Contro un’Expo disurbana
Giancarlo Consonni
Una critica e una proposta per l’Expo 2015. Un intervento agli incontri della Fondazione Corrente, maggio 2009
Sul tema dell’Expo 2015 la Fondazione Corrente di Milano ha dato vita a una mostra e a tre incontri sul tema expossible? Un'altra Expo è possibile? in cui sono intervenuti Fulvio Papi, Antonello Negri, Jacopo Muzio (curatore del ciclo) Steve Piccolo, Toni Nicolini, Gianni Beltrame, Empio Malara, Francesco Memo, Giancarlo Consonni e Claudio Onorato.

L'Expo non può essere considerata un’occasione per dare ossigeno a un modello di sviluppo che, nella crisi, mette drammaticamente in luce la sua insostenibilità. Il tema dell'Expo – Nutrire il pianeta. Energia per la vita – è veramente fecondo e di interesse mondiale. Il comitato scientifico ha lavorato bene sul terreno dei contenuti e, a questo punto, insistere sulla diatriba Expo-sì/Expo-no risulta sterile. Semmai bisogna adoperarsi perché l’Esposizione sia realizzata in modo che i contenuti non vengano traditi da scelte irresponsabili che comportino ulteriori devastazioni di un territorio e di un paesaggio già fortemente degradati. Per questo occorre chiedere con forza 1) che si costituisca quanto prima un'assise in cui si raccolgano e confrontino varie proposte progettuali, 2) che, in ogni caso, il progetto che si intende realizzare venga sottoposto a una valutazione pubblica avendo come interlocutore diretto anche il Bie (Bureau International des Expositions).

Occorre coinvolgere nell’Expo istituzioni, organismi, luoghi e paesaggi così da fare della manifestazione non un intervento/evento separato dal contesto ma un’occasione per valorizzare elementi qualificanti della città e della regione ospitanti e per mostrare effetti di politiche virtuose e buone pratiche in coerenza con il tema dell’esposizione.

Va in questo senso anche l'appello di Emilio Battisti e Paolo Deganello:

Perseguire la coerenza fra contenuti e modi di realizzazione dell’Esposizione significa dare risposta alla seguente domanda: come si presentano Milano, la Lombardia e l'Italia all’appuntamento del 2015? Sapranno essere all’altezza mostrando i risultati di politiche in linea con i problemi al centro della manifestazione, oppure il tema è solo uno specchietto per le allodole mentre il vero cuore dell'operazione è rappresentato dalle speculazioni immobiliari? Non ci sono scappatoie: le amministrazioni locali (Milano, Provincia e Regione) e il Paese ospitante devono dimostrare di saper organizzare una manifestazione in modo coerente con il tema proposto su un doppio versante: il suo assetto e il suo lascito.

La decisione di occupare un'area agricola per ospitare l'Expo 2015 rappresenta già una forte incrinatura nella coerenza.

Si obbietterà che in questo caso l’amministrazione del capoluogo lombardo cerca di fare i conti con il lascito permanente dell’intervento temporaneo. Ma lo fa a suo modo, imbastendo un’operazione in due tempi:

1) lo spostamento dell'Ortomercato a Rho/Pero sul sito occupato dall'Esposizione Universale, una volta conclusa la manifestazione;

2) la nascita della cosiddetta “Città del Gusto” sulle aree liberate dall'Ortomercato e date in contropartita all’immobiliarista Cabassi che, bontà sua, mette a disposizione l’area agricola scelta per l’Expo.

Lo scambio è senza alcuna contropartita sostanziale per l’interesse collettivo. L’amministrazione comunale di Milano si accontenta di innescare un processo su una linea seguita da tempo: espulsione nella periferia metropolitana di funzioni “vili” (con occupazione di suolo agricolo) e accentramento di attività ritenute qualificanti. Tra gli effetti che non vengono messi in conto c’è il dilatarsi degli spostamenti obbligati dei clienti dell’Ortomercato: un onere aggiuntivo permanente in termini di tempo e di costi di trasporto che avrà contraccolpi negativi soprattutto per la piccola distribuzione (negozi e banchi dei mercati rionali). Tutto il contrario dell’obbiettivo da più parti sbandierato di accorciamento delle filiere nell’approvvigionamento alimentare (un tema questo che, c’è da scommettere, sarà fra le parole d’ordine dell’Expo).

La “Città del Gusto” è perfettamente in linea con un insieme di diverse altre operazioni di trasformazione urbana all’insegna della speculazione immobiliare. Va in questo senso la proposta di spostare l’Ippodromo su aree del Parco Sud-Milano (così da realizzare nell’attuale sede un nuovo quartiere di lusso), per non dire del recupero degli Scali ferroviari. Operazioni considerevoli che si aggiungono a quelle da tempo approvate e che si apprestano a essere realizzate sull’area dell’Ex-Fiera e sull’area Garibaldi-Repubblica. Questa massa gigantesca di volumi edificabili autorizzano l’assessore all’Urbanistica Masseroli a parlare di una crescita programmata di 700.000 mila abitanti per la città di Milano. Una scelta rivoluzionaria, se fosse credibile; ovvero se le nuove abitazioni del capoluogo fossero immesse sul mercato a un prezzo in grado di competere con la produzione edilizia dell’hinterland strettamente intrecciata con la fuga di popolazione da Milano (oltre mezzo milione di abitanti).

In realtà si perseguono contemporaneamente la disseminazione degli insediamenti e la iperdensificazione delle aree pregiate. Per chi attualmente ha responsabilità di governo del territorio il controllo della tendenza insediativa è l’ultima delle preoccupazioni. L’unico obiettivo è sostenere la speculazione edilizia ovunque e comunque. Siamo a un liberismo privo di un qualsiasi obiettivo sociale e che punta sulla crescita ad ogni costo con l’idea conclamata, e tutta da dimostrare, che ne deriverebbero benefici per tutti.

Nel contempo sia a Milano che nell’hinterland metropolitano cresce a vista d’occhio l’invenduto e lo sfitto, ma questo non sembra indurre a ripensamenti. Il Pgt del capoluogo mette in campo la realizzazione di quantità spropositate di residenza e uffici dando per scontato che gli operatori immobiliari si rivolgano a una fascia sociale alta (o molto alta). I prezzi di mercato arrivano ormai fino a oltre 4 volte il costo di costruzione. Si assisterà dunque inevitabilmente a un ulteriore allargamento della forbice fra offerta e domanda. Per ora il ‘castello’ si regge, per una fetta, sul sostegno delle banche (il cui portafoglio è pericolosamente appesantito dall’esposizione verso il settore immobiliare) e, per un’altra, sull’apporto di capitali di provenienza illecita capaci di reggere immobilizzi infruttiferi di quote spropositate di capitali per periodi molto lunghi.

Si fa sentire la sostanziale mancanza di lavoro critico da parte delle istituzioni di ricerca (le autocelebrate università milanesi) così come si è del tutto dissolta l’opera di sorveglianza dei maggiori quotidiani. La stampa si fa anzi cogliere con le dita nella marmellata: forme di pubblicità occulta, come quella contenuta per esempio in un recente servizio che dava notizia di 800 prenotazioni per l’acquisto di appartamenti di lusso (ancora sulla carta) nei mostruosi grattacieli in programma per l’area dell’ex-Fiera. Come a dire: «Correte ad accaparrarvi gli attici più prestigiosi dagli ottomila-dodicimila euro al metroquadro».

Tutto questo mentre assai poco si fa per rispondere alla domanda di edilizia sociale unanimemente riconosciuta come un’emergenza. Molti pubblici amministratori preferiscono continuare a giocare con la bolla immobiliare sull’orlo di un baratro.

Del tutto sottovalutato è il problema dell’accessibilità al luogo scelto per l’Expo. Si preferisce stupire come in uno spettacolo di magia. Un primo coniglio estratto dal cappello è la nuova “Via d'acqua” pensata per collegare la Darsena milanese con il sito della esposizione. I proponenti non si sono nemmeno posti il problema da dove attingere l’acqua (visto che non può certo scorrere in salita) né di come superare il dislivello fra Milano e Rho/Pero, per non dire dei guasti prodotti sui luoghi attraversati. Con lo slogan «Potrete raggiungere Rho, la Fiera e l'Expo in battello!» si punta su scenari alla Disneyland per un popolo non di cittadini, ma di bambinoni di ogni età.

Ma il culmine della devastazione prossima ventura può venire dal secondo coniglio estratto dal cappello: il tunnel sotterraneo di collegamento tra Rho-Pero e l'aeroporto di Linate. Di quest’opera faraonica si celebrano il basso impatto sull’ambiente e il paesaggio. Come se le emissioni delle auto non venissero comunque sparate nell’aria e come se le 8 uscite previste con tutti gli svincoli connessi non producano ferite rilevanti. Si tratta in realtà di un vero e proprio Passante automobilistico. L’intento non dichiarato è infatti collegare la Brebemi (di prossima realizzazione) con le autostrade a Ovest e a Nord-Ovest di Milano.

Nessun investimento significativo è invece destinato al miglioramento effettivo della mobilità metropolitana, quando il potenziamento del sistema delle ferrovie regionali (non solo radiali sul capoluogo) sarebbe, questo sì, un bel lascito dell’Expo in un contesto al collasso.

Ma vale la pena tornare sulla scelta dell’area. Un città e una metropoli che avessero un piano di riassetto territoriale farebbero dell’Expo una risorsa per la sua realizzazione. Nell’operazione Expo entrerebbero progetti di riqualificazione urbana e metropolitana, di valorizzazione dei beni culturali e di rilancio dell’agricoltura conservativa. Oltre alla parte espositiva concentrata in uno specifico insediamento, andrebbero predisposti degli itinerari complementari in cui far entrare il sistema delle abbazie, delle cascine, delle ville e dei centri storici dell’hinterland milanese.

Per quanto si è potuto vedere l’Expo del 2015 è concepito solo in termini anti-urbani. Lo dicono la scelta localizzativa messa in campo e quanto si è visto nelle restituzioni virtuali del gruppo 5+1.

In netta alternativa a questa impostazione si dovrebbe puntare sulla saldatura fra la dimensione metropolitana e quella urbana. Per raggiungere questo obiettivo il progetto Expo andrebbe pensato in chiave ‘archeologica’. E mi spiego. La struttura dell’esposizione andrebbe concepita in un’ottica di disegno urbano, avendo cura di assicurare il pronto adattamento e riuso di quanto prodotto per la manifestazione temporanea, almeno quanto all’impianto. Per questo la sfida è pensare contemporaneamente un complesso atto a ospitare l'esposizione e facilmente trasformabile in un pezzo di città integrato ad altre parti urbane e dotato di un’elevata accessibilità. Solo dando vita a una parte di città non si sarà sprecato denaro pubblico e si eviterà che il giorno successivo le strutture che hanno ospitato l’Expo, alla chiusura della manifestazione, si trasformino in un cimitero.

In questa prospettiva, invece di dislocare l’Expo in un’area agricola, andrebbero vagliate attentamente le opportunità offerte dalle maggiori aree industriali dismesse. Si pensi a un’area come quella delle ex-Falck di Sesto San Giovanni le cui dimensioni si avvicinano a quelle richieste per l’Expo. Se fossero attrezzate per ospitare la manifestazione, l’aree ex-Falck potrebbero ricevere un impulso per il recupero che difficilmente potrà arrivare da un progetto come quello redatto da Renzo Piano (un progetto di impronta vetero-corbusiana, ovvero concepito in una logica post-urbana).

In conclusione, le scelte relative all’Expo vanno valutate sulla base di questa alternativa: attivano processi di riqualificazione urbana e rurale, rilanciando lo spazio del convivere e la difesa dei paesaggi o puntano a creare concentrazione disurbane (con consumo di suolo agricolo e investimenti infrastrutturali che non migliorano il quadro della mobilità)?.

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