Eddytoriale 141 (13 maggio 2010)
Eddyburg
E un mare di piccole resistenze e reazioni nei luoghi più sensibili della società, ancora divise e ciascuna chiusa in se stessa. Unico segno d’una possibile reazione di massa, virtualmente capace di contare là dove si decide e di spostare equilibri di potere, è oggi il movimento per la restituzione dell’acqua alla collettività. Ma non basta. E domani è troppo tardi.

Non da oggi è iniziata la privatizzazione dei beni comuni. Come rivelano le analisi di Stefano Rodotà e di Ugo Mattei essa è il portato storico del sistema capitalistico-borghese. É stata frenata nel Nord del mondo, nel corso del “secolo breve”, dai mutati equilibri di potere tra possessori dei mezzi di produzione e possessori della forza lavoro: il welfare state ha introdotto anzi nuovi pezzi di beni comuni. Ma la fase più recente della nostra storia ha visto riprendere aggressivamente lo slancio all’appropriazione privata di ogni specie di bene comune: dal processo delle decisioni all’energia, dalla formazione dell’uomo alla sua salute, dalla conoscenza all’arte e alla cultura, dal paesaggio all’acqua. In Italia, sul terreno specifico dell’urbanistica e della politica, la ripresa della privatizzazione dei beni comuni ha avuto il suo inizio negli anni del doroteismo e del craxismo, con l’affermazione dell’”urbanistica contrattata” contro l’urbanistica democratica – dell’urbanistica degli interessi privati contro l’urbanistica delle decisioni pubbliche.

Nei lunghi anni del berlusconismo il processo ha raggiunto un’accelerazione vistosa, e ancora più rapido prosegue in questa stagione di crisi. Si approfitta anzi della crisi per afferrare quanto più è possibile dei patrimoni pubblici ereditati dalla storia, e insieme quelli costruiti nei decenni appena trascorsi con il contributo di tutti. Non è solo una rapina ad personam, causata dall’avidità personale e diretta ad accrescere il potere di questo o quell’altro dei soggetti che la promuovono e la attuano. É una rapina ideologica: si vuole accrescere la quantità di beni che, essendo comunque sottratti alla collettività, di questa diminuisce il potere. Meno Stato, e più potere per ciascun proprietario: la moltitudine dei piccoli proprietari è utile per proteggere i più grandi e potenti, per metterli al riparo dall’eventuale ripresa di uno Stato garante degli interessi collettivi.

Le iniziative del governo per l’attuazione del “federalismo” costituiscono un passo gigantesco di questo processo. Non si sa precisamente in che cosa consistano, quale o quali provvedimenti sono stati stilati e saranno approvati (ad occhi chiusi) dagli organi legislativi. Esistono indiscrezioni, testi di “letteratura grigia” ma non privi di ufficialità cui si può fare riferimento. É tipico dei regimi totalitari che la prima risorsa a essere negata sia l’informazione, formita prima che si decida?

In nessun altro paese del mondo sarebbe stato possibile pensarè ciò cui si riferiscono gli articoli che raccogliamo dalla stampa e inseriamo in eddyburg (per esempio, quelli di Sensini, di Settis, di Emiliani). Nessun altro gruppo dirigente minimamente capace di guardare appena al di là del più stretto e immediato interesse dei suoi membri (dei membri della cricca) avrebbe potuto proporlo. Si vogliono mettere in vendita, consentendone lo spezzettamento, i beni che costituiscono (che dovrebbero costituire) il più geloso patrimonio della collettività e dello Stato, l’espressione fisica della sua identità e sovranità: i beni demaniali. Perfino le coste e le sponde dei corsi d’acqua, le foreste, beni indivisibili per definizione; perfino le caserme e i demani militari, spesso parti strategiche delle città e dei loro centri, essenziali per un loro futuro migliore; perfino le aree e gli edifici resi pubblici dopo lunghe e faticose vertenze popolari, acquisiti e e realizzati con il contributo di tutti i lavoratori.

La “valorizzazione” è a senso unico: significa solo aumento del valore commerciale. Per raggiungere questo risultato si utilizza perfidamente ogni disgrazia, come il dissesto delle finanze comunali provocato dagli anni craxiani della dissipazione dei bilanci pubblici e da quelli berlusconiani dello strangolamento dei trasferimenti. L’invito ai comuni è di partecipare al saccheggio: se modificheranno le previsioni dei piani urbanistici rendendo possibili più ricche speculazioni, potranno prenderne una quota (così prevede il provvedimento annunciato dal ministro della difesa).

Oltre alle voci cui abbiamo accennato all’inizio non vediamo altri segnali forti di preoccupazione attiva. Né da parte dei sindacati dei lavoratori; il più antico e responsabile è affannato da mesi a risolvere i suoi problemi interni, degli altri non parliamo. Né da parte dei “saperi costituiti”: silenzio dalle università, silenzio dagli istituti culturali. Meno che meno dai partiti dell’opposizione. Drammatico il silenzio del maggiore di essi, quello che si presenta come l’erede principale del Pci, il partito “a vocazione maggioritaria”, il Partito democratico.

In questo cataclisma che stiamo vivendo, nel quale stanno precipitando una nazione e una storia, l’atteggiamento del Pd è sintetizzato nel refrain del bellissimo film di Sabina Guzzanti sulla tragedia del dopo terremoto dell’Aquila. L’obiettivo della regista torna reiteratamente sulla tenda del Pd: ma è chiusa, è sempre chiusa. Né apre spazio alla speranza l’atteggiamento dei vertici di quel partito sulla battaglia per la rivendicazione dell’acqua come bene comune. Il rifiuto ad aderire alla mobilitazione in corso per i referendum, alla quale pur partecipano numerosi iscritti, è un segnale preoccupante per quanti ritengono che senza le forze oggi racchiuse in quel partito nessuna vittoria sia possibile.

La responsabilità di tenere aperta la strada della speranza spetta allora a quanti vedono lucidamente quanto sia nefasto il percorso della liquidazione dei beni comuni, che distrugge insieme il nostro territorio e la nostra società, e si impegnano ad agire insieme perché la discesa nell’abisso finalmente si arresti. Nell’immediato, aderendo alla richiesta dei referendum per impedire la privatizzazione dell’acqua, che costituisce il primo tentativo di opporre un’iniziativa di massa alla rapina di un bene comune. La speranza è che abbia la stessa ampiezza dell’Onda che si levò dal mondo della scuola, una capacità di mobilitazione altrettanto e più estesa, e una maggiore capacità di durare. Per dopodomani, vedremo.

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