Possiamo ripartire da Conchetta
Giovanni Cesareo
A Milano non stanno sgombrando un centro giovanile, ma aggredendo a morsi una città e un mondo. Da il manifesto 25 gennaio 2009, con una postilla e un appello (f.b.)
Avverto una certa aria di rassegnazione, anche se rabbiosa, attorno al violento e vergognoso sgombero di Conchetta. Come se ormai fossimo giunti alla fine di una epoca, lunga bella forte, per molti aspetti unica, e non rimanesse che prenderne atto, purtroppo. Qualcuno lo ha perfino scritto che ormai siamo in un'altra epoca e che non c'è più che coltivare semmai il ricordo del glorioso passato.
E se invece proprio questo sgombero si trasformasse in un nuovo inizio? Se si ricominciasse proprio da qui, opponendosi in tutti i modi alla chiusura di Conchetta? Se si chiamassero a raccolta tutte le forze - vecchie e nuove - per dimostrare che, sia pure in una Milano diversa e una Italia abbuiata, non c'è nessuna fine, ma anzi ci sono modi nuovi di praticare le tradizioni che sono state costruite per decenni e decenni? I simboli hanno sempre avuto un grande valore e Conchetta è un simbolo forte, come è già stato testimoniato su queste pagine.
«Lotta dura senza paura» scriveva ieri su queste pagine Ivan Della Mea, che ha 66 anni. Io ne ho 82, ma ho la stessa inesausta voglia. E se la abbiamo noi, certamente ci sono tantissimi giovani e ragazzini che non saranno da meno. Si tratta, oltre tutto, di una lotta piena di significati, perché Conchetta evoca non soltanto un obiettivo politico ma anche, e forse soprattutto, un obiettivo culturalmente assai alto. Non per caso non si è ancora, ripeto ancora, avuto il coraggio di toccare l'archivio di Primo Moroni, che contiene anche materiali donati da molti di noi perché pensavamo che quello fosse il posto più fecondo per la loro utilizzazione.

La cultura di Conchetta non è, in gran parte, assimilabile ad altre - in primo luogo perché si è sempre fondata sulle relazioni e poi perché ha raccolto i contributi di persone che concepivano la cultura come fondamentale nutrimento della vita, della vita quotidiana di ciascuno. Ricordo, su questo piano, quando, insieme con Franco Fortini, Sergio Bologna, Primo Moroni e un gruppo di altri fondammo Altre Ragioni, il cui titolo fu proposto proprio da Fortini. Fu lì, a Conchetta, che quella rivista nacque ed era naturale che fosse così. E ricordo che quando riuscii a fare invitare Primo Moroni alla trasmissione Parlato Semplice - rubrica della mattina prodotta da Rai Educational - i suoi interventi rappresentarono una riconosciuta novità, una riconosciuta novità culturale per il programma.
Sì, è importante ricordare che Conchetta è stata la sede del Cox 18 di Primo Moroni e che questo ha segnato la sua storia, peraltro costruita anche a fatica da tanti altri, anche prima di lui. Dunque oggi non solo difendere Conchetta ma ricominciare da Conchetta può essere, tra l'altro, il modo giusto per dimostrare che, nonostante tutte le controversie e le sconfitte che conosciamo, la sinistra - la vera sinistra - può tuttora camminare e anzi è capace di rinnovare il suo passo. E come meglio potrebbe farlo se non partendo da un luogo che porta sulle spalle tanto passato ed è al contempo capace di tuffarsi nel futuro?

postilla
Questo caso potrebbe anche intitolarsiCox 18: la gentrification e i bifolchi. Bifolchi che conosciamo bene anche se sono travestiti da manager o sedicenti operatori culturali, ma ormai da lustri propongono in pratica una sola idea del mondo: chi ha i quattrini spopola, gli altri o fanno le loro puttane o si levano di torno. Normalmente con le brutte maniere.
La scusa per usare queste brutte maniere si trova sempre: il traffico, l’esposizione internazionale per nutrire i pescecani del pianeta, il necessario spazio di manovra per i metri cubi dell’archistar di turno. Il caso specifico tocca stavolta (come ben racconta Cesareo) un punto molto alto, ovvero non solo il presente, ma la storia e la memoria di un pezzo di città e di società. Che si vuole spazzar via, magari relegandola sul web, nello stesso modo in cui si relegano parcheggiati nello sprawl metropolitano i ceti operai o i commercianti cinesi.
La prospettiva, che sfugge anche agli stessi bifolchi dal portafoglio imbottito, è quella di un mondo appiattito e mentalmente desertificato, fatto di labirinti metropolitani su cui incombono ubiqui gli schermi dei predicatori. Si concludeva con queste immagini, allora apparentemente catastrofiche, il libro di Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’Orda d’Oro, sottotitolo: 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. [di seguito a titolo di puro esempiodel tipo di memoria che si va a distruggere allego qualche pezzo di materiali scritti da Primo Moroni, che sono poi confluiti nel libro, e che mi trovo ancora sull'hard disk dopo aver collaborato ad alcune correzioni e editing negli anni '80]

Avevano ragione? Magari no, ma forse si.
Comunque, il consiglio è almeno di leggere e aderire all’appello scritto da Marco Philopat per Cox 18 (f.b.)

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