Un po’ di conti sulla casa
Lodo Meneghetti
I rom, privi di un’abitazione che non sia una baracca ...
I rom, privi di un’abitazione che non sia una baracca accomodata alla meglio, sono cacciati di campo in campo. A Milano si sono susseguiti gli sgomberi mentre è bloccata la consegna di quindici appartamenti di edilizia pubblica già assegnati mediante contratti regolari. Ai rom è negata la casa popolare, che intanto è impedita a un ben maggior numero di famiglie che aspirano a un’abitazione decorosa a prezzo proporzionale al reddito.

In questo novembre 2010 ripenso al novembre di cinque anni fa quando una grande manifestazione di popolo a Roma fece improvvisamente riscoprire l’esistenza di un problema che il diffuso e menzognero ottimismo berlusconiano faceva credere risolto. La questione delle abitazioni giaceva sepolta sotto la massa delle case in proprietà (il 71 % al censimento del 2001). Le famiglie non proprietarie sembravano una minoranza troppo debole, perciò, sosteneva anche la sinistra, il tema non sfondava nella politica. Sorprese allora il successo del grande corteo di inquilini che occupò le strade di Roma rilanciando slogan di trentasei anni prima sul diritto all’abitazione gridati durante lo sciopero generale per la casa.

Era, quel novembre 2005, un momento difficile per chi non poteva contare sulla protezione di un buon alloggio in proprietà o in affitto equo e duraturo: sfratti facili, non più ostacolati dalla legislazione sociale, mercato banditesco comandato dalla speculazione edilizia, prezzi in aumento, precarietà anche degli affittuari di alloggi pubblici in via di privatizzazione (cartolarizzazione). Ma il fuoco della protesta si spense, né si è ravvivato negli anni successivi per la scarsa condivisione se non l’insofferenza della politica e dell’opinione pubblica; anche perché il problema della casa, oggi, può essere percepito come collegato a quello dell’immigrazione (4,5 milioni i residenti stranieri) e, si sa, quando si tratta di extracomunitari o di romeni il sentimento nazionale non è esente da disinteresse intriso di razzismo.

Proviamo a ricominciare da qualche dato statistico. Come si distribuiscono oggi la proprietà e l’affitto? Ha ragione Berlusconi che ha assegnato più volte alla prima l’80%? Ben nove punti in più rispetto alla percentuale del 2001. Aumento improbabile poiché la popolazione totale, in minimo aumento per due decenni (56.557.000 unità nel 1981, 56.885 nel 1991, 56.995 nel 2001), ha avuto un balzo dal 2001 al 2009 (+ 3.350.000) dovuto esclusivamente al saldo migratorio positivo. Non è plausibile un nesso fra questi due aumenti (proprietà e immigrazione); invece lo è una relazione fra immigrati e case in locazione. Tuttavia, nel gioco delle stime, prendiamo in parte per buono il ritornello di B., riconosciamo che la tendenza all’acquisto sia un segno permanente, ma inevitabilmente rallentata dalla stessa altezza della proprietà, e valutiamo che l’attuale percentuale di abitazioni possedute dagli occupanti sia del 75%.

Affitto (o altri titoli simili) al 25% vuol dire in valori assoluti circa 6.250.000 abitazioni. Una minoranza le famiglie locatarie, ma tanto ampia da rendere il mercato delle affittanze, oggi, in regime di prezzi liberi, molto appetibile per investimenti. Chi possiede alloggi ha meno convenienza a vendere che affittare. Le famiglie di lavoratori sono vittime dei costi sproporzionati e delle condizioni abitative forzatamente ristrette. Non hanno possibilità di scelta essendo il tipo di abitazione strettamente dipendente dai redditi familiari, ora stagnanti o addirittura in diminuzione.

Intanto perdura, né avrà mai fine, il fenomeno dell’enorme quantità di abitazioni non occupate. Se applichiamo lo stesso aumento percentuale delle abitazioni occupate, 15%, rispetto al dato del 2001 di 5.640.000 unità (e saremmo cauti giacché numerosi indizi mostrano che quella delle seconde case è la porzione del mercato che si è espansa di più), risultano quasi 6.500.000 alloggi, 21% del totale come nel 2001. Non tutti sono alloggi secondari, una parte minoritaria corrisponde al «vuoto» specialmente per l’affitto che le mie precedenti stime indicano in 5-6 punti (seconde case 15-16%). Nelle grandi città questo indice non corrisponde alla reale utilizzabilità perché le case inabitate comprendono quelle tenute apposta fuori mercato dalle immobiliari per produrvi maggior tensione così da tenere alti o far aumentare i prezzi delle case affittabili. Analogamente a come avviene nel mercato del lavoro, quando gli imprenditori restringono l’occupazione generando disoccupazione in modo da far crescere la pressione dell’offerta abbondante di mano d’opera sulla scarsità di domanda da parte dell’impresa, così da tener bassi i salari.

A Milano, la città che ha inventato i sistemi urbanistici e edilizi più «moderni» per liberare più speculazione e più rendita, gli appartamenti vuoti al momento del censimento 2001 erano 50.000. Ora la stima corrente è di almeno 60.000 (p. es. Luca Beltrami Gadola, arcipelagomilano.org), entità che comprende una larga fetta di «vuoto artificioso», se così si può dire. Nonostante la crisi i prezzi non diminuiscono e il mercato è chiuso a chi non abbia un guadagno sicuro e molto superiore alla media dei redditi da lavoro, quando poi è sempre più difficile usufruire del cumolo fra almeno due redditi. Il prezzo di 1.000 euro/mese per due buone stanze è quello usuale fuori dal centro e da altre zone pregiate. E non è di 1000 euro/mese il salario medio del lavoratore precario (a progetto, a termine, a chiamata, eccetera). Intanto è pressoché sparito il compito svolto dagli istituti per l’edilizia pubblica.

L’Iacp, diventato da anni Aler (Azienda regionale per l’edilizia residenziale – eloquente l’abolizione dell’aggettivo popolare e l’introduzione di azienda) è impegnato soprattutto a privatizzare il patrimonio e a lasciar marcire situazioni di degrado, di abbandono, persino di gestione criminosa. Il Comune di destra, altrettanto, non esprime alcun interesse a intervenire nel mercato, coerentemente ai principi ultraliberisti fautori della massima deregolamentazione dei rapporti in ogni campo, lavoro e casa soprattutto.

In una diversa condizione politica e culturale, come potrebbe darsi, dopo la disastrosa vicenda della giunta Moratti, con una nuova amministrazione milanese guidata dal vincitore delle primarie del centrosinistra, Giuliano Pisapia, si potrebbe «tornare indietro» e ricostituire i ruoli originari di un istituto per l’edilizia residenziale pubblica, in meno e vecchie parole: per le case popolari.Da destinare all’affitto e non alla vendita né all’assegnazione a riscatto. Scrive Vezio De Lucia «Con Pisapia superiamo il “rito ambrosiano”» (in eddyburg, 16 novembre 2010). Vuol dire cancellare l’attuale Piano di governo del territorio (ammesso che sia approvato prima delle elezioni) nel quale il problema della casa è del tutto trascurato e adottarne uno diverso incentrato sulla domanda sociale, in primo luogo quella dell’abitazione commisurata ai bisogni di chi lavora. Come fossimo nell’immediato dopoguerra (è una guerra quella combattuta dal municipio reazionario contro i ceti privi di alti redditi), quando Piero Bottoni pubblica il mirabile progetto La casa a chi lavora, «l’assicurazione sociale per la casa» (Görlich, Milano 1945).

E perché non ritenere possibile che dopo Berlusconi un governo di centrosinistra possa varare una legge di disciplina degli affitti richiamandosi al limite delle forme d’uso della proprietà (articolo 42 della Costituzione)? «Il fatto che il costo dell’abitazione rimanga […] elemento di profonda e generale discriminazione sociale rende attuale il richiamo al limite generale del diritto di proprietà qualora si accerti che una delle forme di proprietà oggi diffuse [, quella dell’abitazione,] è l’ostacolo a un miglior godimento individuale del bene casa» (Renzo Stefanelli, La questione delle abitazioni in Italia, Sansoni, Firenze 1976, p. 29).

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