesso di testosterone al bordello, curarsi, studiare … Se l’orizzonte di una classe dirigente urbana è quello di “costruire il futuro di una città globale, coesa e protagonista di un nuovo sviluppo economico, sociale, culturale, intergenerazionale” pare difficile staccare il contenitore dal contenuto, e le due relative riflessioni, o peggio ancora lasciare il compito interamente alla discrezionalità della sola decisione politica.

O meglio: magari (magari) la cosa può funzionare in uno stato totalitario- corporativo come era o voleva essere quello fascista, non certamente in una società democratica e aperta come siamo diventati abbastanza faticosamente dopo. L’idea di urbanistica, di ruolo del piano regolatore “edilizio”, e di ruolo professionale, sociale, politico, dell’urbanista, così come si è affermata con notevole successo dai lontani anni ’20 in poi, sicuramente ci arriva oggi molto modificata, evoluta, complessa. Ma restano ancora parecchi strascichi dell’indecente esclusione di puttane e carbonai (insieme a tanti altri) dalla stanza dei bottoni, e ahimè ne paghiamo tutti le conseguenze. A Milano da cui si è fatto partire tutto, in questa fine d’anno 2011 si è approvato un documento a suo modo assai innovativo, il Piano Generale di Sviluppo. Sono poche pagine, solo apparentemente generiche, e che invece meritano una lettura attenta, di prospettiva. La citazione che chiude il paragrafo precedente è tratta da lì, come forse faceva intuire l’aggettivo “globale”, non ceto ripescata dal 1926.

Sicuramente non è un caso, se i primi due capitoli del PGS sono dedicati a urbanistica e trasporti. Il consenso ai vari livelli di una amministrazione quasi sempre si gioca in larga parte sul tipo di sviluppo locale che ha alla base trasformazioni edilizie e mobilità. Occupano quindi un abbondante spazio, non solo ideale, questi due capitoli, con sicura soddisfazione dei fantasmi dei due Cesari e di tutte le schiere dei loro discendenti, ma pare proprio scorrendo il resto che finalmente puttane, carbonai &Co. siano riusciti a rientrare dalla finestra. Nel senso che, dalle premesse agli sviluppi sino alle conclusioni, il PGS pare proporsi come contenitore di neo-urbanismo in cui l’interpretazione politica, vuoi conservatrice o progressista nelle varie sfumature che si possono immaginare, non significa arbitrio. Non può significare, cioè, tanto per fare un esempio, lasciar libero corso a un aspetto (il mitico “sviluppo del territorio” di recente memoria) contando su un effetto traino generalizzato. Gli edifici oggi si giudicano anche da quanto carbone fanno consumare, no? Il fatto che lo si pronunci in inglese non cambia la sostanza.

Ma a questo punto, dopo una specie di chilometrica “introduzione”, meglio lasciare campo libero alla lettura diretta del documento, allegato di seguito. Per chi non le avesse mai lette, alcune delle idee del secolo scorso citate, e di sicuro interesse ancora oggi, stanno lì ad aspettare eventuali curiosi nella cartella Urbanistica, Urbanisti, Città.

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