Come dare l’ultima mazzata alla città pubblica
Lodo Meneghetti
L’articolo di Giovanni Valentini su Repubblica del 31 dicembre
L’articolo di Giovanni Valentini su Repubblica del 31 dicembre (e riprodotto in eddyburg) «Caserme, castelli e spiagge saldi di Stato per il territorio» riguarda il trasferimento di questi beni agli enti locali («federalismo demaniale»), che provvederanno alla loro commercializzazione. Non è una novità quella della distruzione del patrimonio immobiliare pubblico attraverso varie procedure. Né, in tempi di predominio della cultura liberista contraria a qualsiasi sorta di pianificazione, l’andazzo è sorprendente. La vecchia urbanistica, che rivendicava l’indispensabile legame, nel piano regolatore, fra esistenza di riserve immobiliari di proprietà pubblica e possibilità effettiva di attuare il piano (e teorizzare di pianificazione non illusoria), è stata sconfitta. La pratica odierna è coerente con la supremazia politica della destra e con la debolezza della sinistra se non della sua rinuncia ai propri modelli che ne giustificherebbero l’esistenza stessa. Tuttavia sorprende, della sinistra, l’assoluta mancanza almeno di un contrasto, di una qualche barriera alla smaccata liquidazione, totale in prospettiva, del demanio di ogni livello istituzionale. Purtroppo lo stesso principio di «privato è bello» si è introdotto non furtivamente fra i suoi ideali.

Penso agli anni fra i Cinquanta e i primi Sessanta del Novecento. Erano i Comuni allora detti «democratici», in accordo con i progettisti di sinistra o da questi sollecitati, a voler preservare la proprietà pubblica di suoli e di edifici destinati a funzioni sociali e culturali o a residenza (case comunali, dell’Iacp e di altri istituti); nei casi migliori a volerla aumentare mediante precise indicazioni nel piano urbanistico non solo dei servizi singolarmente definiti, ma anche di aree vincolate a una nuova esplicita destinazione appunto a riserva demaniale. Forse lo permetteva il contesto politico culturale poi contraddistinto dalla legge 167 e dai Piani di edilizia economica e popolare per la parte relativa all’acquisizione dei terreni al prezzo vigente due anni prima della deliberazione consiliare. Qualche progettista osò infatti prospettare nel piano regolatore, a parte le consuete e larghe dotazioni di servizi, aree vincolate a «Centri di iniziativa pubblica» (CIP), da acquisire per mezzo di esproprio o conveniente accordo bonario, per fronteggiare future esigenze non al momento prevedibili. Appunto, una riserva demaniale. Ora tutto questo è sepolto nella memoria di pochi e nessuno nel centrosinistra ma nemmeno nel residuo della sinistra si sognerebbe di proporre, anziché alienazioni, incremento di demani statali e locali.

Trasferimento di beni dello stato a Comuni, Province Regioni: fosse solo questo. La realtà locale rispetto alle proprietà pubbliche mostra che i Comuni stanno provvedendo per conto loro a vendere se stessi. Il giornale «Milano finanza» del 19 dicembre scorso illustra un «piano di alienazioni immobiliari» dei Comuni e ne seleziona sedici in una tabella in cui i valori immobiliari riferiti ad ognuno di essi derivano dai bandi delle aste previste per il triennio 2009-2011. Vale la pena di elencarli, casi emergenti di un insieme più numeroso che certamente risulterà ben presto: Aosta, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Padova, Perugia, Pescara, Pisa, Reggio Emilia, Trieste, Venezia, Verona, Viterbo. Il malloppo totale, al quale appartengono sia i «gioielli di famiglia» appetiti dai grandi speculatori, sia buone occasioni per qualsiasi imprenditore o anche semplice cittadino abbia a disposizione qualche milione o persino poche centinaia di euro, è di 5 miliardi e 638 milioni. Quale il piatto più ricco dell’intero servizio? Naturalmente quello di Milano, ben 4 miliardi e 700 milioni.

La giunta ha deciso di disfarsi entro il 2011 di 134 immobili ubicati dentro o fuori la città. Fra essi, palazzi di altissimo valore finanziario, funzionale e simbolico in pieno centro cittadino, come l’enorme sede dell’anagrafe in Via Larga prossima a piazza Duomo, la sede centrale dei vigili urbani in piazza Beccaria/piazza Fontana, ossia l’ex palazzo dei Giureconsulti di origini cinquecentesche, l’esattoria comunale di via San Tomaso a due passi dal Castello. E così via: nodi strategici di una rete di luoghi della città pubblica vengono sciolti per ridurla a magazzino delle aste per i migliori affari del mercato. Venezia è, dopo Milano e, a grande distanza per valori in causa, Verona, l’inatteso terzo «fronte immobiliare». Su 230 milioni di euro di dismissioni, dopo il conferimento di diverse proprietà per un valore di 82 milioni al Fondo immobiliare Città di Venezia, «Est Capital si è aggiudicata tramite gara l’intero pacchetto in vendita, comprensivo di numerosi edifici non residenziali, tra cui alcuni di prestigio o strategici per lo sviluppo della città, oltre a terreni dove sono previsti importanti interventi residenziali». Fra il resto: basta un’offerta di 81 milioni di euro per aggiudicarsi l’intero complesso dell’ex Ospedale al Mare.

Nessuno può sapere quale sarà il destino urbanistico (per modo di dire) ed edilizio di questo violento passaggio dalla città pubblica alla città privata, se non che si assisterà all’ennesima vicenda disastrosa dal punto di vista degli interessi sociali cittadini. Nessuna condizione, nessun vincolo sulla destinazione futura e sulle trasformazioni fisiche regola le vendite. I Comuni fanno cassa in questo modo per pareggiare i bilanci, anziché, fra le azioni possibili, pretendere dal governo la restituzione dell’Ici. E gl’immobiliaristi, grandi medi piccoli come i pupazzi di Dario Fo, si sentiranno sempre più liberi, col ringraziamento dell’autorità pubblica, di continuare e portare a compimento il programma di appropriazione della città, dunque anche di abolizione di quel che rimane del sentimento di comunanza urbana vantato dagli abitanti.

Milano, 8 gennaio 2010

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