Risposta a Viale. Qualcosa deve pure crescere
Valentino Parlato
Avendo molta stima per Guido Viale, non posso non apprezzare le sue osservazioni critiche a proposito dell'intervista a Pierluigi Ciocca, apparse sul manifesto del 16 giugno scorso. Viale scrive che i passaggi sulla crescita in quell'intervista lo lasciano piuttosto perplesso e, riferendosi a me, osserva che la crescita è un «concetto largamente screditato e che non lo sviluppo può essere un obiettivo, ma il governo, o meglio, l'autogoverno dei processi economici». Nel contempo Viale precisa di non essere fautore della decrescita di Latouche, ma trova che la crescita è un concetto povero di contenuti, inutilizzabile nelle situazioni di crisi, quando a essere messi in forse sono redditi e posti di lavoro.

Vorrei provare a rispondere. In quell'intervista si trattava dell'attuale grave crisi italiana che colpisce redditi e posti di lavoro attraverso cali di produzione e produttività. Concretamente la nostra non era un'apologia della crescita in sé e per sé, ma si riferiva a una situazione concreta. Quindi sono d'accordo con Viale che bisogna parlare di crescita in situazioni concrete e con riferimento a obiettivi specifici.
Insomma, la crescita va concretamente determinata, ma non credo che sia un obiettivo da bandire. Se la popolazione mondiale cresce, se i bisogni degli umani aumentano bisogna pure che qualcosa cresca. Cresca certo in condizioni e con obiettivi determinati, ma proprio non vorrei che i pregiudizi sulla crescita ci portino a una irrealistica apologia della decrescita. O a una sua supina accettazione. Ma anche Viale è contrario alla decrescita.

Postilla

È sempre utile guardare che cosa c’è dietro le etichette delle parole. Chi critica la “crescita” (sia spinto o meno da ragioni diplomatiche a dubitare sull’utilità del termine “decrescita”) critica un determinato modello di economia e di società: quello capitalistico, che riduce ogni bene a merce, che cancella il valor d’uso assumendo come unico valore quello di scambio, e che è condannato a produrre (e vendere) la maggiore quantità possibile di merci, indipendentemente dalla loro utilità umana e sociale.
Chi critica la “crescita”, riassumendo in questo termine quei contenuti, critica un modello che ha prodotto storicamente benefici e disastri, ma che ha ormai dimostrato di essere distruttivo per l’intero pianeta e per l’umanità che lo abita (rinvio ai numerosi scritti di Piero Bevilacqua, di Carla Ravaioli, di Guido Viale e a quelle di economisti “classici” come Claudio Napoleoni e di economisti contemporanei come Giorgio Lunghini, raccolti su queste pagine).
Questo sistema è in crisi. La questione è: come uscirne? Come accade da qualche secolo le risposte possibili sono due: aggiustandone i meccanismi, oppure trasformandolo radicalmente.
È la vecchia polemica tra “riformisti” e “rivoluzionari". Ma il secondo termine si è arricchito, nel secolo scorso, di un concetto nuovo: il “gradualismo”, cioè le trasformazioni (le “riforme”) nel quadro di una prospettiva di modifica radicale del sistema. Se si leggono con un po’ di attenzione numerosi degli scritti sul capitalismo, l’ambiente, l’economia, il lavoro inseriti in eddyburg egli ultimi mesi si troveranno numerose indicazioni su ciò che è possibile fare fin d’ora per uscire dalla crisi senza confermare il meccanismo perverso della “crescita” indefinita e fine a se stessa, ma preparando (sperimentando) elementi di un modo nuovo di vivere e governare la produzione e il consumo, l’ambiente, l’economia, il lavoro – e la vita quotidiana. Si veda ad esempio, oltre agli scritti di molti degli autori citati, l’eddytoriale 144.(e.s.)

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