La doppia morale che regola sesso e mercato
Michele Serra
Come in pochi decenni il mondo si è capovolto. Una riflessione intelligente su la Repubblica del 16 febbraio 2004.
Se dovessi spiegare ai miei figli perché da giovane ho sbagliato tutto (analisi e previsioni), partirei da due notizie di questi giorni. Che sono l’una il perfetto completamento dell’altra, lo yin e lo yang della sconfitta della mia generazione, o peggio, della sua riduzione a parodia delle precedenti.

La prima notizia è che il candidato John Kerry (buon ultimo di una lunga lista) rischia la Casa Bianca perché, dicono, ha fatto sesso fuori dal matrimonio. La seconda notizia è che la multinazionale alimentare Monsanto ha brevettato il frumento con il quale in India si fa il pane. Incrociando i due dati, trovo l’esatto ribaltamento dei presupposti sui quali, in gioventù, avevamo fondato, in parecchi, la speranza di diventare degli adulti migliori di quanto siamo poi effettivamente diventati.

Rimangono sostanzialmente inalterati, nonostante lo sfrenato consumismo erotico o forse anche in virtù di quello, i fondamenti della morale sessuale, la sacralità della Famiglia, le gabbie arrugginite che con tanta goffa (e spesso patetica) fatica si cercò, nei Sessanta e Settanta, di forzare, «fate l’amore non la guerra», Porci con le ali, Reich e Bataille letti male ma letti, e la sequenza finale di Zabriskie Point con i frigoriferi che esplodono, gonfi di ipercibo, e decine di giovani coppie nude che si abbracciano nel deserto silenzioso, datatissimo sogno erotico, e umanistico, di un tempo sepolto per sempre. Viceversa sono dissolti, ridicolizzati quei vincoli e quei limiti alla sfrenatezza economica, alla concupiscenza mercantile, che ci parevano i soli leciti e indispensabili per preservare equità e diritti, per proteggere i deboli e contenere la protervia dei forti.

Si può brevettare, dall’alto di un grattacielo di cristallo, il pane di un popolo povero (e presto l’acqua e l’aria) senza che nessuno, qui da noi, nell’Impero del Companatico, avvampi di vergogna. Ma l’adulterio resta capo d’accusa di uno sconcio impeachement popolare, della cupa forca moralista sempre eretta sulla piazza mediatica americana. Il controllo collettivo dei mezzi di produzione fu l’utopia (malamente abortita) del Novecento, trionfa al suo posto il controllo collettivo dei mezzi di riproduzione, le tracce di sperma di Bill Clinton sull’abitino della sciagurata Monica sono agli atti dell’eterno maccartismo sessuale, e le vecchie agendine di John Kerry, con gli appuntamenti sentimentali, gli bruciano nelle tasche come e più di qualunque altra forma di eventuale corruzione politica.

Ci spiegano, quelli che sanno, che non è l’adulterio in sé, è la menzogna a turbare l’opinione pubblica del Paese-guida. È una giustificazione che contiene in sé un’altra e ben più evidente menzogna: non è affatto vero che siano le bugie a scuotere e disgustare gli elettori d’Occidente, i Capi hanno mentito ripetutamente, senza troppi danni, sulle armi di Saddam, mentono abitualmente sul lobbismo affaristico che spesso ne anima le mosse politiche (trasparente solo sulla carta: nessun legislatore occidentale si presenterebbe ai suoi elettori dichiarando che questa o quella legge è stata scritta a vantaggio dei suoi "trasparenti" finanziatori, o peggio dei propri porci comodi personali), mentono oppure omettono di intervenire sul gigantesco ring della sopraffazione economica planetaria, del wrestling finanziario e borsistico, dell’assolutismo monopolistico malamente contenuto dalla foglia di fico dell’antitrust (vedi Bill Gates).

Sono solo le omertà sul sesso quelle che fanno gridare alla menzogna, nel Primo Paese del mondo libero: dunque non è la menzogna in sé, è l’immagine sessuale del candidato il vero casus belli, è l’incrinatura di quei ridicoli presepi familiari esposti così impudicamente nelle convention, con il Padre virtuoso, la Moglie e Madre devota, figli e figlie costumati e sorridenti. Il puzzo di ipocrisia, di melassa propagandistica che si sprigiona da quella retorica familiare, è profumo per le narici delle folle. Che un marito esemplare possa anche essere, in politica e nella vita, un gran figlio di puttana, è duramente provato dalla prassi di tutti i secoli e di tutti i Paesi, chissà quante Collecchio ci sono, laggiù nel Far West. E chissà, viceversa, quanti bigami, o donne avventurose, potrebbero gestire o già gestiscono con maggiore probità la cosa pubblica.

Che strano, beffardo destino ha avuto quella vecchia parola magica così di moda nei dintorni della mia lontana adolescenza, «liberazione». Si è inverata a tutti i livelli soltanto nelle cose economiche, libero è il mercato, liberissimi i mercanti, sempre più libera da vincoli sindacali la compravendita della forza lavoro, addirittura libertino lo spirito con il quale il mondo ricco vive la sua orgia finanziaria, senza regole, senza censura, con appena qualche gemito di indignazione delle anime buone (preti, cantanti rock, dame premurose, marxisti in pensione, io) quando si scopre che a cucire i palloni e le scarpe sono i bambini di lande lontane e poverissime, però sottratti, almeno, per la premurosa sollecitudine del libero mercato, al traffico d’organi o all’affitto sessuale dei nostri schifosi turisti in andropausa.

Brilla la Cina, a comprovare quanto possibile, e gloriosamente funzionale, sia la convivenza tra libertà economica e repressione dei diritti individuali. Un paradosso esemplare, che mette a nudo, nella forma quasi parodistica di un Marxismo-Liberismo insieme dittatoriale e apertissimo alle carte di credito, l’attuale condizione mondiale della Morale: l’individuo è libero di fare soldi, secondo il suo talento e la sua fantasia, e nessuna pulsione economica può essere giudicata perversa o "contronatura", le unioni tra cordate le più spurie, tra interessi i più incestuosi, non sono oggetto di dibattito come le unioni tra omosessuali. Deve esistere un misterioso e onnipotente Clero, da qualche parte, che ha deciso in conclave che la Grazia arride a chiunque dimostri di meritarsela guadagnando o speculando o sfruttando, Dio è comunque con lui. Di tanta liberalità, ben poche tracce sono arrivate a lambire la libertà di spirito e di corpo. Audience pasciute mostrano il pollice verso al candidato adultero. La forma del pene di Bill Clinton è stata analizzata in pubblico dibattimento, in mancanza di altre ogive mai reperite nei deserti iracheni.

Per il peccatore occidentale non c’è lapidazione, come nell’Islam più atroce, ma l’ostracismo sì, quello è sempre in agguato. E la scena finale di Zabriskie Point meriterebbe un remake (satirico? realistico?): non copule di giovani amanti nudi, in quel deserto, ma strette di mano tra consiglieri d’amministrazione in abito blu (gli stessi del film, che hanno deciso di invecchiare con ben altra sceneggiatura?). È questo il solo ritratto oggettivo della Libertà nell’epoca di John Kerry, della Monsanto, della guerra in Iraq, cioè dell’epoca anche vostra e mia.

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