Perché Milano è affetta dalla sindrome del grattacielo
Luca Beltrami Gadola
Ancora una volta, sorridere per non piangere, e affidarsi agli strumenti della psichiatria. Ma non si può fare altro? La Repubblica ed. Milano, 20 aprile 2010 (f.b.)
La sindrome da grattacielo non perdona. Adesso anche il sindaco Moratti vuole il suo per gli uffici del Comune e dice di volerlo per razionalizzare le membra sparse dell´amministrazione. Io mi domando sempre perché si è dimenticata l´origine tutta newyorchese dei grattacieli. Due furono sostanzialmente le ragioni: la limitata superficie dell´isola di Manhattan e la convinzione delle grandi Compagnie che l´addensare tanti colletti bianchi facilitasse gli scambi interpersonali e aumentasse la produttività del lavoro intellettuale, soprattutto quello di modesto livello.

Insomma, eravamo in un momento nel quale la maggior parte delle persone comunicava guardandosi in faccia: c´erano, in assai parziale alternativa, prima il telegrafo, poco dopo il telefono e poi la posta pneumatica per trasferire documenti al posto di solerti fattorini. Questa seconda ragione è ovviamente sfumata perché i sistemi di comunicazione attuali hanno annullato le distanze e lasciando in campo solo drammaticamente il fattore tempo personale e in particolare quello che impieghiamo per andare da casa al lavoro. Il concentrare i luoghi di lavoro, ma anche di residenza, in aree limitate, ossia fare i grattacieli, è una soluzione a questo problema o il suo contrario?

Per Manhattan resta ormai prevalente il valore simbolico: chi vuol contare nel mondo della finanza e degli affari vuole essere a New York e meglio ancora se a Manhattan. Così anche per Londra e in parte per Parigi. Per le città asiatiche c´è il fenomeno dell´imitazione simbolica e per Tokio un po´ di tutto. E Milano? Milano fa un po´ ridere.
Il solo grattacielo fatto, a uso uffici, è l´esplicitazione della sindrome da faraone di chi ci amministra, la sua piramide; per il resto le abitazioni in costruzione sono case molto alte ma non certo grattacieli: aspettiamo Citylife e le sue torri residenziali, quelle che Libeskind definisce la sua utopia di una Milano «verde e senza motori». Ha solo però sbagliato il sito per la sua utopia, perché il sottosuolo di Citylife è tutto un parcheggio e sarà l´unico insieme di edifici collegato direttamente con l´autostrada. Quanto al verde è inutile ripetere che saranno giardini condominiali, come la favola di liberare spazi al piede dei grattacieli.

Siamo solo vittime di provincialismo culturale e della sindrome del grandioso. Ma tornando al tema: perché fare grattacieli a Milano? Manhattan con i suoi grattacieli ha dato la risposta a una domanda pressante a cavallo di due secoli e poi, tracciata la via, si è innestato un meccanismo difficile da fermare che aveva però alla sua base un forte impulso del potere economico e dei suoi simboli. A Milano non è così, dopo la scomparsa del produttivo vediamo migrare altrove anche il potere economico, perché quest´ultimo è figlio ormai degenere della politica e la politica, quella vera, si fa a Roma con il pieno consenso della Lega.
Qui si tratta solo di vani gesti simbolici perché ormai non ci resta che fare da curiosi spettatori ai convegni sul lago di Como e poco altro. Forse i grattacieli li facciamo per quello: speriamo nelle giornate limpide di riuscire a vedere i grandi a Cernobbio, perché l´Appennino e la curvatura della terra non ci permettono di vedere fino a Roma.

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