Le trasformazioni di Roma Fame da Lupa
Fulvio Bertamini
«Il prg 2008 è nel cassetto, mentre si pensa a sviluppare l’housing in nuove aree. Azzannando ancora l’Agro». Un ampio resoconto su Costruire, novembre 2010
Il nuovo piano regolatore? Nato moribondo dopo 15 anni di gestazione e approvato dal consiglio comunale nel febbraio 2008, solo due mesi prima dell’avvento dell’era Alemanno, reso instabile dalle lotte intestine alle maggioranze di centrosinistra che l’avevano elaborato – le due giunte di Rutelli e le due Veltroni (1993-2008) – ha ormai l’encefalogramma piatto. Alcuni suoi organi – l’impianto normativo e il sistema perequativo – sono già stati espiantati, il resto probabilmente verrà sepolto in un cassetto. Sono altri gli sviluppi che interessano il futuro di Roma, che galleggia fra le visioni elettorali di Alemanno – il piccone risanatore nelle periferie pubbliche del Corviale o di Tor Bella Monaca, la voglia di grattacieli – e molto più concrete occasioni di business, come il progetto della Formula 1 all’Eur, la candidatura per le Olimpiadi del 2020, il ridisegno del waterfront di Ostia.

Nel presente, il problema più serio è la questione abitativa, a Roma vero e proprio nodo urbano. La capitale conosce fenomeni d’altri tempi: continua a macinare residenze (in media 10 mila all’anno) accumulando forti quote di sfitto e invenduto, mentre 2 mila famiglie vivono in abitazioni occupate. Il centro storico e la città consolidata, del primo Novecento, perdono abitanti (300 mila negli ultimi dieci anni), mentre ingrassano i comuni di prima, seconda e terza cintura, ben oltre il Raccordo anulare, al punto che c’è chi parla ormai di periferia regionale. Sul suo territorio sterminato – 129 mila ettari, dieci volte l’estensione di Milano – insistono 114 quartieri di edilizia pubblica dove vivono 600 mila abitanti, nati anche per sanare la prevalente periferia abusiva. Ovunque i servizi sono carenti. Nello sprawl urbano favorito dalla presenza dell’Agro, grande riserva di aree, oltre che di archeologia e natura, anche il traffico rappresenta “una patologia urbanistica”, come spiega Walter Tocci, vicesindaco e assessore alla Mobilità nelle giunte Rutelli (1993-2001). Nel bel libro “Avanti c’è posto” (Donzelli editore) Tocci scrive: “Se analizziamo, ad esempio, le strade bloccate regolarmente tutte le mattine, come la Cassia o la Prenestina, constatiamo flussi di traffico non impossibili, poco sopra le 1.000 auto/ora, alla portata di autobus capienti e frequenti. Se in quelle condizioni si arriva alla saturazione significa che non è un problema di quantità, ma di cattiva disposizione degli elementi nello spazio”. Inevitabile in una città dove – ricorda sempre Tocci – l’abusivismo è stato “il vettore della grande espansione novecentesca, […] il catalizzatore dei processi, la forza propulsiva che va oltre le prime borgate pubbliche, oltre i confini del piano del 1931 e di quelli del 1962, che travolge […] il tentativo di contenimento della cosiddetta ricucitura degli anni Ottanta, fino a contaminare l’ultimo piano del Duemila”.

Ma a chi importa davvero sistemare questo blob edilizio a bassissima densità? La classe imprenditoriale, costruttori compresi, cura legittimamente i propri interessi, ad ampio spettro per pochi grandi (come Francesco Gaetano Caltagirone, affaccendato in partecipazioni bancarie, giornali, muncipalizzate), di medio o piccolo cabotaggio per quasi tutti gli altri. E l’amministrazione pubblica, tendenzialmente, si adegua. “In Italia, e anche a Roma, ha sempre inseguito gli interessi privati. Meglio: li ha sempre assecondati, ricevendone una risposta funzionale alla propria sopravvivenza. Questi sono i rapporti di forza in campo”. Parole condivisibili e un po’ sorprendenti, visto che a pronunciarle è l’attuale assessore comunale all’Urbanistica Marco Corsini, un tecnico che conosce bene i meccanismi della politica: “Nelle grandi città le scelte urbanistiche fondamentali sono compiute dal sindaco, con cui si relazionano i grandi poteri. L’assessore è solo un attuatore, a Roma come a Venezia”, dove Corsini è stato assessore ai Lavori pubblici della giunta Costa. Sarà per questo che Alemanno è sommerso da visioni così irraggiungibili? Fra i suoi sogni pare esserci anche l’eredità politica di Silvio Berlusconi. In fondo, ci hanno provato anche Francesco Rutelli (2001) e Walter Veltroni (2008) a sfruttare il Campidoglio per tentare l’assalto a Palazzo Chigi, interrompendo con le rispettive legislature processi molto importanti: per esempio l’approvazione del prg, che come ricorda Domenico Cecchini, assessore all’Urbanistica di Rutelli, poteva essere varato comodamente entro la scadenza naturale del mandato, nel 2003. Perché se è vero che l’urbanistica è politica, nella capitale della politica italiana questo è vero due volte: una iattura, per la città e anche per i candidati premier (sempre perdenti). Alemanno ci pensi: la maledizione della Lupa incombe.

Ma c’è un’altra partita politica molto importante in corso, quella per Roma Capitale. Dopo l’approvazione del primo decreto legislativo la città ha ufficialmente acquisito un nuovo status giuridico. Ma sarà il prossimo dlgs, se mai vedrà la luce, a portare in dote la ciccia, ovvero le nuove competenze di scala metropolitana: sacrosante, date le dimensioni territoriali in gioco. In palio c’è probabilmente troppo, compresa la funzione urbanistica (che la Costituzione affida alle Regioni) e la valorizzazione paesistica e dei beni culturali. Se l’operazione andasse in porto cambierebbe il peso di Provincia e Regione, che rischiano di trasformarsi, rispettivamente, in un ente di testimonianza e “in un buco con un po’ di territorio intorno”, come afferma efficacemente l’urbanista Vezio De Lucia. Dire che i presidenti Zingaretti e Polverini siano contrari all’ipotesi è un eufemismo. Volano coltelli anche a mezzo stampa e viene sollevata l’ipotesi (non infondata) di incostituzionalità della norma. E qui torniamo alla domanda iniziale: chi ha cuore davvero le magagne di Roma? A chi interessa la gestione efficiente del suo malconcio territorio? La sensazione è che la speculazione edilizia non sia la peggiore delle malattie. La speculazione politica è pure peggio.

Adagio con il piano


La struttura del prg è costruita su tre elementi cardine. Anzitutto la cosiddetta cura del ferro, basata su un accordo di programma fra Comune, Provincia, Regione e Fs, che prevede “la la prosecuzione delle attuali linee metropolitane A e B – ricorda il presidente dell’Inu Federico Oliva, uno dei superconsulenti del piano – l’introduzione di due nuove linee, C e D, e tre passanti ferroviari di superficie che utilizzino la rete esistente di Rfi. Il tutto articolato sulla cintura ferroviaria, che a Roma è poco più ampia delle mura aureliane e ancora incompleta nella parte nord”. Gli enti coinvolti si sono impegnati a finanziare un’operazione da 12 miliardi di euro, in grado di servire la metà dei cittadini. Seconda gamba del piano, il nuovo sistema del verde: la rete ecologica, formata da parchi, aree naturali e territori agricoli, “copre il 68 per cento del territorio romano”, spiega Domenico Cecchini, che diede impulso alla prima fase del prg. Terza gamba: il policentrismo. Accantonata l’idea di Luigi Piccinato, che nel piano del 1962-65, per decongestionare il centro storico, aveva disegnato lo Sdo, sistema direzionale dell’area orientale ove decentrare i ministeri, si privilegiò una nuova visione: “Si prese atto che il territorio di Roma è metropolizzato – sostiene Oliva – caratterizzato da insediamenti da 100-150 mila abitanti, vere e proprie città, e si pensò di addensare sui nodi del ferro tutte le nuove previsioni, creando nove centralità: alcune nuove, altre già esistenti, come Tor Vergata. Qui dovrebbero essere realizzate non residenze, molto presenti nel contesto territoriale, ma funzioni urbane di qualità e attività produttive”. Per centrare l’obiettivo si utilizza lo strumento della perequazione/compensazione: vengono riconosciuti i diritti edificatori maturati nel precedente prg, ma i proprietari sono chiamati a esercitarli nelle nuove polarità o comunque a tiro di ferro. A questi si aggiunge “una limitata previsione di nuova edificazione, pari a circa 400 mila stanze”.

La scelta di riconoscere i diritti edificatori del piano del 1962 scatena l’opposizione interna al centrosinistra, che non fa che riverberare in chiave politica (l’asse Rifondazione-Verdi contro il resto del centrosinistra) la spaccatura tecnica maturata all’inizio degli anni Novanta all’interno dell’Istituto nazionale di urbanistica fra il gruppo di Federico Oliva e Giuseppe Campos Venuti (altro padre del piano di Roma) e il gruppo Polis (Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, fra gli altri). Il piano viene accusato di determinare una nuova colata di cemento in città, “pari a 64 milioni di metri cubi”, quantifica Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. Vezio De Lucia accusa il prg “di essere privo di qualunque elaborazione sul dimensionamento, poiché a fronte di un incremento volumetrico complessivo pari a circa il dieci per cento dell’esistente – tutto sommato ragionevole – corrisponde un aumento del 35 per cento della superficie occupata”. E ricorda che Italia Nostra, di cui è consigliere nazionale, incaricò l’avvocato amministrativista Vincenzo Cerulli Irelli (“Un ex democristiano, non un sovversivo”) di presentare un parere pro veritate in cui venne chiarito “un principio che noi urbanisti di vecchia scuola conoscevamo già molto bene: l’edificabilità è data dal piano e il piano la toglie, i diritti edificatori non esistono”. Paolo Avarello, già presidente dell’Inu e docente di Urbanistica a Roma 3, sottolinea che “il prg, che voleva essere uno strumento innovativo, ha ereditato in effetti il passato”. Compreso il problema dei rentier “che hanno già pagato le tasse sulla proprietà di terreni edificabili: tornare indietro sarebbe molto difficile, oggi, così come espropriare”. Se non si riconoscono le previsioni edificatorie pregresse, ragiona Avarello, c’è il rischio fondato di paralisi da contenzioso.

In ogni caso, alla perequazione si affida il compito di realizzare il nuovo. Cui bisogna aggiungere il cosiddetto contributo straordinario connesso al rilascio del permesso di costruire: “Le norme tecniche del prg – sottolinea Cecchini – prevedono che il plusvalore derivante dalle decisioni urbanistiche debba tornare alla città attraverso una contribuzione straordinaria pari al 66 per cento”. La norma era stata affossata dal Tar del Lazio, ma è stata ripescata il primo settembre scorso da un pronunciamento del Consiglio di Stato. La decisione è stata salutata con grande favore dall’assessore Corsini: il Comune, del resto, aveva difeso in sede giudiziaria il prg. “Adesso vedremo se l’amministrazione Alemanno avrà la forza di esigere il contributo straordinario”, chiosa uno scettico Cecchini.

Ma che cosa vuol fare l’amministrazione capitolina del prg? Una fonte interna che ci chiede l’anonimato conferma che sul tema centralità non si sta muovendo foglia. Corsini ammette che si sta ragionando su un loro “ripensamento funzionale”. Si consideri poi che il primo atto urbanistico della giunta Alemanno, maturato subito dopo l’insediamento, è stato un bando per il reperimento di nuove aree ove realizzare 30 mila alloggi di edilizia residenziale, snobbata dal prg, almeno secondo il Campidoglio. Sono pervenute 300 proposte, “ma vi daremo seguito – afferma Corsini – solo dopo aver esperito altri strumenti, dalla densificazione al recupero di superfici pubbliche all’interno degli sviluppi urbanistici, dall’acquisto e vendita di immobili ai cambi di destinazione d’uso. Perché non vogliamo consumare altro territorio. Quel che manca sarà oggetto di una variante al prg, che verrà presentata forse entro il 2011”.

Le politiche di Alemanno sull’housing sono contestate da Cecchini e da Daniel Modigliani, alla guida dell’Ufficio di piano al momento dell’approvazione del prg, che sottolineano come “trasformare aree agricole in edificabili serve solo alla speculazione fondiaria, non a dare case a chi è effettivamente in condizioni disagiate”. Perché il problema “non sono le aree, ma i finanziamenti pubblici necessari a costruire le case sovvenzionate e a ridurre i prezzi delle convenzionate”. In ogni caso, secondo Cecchini e Modigliani, basta dare corso ai 35 piani di zona già approvati e ad altre disposizioni del piano per realizzare nei prossimi cinque anni “non meno di 10 mila alloggi in aree già previste come edificabili dal prg”. Senza consumare altro Agro o attentare ulteriormente a parchi intorno a Roma, fra cui quello dell’Appia Antica, che nei sogni del giornalista e scrittore Antonio Cederna e dell’ex soprintendente ai Beni archeologici Adriano La Regina avrebbe dovuto essere valorizzato e unito al cuore della città eterna. Un progetto bellissimo e cancellato, con via dei Fori imperiali oggi ridotta ad arteria di scorrimento viario verso l’ingorgo mefitico di piazza Venezia. Ma questo è un altro discorso.

Tornando all’housing sociale, va tenuto presente che trattasi di tema sensibile. È stato uno degli slogan forti della campagna elettorale di Alemanno: da qui tanta fretta nell’approcciarlo. Del resto, dal mondo dei costruttori – con la benedizione preelettorale di Francesco Gaetano Caltagirone, le cui rare parole pesano come pietre – e dal popolo delle periferie sono venuti molti voti per il sindaco. Il resto è poesia, o quasi. L’analisi di Corsini non lascia adito a dubbi: “Condividiamo il sistema di regole del prg, non gli aspetti operativi. La realtà corre ben più velocemente delle previsioni del piano, che è privo di una visione strategica. Inoltre sono maturate altre riflessioni, che ci hanno portato a investire sul waterfront di Ostia, sulla candidatura alle Olimpiadi del 2020, sul riutilizzo delle aree che erediteremo con il federalismo demaniale, sulla realizzazione dei nuovi stadi per Roma e Lazio, sulla pista di F1 da realizzare all’Eur. E così il prg è entrato fisiologicamente in crisi il giorno dopo l’approvazione”. Anche la cura del ferro sarà annacquata: “Nessuno ha intenzione di fermare questo processo, data la sua tempistica per ere geologiche”, continua Corsini. Ma nel frattempo, per cautelarsi, la giunta ha presentato un nuovo piano della mobilità. Sostenibile, va da sé.

Consigli per gli acquisti

Archiviato il prg, si pensa ad altro. Secondo Paolo Berdini, docente di Urbanistica all’Università Tor Vergata, “l’amministrazione comunale, attraverso l’uso dell’emergenza legata ai grandi eventi, sta cercando di definire il nuovo volto della città, depotenziando un piano che non condivide. E per centrare l’obiettivo sta orientandosi su altri progetti”. Per esempio i nuovi stadi per le squadre di calcio capitoline, veri e propri pezzi di città. Quello della Lazio, per esempio, è un complesso polifunzionale di “seicento ettari, fuori dal Raccordo anulare, al 90 per cento del costruttore Gianni Mezzaroma”, suocero del proponente Claudio Lotito, in una zona – lungo la strada Tiberina, al confine con il Comune di Fiano – che per “l’80 per cento fa parte dell’agro romano vincolato” (da “La colata” di Garibaldi Massari Preve Salvaggiulo Sansa, editrice Chiarelettere). Anche la location individuata per il villaggio olimpico a Tor di Quinto, in un’area piena di vincoli, lascia perplessi. Passare da un piano anche criticabile (e criticato) a una visione così puntiforme può sembrare espressione di una visuale un po’ limitata, magari provinciale, almeno per una grande città. Ma va considerato “che questa non è Milano – spiega Antonello Sotgia, dello studio di architettura Marchini Sotgia – qui i grandi sogni che si rincorrono sono soprattutto grandi slogan”. Qui nel dna ci sono borgatari e palazzinari “e Alemanno ha compreso che la città con cui dover fare i conti è questa, è fatta di allontanamenti forzati delle comunità rom e di progetti/eventi capaci di apparecchiare e rendere possibili i soliti esercizi di rendita”. E ora, con Roma Capitale “e i poteri assoluti che con questa legge vorrebbe assumere”, il gioco potrebbe cambiare. “Veltroni era costretto a rivolgersi al migliore offerente – continua Sotgia – prefigurando un piano regolatore delle offerte in cui leggere le normative tecniche come consigli per acquisti. Alemanno oggi, quando parla di abbattere case e palazzi, spostare persone, ricostruire edifici secondo precisi modelli estensivi, non parla da urbanista e neppure solo da sindaco, ma da nuovo ingegnere istituzionale”.

Nell’attesa dei nuovi poteri, “seduce le periferie giocando sul loro male di vivere. E deve dare una risposta ai piccoli costruttori, che l’hanno sempre appoggiato”. E che sono prodighi di suggerimenti su come intervenire nello sprawl. La relazione che il presidente dell’Acer Eugenio Batelli ha presentato nel corso dell’ultima assemblea dell’associazione dei costruttori romani, alla fine di settembre, batte molto sul tema. Per esempio, negli “insediamenti nati spontaneamente”, da Montespaccato a Vermicino, da Infernetto a Centocelle, è consigliata la sostituzione edilizia, “ma gli incentivi attualmente previsti dal piano casa regionale non garantiscono il necessario riequilibrio economico”. Batelli chiede dunque un premio di almeno il 60 per cento della cubatura, andando oltre le pur generose previsioni del piano Polverini, che sta ritoccando la legge varata dalla giunta Marrazzo ma si ferma, nello specifico, al 50 per cento. I costruttori sanno che tocca a loro colmare la “mancanza di risorse” che ha impedito di mettere mano al problema periferie, anche perché in cassa il Campidoglio ha soprattutto un mare di debiti: “Il Comune di Roma deve sostenere fino al 2043 il piano di rientro dal dissesto finanziario”, sottolinea Batelli. Sicché prova a dettare qualche condizione: “Negli interventi di edilizia agevolata del secondo piano peep (edilizia economico-popolare, ndr) a Castelverde, Torraccia/Casalmonastero e Muratella” si richiede di densificare i piani “nelle aree extra standard non utilizzate”. Discorso analogo sia per i piani di recupero urbano meglio noti come articoli 11, per i quali Batelli propone “di riconsiderare le destinazioni d’uso non residenziali ormai superate, reperendo così contributi straordinari necessari per il completamento delle opere pubbliche”, sia per i print (piani di recupero integrato), per i quali sollecita “premi di cubatura adeguati all’onerosità degli interventi”.

Nuove aree e nuovi incentivi per nuove case. Quanto al ridisegno dei grandi complessi pubblici di stampo collettivista – come li ha definiti Alemanno – Batelli non si azzarda: sa che l’impresa è titanica. “La riqualificazione delle periferie non deve certo cominciare dai quartieri di edilizia residenziale pubblica – afferma l’ambientalista Lorenzo Parlati – dove i problemi sono di carattere sociale, non urbanistico. Meglio puntare sugli insediamenti abusivi”. Lì c’è trippa per gatti: “Un terzo di Roma è sorto così. Oltretutto si tratta di edilizia privata, in cui un intervento privato di riqualificazione, favorito naturalmente da un piano comunale in grado di mantenere l’interesse pubblico dell’operazione, potrebbe avere senso e dare risultati importanti”. Aggiunge il presidente dell’Ordine degli architetti di Roma, Amedeo Schiattarella: “Sono d’accordo con il principio di fondo: l’amministrazione deve poter demolire e riabilitare intere parti di città. Il caso del quartiere Giustiniano Imperatore – parzialmente ricostruito dopo gravi problemi di dissesto, ndr – dimostra che l’operazione è complessa, ma si può fare. Coinvolgendo anche i privati, naturalmente. Che però, nella fattispecie, devono essere portatori anche di valori generali. Ci vuole un progetto serio, insomma, che può essere garantito soltanto dallo strumento concorsuale”. Schiattarella chiede quindi l’avvio di una stagione di concorsi, meglio se di progettazione, perché quelli di idee “spesso restano nel cassetto”. E riferiti non solo al ridisegno delle periferie, ma a tutti i futuri sviluppi della capitale. A cominciare dalla riconversione delle aree ex demaniali. Ben consapevole che il passo, finora, è stato diverso, con rari monumenti contemporanei – dal Maxxi di Zaha Hadid alla teca dell’Ara Pacis di Richard Meier, che ora forse perderà il suo muretto – nel deserto dell’architettura. Sullo sfondo, il mare di sprawl, di cui Roma è capitale. La Lupa non ha ancora perso il vizio e finché c’è Agro, c’è speranza.

box 1 - Densificare, non consumare



Dal 2002 al 2008 la popolazione di Roma è cresciuta del 7 per cento e supera i 2,7 milioni di abitanti, ma nello stesso periodo i residenti della Provincia, esclusi quelli della capitale, sono aumentati del 17 per cento, mentre nella cintura romana l’incremento ha raggiunto il 23 per cento. Elementi che evidenziano “come la crescita di Roma ormai avvenga essenzialmente fuori dai confini comunali”, soprattutto lungo la direttrice nord, grazie alla presenza del collegamento ferroviario Fiumicino-Orte. “Roma cresce a Orte” è infatti il titolo della prima di una serie di ricerche sviluppate in questi ultimi anni dalla facoltà di Architettura dell’Università Roma tre, coordinate dal docente di Progettazione urbanistica Giovanni Caudo. Un lavoro che fornisce una ricca documentazione di dati e che consente di comprendere le dimensioni della questione abitativa romana, “che intreccia dinamiche di complessità urbana”, afferma Caudo. I numeri sono impietosi: a Roma gli sfratti sono numerosissimi (uno ogni 220 famiglie nel periodo gennaio-dicembre 2008) ed è tornata di moda la pratica delle occupazioni, che dal 2002 al 2008 hanno fornito una risposta abitativa a 2.500 famiglie, mentre nello stesso periodo i numeri di alloggi di edilizia economico-popolare assegnati dal Comune di Roma sono stati circa 1.700. La risposta alla domanda abitativa resta dunque molto debole. La città si sviluppa nelle periferie anche oltre il Gra, a cavallo del quale un milione circa di romani ogni mattina si muove per raggiungere il centro della città. Un inferno. Al quale però si può rimediare. Anche perché è possibile intervenire con una densificazione edilizia mirata, anziché continuare nella pratica dello sprawl. La capitale si è sviluppata a bassa densità: ogni abitante dispone di 230 metri quadrati di aree urbanizzate, un valore sei volte superiore a quello di Parigi. Per invertire la tendenza, il gruppo di ricercatori di Roma tre ha svolto un ragionamento sulle aree che insistono sull’attuale sistema di ferrovie e metropolitane, ovvero sui nodi di scambio, compresi quelli in corso di trasformazione. “E abbiamo scoperto – afferma Caudo – che nelle zone centrali già oggi vi sono ettari di superficie sottoutilizzata, destinati magari a ospitare solo parcheggi a raso”, come a Tordivalle. Le strategie elaborate indirizzano in questi ambiti (11 in tutto) la localizzazione di residenze, servizi, funzioni direzionali e amministrative: gli interventi di densificazione consentirebbero di realizzare 7.800 alloggi e una superficie utile non residenziale pari a 286 mila metri quadrati. Un altro ambito d’intervento potrebbe essere il completamento del piano di edilizia economico-popolare di Roma, il più grande d’Italia, che in 40 anni ha prodotto 114 piani di zona con una dotazione di standard ancora insufficiente (-18% rispetto alle previsioni, 423 ettari in tutto). “Si tratta di una quota importante del territorio comunale – afferma Caudo –composta da centinaia di aree, di scarto e di interstizi, che ricadono nel perimetro dei singoli piani di zona, molti dei quali all’interno del Gra, già raggiunti dalle infrastrutture e dalle opere di urbanizzazione. Una dote che l’amministrazione comunale potrebbe considerare per la formulazione di un nuovo progetto per la città”. Anziché consumare nuovo suolo.



box 2 - cittadinanza attiva



Capire “che la città non esiste più, che è esplosa, ha perso il suo tessuto di relazioni sociali”. Ma anche comprendere “quale altri spazi si vanno creando, quali nuove realtà genera l’impatto urbano su paesaggi storici, agricoli, in contesti marginali, in villaggi che non conoscevano la metropoli”. Lorenzo Romito è un progettista dell’associazione Stalker, realtà che da sempre coniuga architettura e sociale, in passato molto impegnata in lavori nei campi rom e al Corviale. Racconta un percorso molto interessante, che da uno spunto conoscitivo legato alle mille periferie di Roma sta sviluppando un percorso di aggregazione e cittadinanza attiva. “Il nostro primo tentativo è stata l’esplorazione di Campagna romana. Abbiamo formato otto gruppi, nei quali erano sempre presenti un urbanista, un fotografo e uno scrittore, e abbiamo percorso a piedi le principali direzioni regionali: cinque giorni di marcia per intercettare i processi che produce quella che ho definito l’Oltrecittà. Parlare di città oggi significa fare riferimento a una dinamica di relazioni centro-periferia che mi pare superata. Mi sembra che stia emergendo qualcosa di nuovo e cercare di capirlo può forse significare la possibilità di indirizzare lo sviluppo. Se si riesce a visualizzare questa trasformazione e se gli abitanti riescono a coglierla, forse da loro stessi possono venire spunti, pratiche, idee per rovesciare le dinamiche attuali”. Chi ha detto che la periferia è solo marginale, ragiona Romito. E lo dimostra con una seconda esperienza, Primavera romana (2009): ancora una lunga camminata, stavolta attorno al Raccordo anulare, accompagnata dall’esplorazione di tutte le realtà presenti, “dai campi rom agli orti urbani, dai comitati di quartiere che lottano contro la speculazione edilizia alle occupazioni”. L’esplorazione ha dato origine a una mappatura e la cartografia è stata messa online, a disposizione di tutti. Primavera romana è stata replicata quest’anno successivo: la ricerca questa volta si è concentrata in quelle che vengono definite le sette città fuori porta, ovvero “nelle periferie consolidate – Prenestino-Casilina, Ostiense, Trionfale, il Salario, il Nomentano, il Tiburtino – che ormai, con la musealizzazione del centro, sono l’unico residuo di città esistente, dove ci sono dialogo, confronto, conflitto sociale”. Qui è forte il tema del riuso delle grandi strutture pubbliche abbandonate, “dal mattatoio agli ospedali – continua Romito – spazi centrali attorno ai quali si sono formate le sette città e che sarebbero il luogo da cui ripartire per ridisegnare questi ambiti, sottraendoli alla speculazione futura o all’oblio. Reinventarsi un’articolazione dei luoghi, riferendosi alle comunità esistenti e alle problematiche comuni, è un modo per visualizzare un disegno amministrativo della città”. Un tema forte, tenuto ancora sottotraccia perché il punto per Romito “non è esprimere idee e visioni, ma condividere la consapevolezza dei problemi, assecondando un passo più lento, che però produce maggiore coinvolgimento e partecipazione attiva”. Da qui nasce, il mese scorso, l’ultima iniziativa, l’autoconvocazione degli Stati generali della cittadinanza, che nasce “per mettere assieme comitati e movimenti, aggregando esperienze importanti ma spesso autoreferenziali, condividendo pratiche, facendo comprendere l’interdipendenza dei problemi”. Una sorta di rete che, se riuscirà a formarsi, è destinata a diventare un soggetto politico attivo, sulla scia delle esperienze maturate in altre città (a Venezia per esempio, vedi Costruire n. 326). “Roma nasce in un luogo di passaggio lungo il Tevere – afferma Romito – come aggregazione di villaggi che stringono un patto di cittadinanza per trasformare un’area conflittuale in uno spazio condiviso. Se la città non ritroverà questa sua marginalità strutturale e continuerà a vivere di rendita, propagandando l’idea imperiale e un po’ fascista di centro, è destinata a perdere forza e identità”.



A proposito dei ”Diritti edificatori" vedi il parere pro veritate di Vincenzo Cerulli Irelli e il documento "Forse che il diritto impone di compensare i vincoli sul territorio?" di Edoardo Salzano.

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