Come uccidono le idee
Stefano Rodotà
Togliere il sostegno pubblico alla stampa cooperativa significa aggiungere un altro tassello alla tirannia del pensiero unico. Il manifesto, 3 ottobre 2008. Con postilla .
«Un esempio di cattiva politica, un classico esempio di politica asimettrica». Stefano Rodotà non ricorre certo a giri di parole per definire il decreto Tremonti sull'editoria, quel decreto «taglia fondi» che sta mettendo a repentaglio l'esistenza stessa della stampa indipendente.

Professor Rodotà, a cosa si riferisce quando parla di politica asimmetrica?
Ad una politica che, incapace di selezionare, tende a considerare alla stessa stregua situazioni differenti così disattendendo, peraltro, un principio di rango costituzionale. Mi spiego. E' vero che ad oggi il capitolo dei finanziamenti pubblici ha registrato numerosi abusi ma questo argomento viene utilizzato come puro pretesto per cancellare del tutto la presenza pubblica e così impedire qualsiasi forma di pluralismo democratico.

Una sorta di pulizia etnica che non risparmia neanche le cooperative.
Anche qui vale lo stesso discorso. Non che il mondo della cooperazione sia esente da ambiguità ma è sempre compito della politica individuare e denunciare tali ambiguità intervenendo caso per caso. Per restare all'editoria, ci sono cooperative la cui esistenza è garanzia di pluralismo e altre, viceversa, che esistono solo per accedere alla finanza pubblica. E i parametri per attuare una selezione rigorosa , come su queste pagine ha ricordato il Gruppo di Fiesole, ci sono.

Selezione qualitativa a parte, l'asimettria riguarda anche aspetti più specificatamente economici: salvaguardia dei contributi indiretti destinati ai grandi gruppi editoriali e taglio di quelli diretti di cui beneficiano le testate indipendenti.
L'operazione è palese e, se mi permette, ha ben poco di economico e molto di politico.

Cosa intende dire?
Intendo dire che alla grande stampa vengono garantiti presenza sul mercato e, dunque, profitto mentre sulla stampa cosiddetta minore si interviene al fine di eliminarne la possibilità stessa di esistenza. Come si fa, sulla base di queste condizioni, a restare sul mercato?

Professore, non lo dica a noi! Quanto al governo, qualcosa almeno ci guadagnerà...
Diciamolo con chiarezza. Il costo economico di questa operazione è assai modesto, le sue "grandezze" economiche sono modeste. Lo ripeto, ci troviamo di fronte ad una operazione che è tutta e soltanto politica. E questo, dal mio punto di vista, costituisce un'aggravante.

Un decreto per mettere a tacere il dissenso da qualsiasi parte esso provenga?
Molto di più. Proviamo ad allargare il discorso e a non soffermarci solo sul mondo dell'editoria. Ciò che è in atto è il tentativo di impedire - o comunque di ridurre al minimo e a tutti i livelli la produzione, la circolazione e la diffusione delle idee. Prova ne siano la situazione drammatica in cui versa l'università e la costante minaccia di smantellamento sotto cui vive l'intero sistema dell'istruzione.

Parliamo, naturalmente, della pubblica istruzione visto che di quella privata sinanco il pontefice non manca di farsi quotidianamente carico.
Anche qui, sono sbalordito e le mie propensioni laiche, contano assai poco. Il papa si esprime a favore di una sostanziale parità tra scuole pubbliche e private ma poi chiede maggiori finanziamenti per quelle non statali. E già non ci siamo: tutti sanno che l'articolo 33 della Costituzione, pur garantendo alle scuole private il sacrosanto diritto di esistere, specifica che tale diritto deve essere "senza oneri per lo stato".

Diciamo che il pontefice fa il suo dovere...
E infatti a lasciarmi sbalordito sono più le reazioni del ministro ombra all'istruzione che ci chiede di prestare la massima attenzione al richiamo del papa. E lo fa senza traccia di critica alcuna. Altro che 'senza oneri per lo stato'. Qui, al contrario, degli oneri si chiede che vengano aumentati proprio mentre la scuola pubblica viene fatta oggetto di tagli sconsiderati. Si tratta di una contraddizione enorme perché in momenti di crisi economica, compito primo e dovere dello stato dovrebbe essere proprio quello di destinare alla scuola pubblica tutte le risorse finanziarie disponibili.

Editoria, università, scuola. Mi pare di capire che la vera posta in gioco sia la democrazia.
E' così. Se è vero che la democrazia è il 'luogo' che consente a tutti di essere esposti al maggior numero di opinioni possibili, allora la scuola e l'intero sistema di formazione e di informazione devono essere in grado di fornire a tutti i cittadini la medesima possibilità. E la scuola, sotto questo aspetto, è il punto nevralgico della formazione civile, è il 'luogo' in cui si impara ad accettare gli altri. Se noi costruiamo ghetti all'interno delle scuole non facciamo altro che gettare le basi di una società del conflitto, di un conflitto permanente.

Con buona pace della coesione sociale.
L''essere esposti' è, appunto, la condizione necessaria della coesione sociale. Se non vedi l''Altro', la società si impoverisce e ciò che si determina sono solo fenomeni di esclusione.

Eppure c'è chi sostiene che anche il privato possa contribuire a produrre democrazia e cultura.
Si tratta di affermazioni dietro cui si nascondono ignoranza o ipocrisia. In Italia non c'è senso sociale dell'impresa e il mondo della cultura è costretto a cercare finanziamenti dalle fondazione bancarie. Questo non è arricchimento ma impoverimento della democrazia.

A proposito di impresa, non le sembra eccessivo il ruolo giocato dal mercato pubblicitario nel destino dell'informazione?
Anche qui siamo di fronte ad una vera e propria anomalia. In altri paesi non esiste la possibilità da parte del sistema televisivo di drenare risorse pubbliche. Da noi c'è addirittura un presidente del consiglio che detiene, insieme, il controllo del settore televisivo pubblico e privato. Settore che 'guida' l'80% delle scelte dell'opinione pubblica. E' al restante 20% che dobbiamo pensare, garantendo non un astratto pluralismo ma l'opportunità di essere esposti al maggior numero di opinioni possibili..

Postilla

Nel dare notizia oggi del contributo al manifesto raccolto nell’ambito della Scuola di eddyburg 2008, il giornale riporta il messaggio con il quale abbiamo accompagnato il versamento scrivendo, tra l’altro, che la nostra “ci è sembrata un'iniziativa egoistica, perché saremmo tutti disperati se in Italia la critica e l'informazione indipendente si spegnessero e, soprattutto, se il manifesto dovesse chiudere”.
L’intervista a Rodotà ci stimola ad affermate che la decisione del governo, se confermata, renderebbe ancora più intenso e pervasivo quel processo di annullamento della capacità critica degli italiani che le cronache, e le esperienze personali ogni giorno rivelano. Dominio delle pulsioni e degli interessi individualistici, scomparsa della solidarietà, sgomitamento per prevalere sugli altri, evasione fiscale, disprezzo della legalità, adeguamento al più becero senso comune, infantilizzazione del linguaggio, e poi giù giù fino al razzismo. Questo è il prezzo che abbiamo già pagato. Risalire la china sarà impossibile se riusciranno a spegnere quel poco di spirito critico e di informazione libera che sopravvivono.

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