Sul Castello di Novara (e altro). Racconto di provincia
Lodo Meneghetti
Scrivo in merito al progetto e, ormai, alla realizzazione...
Scrivo in merito al progetto e, ormai, alla realizzazione del restauro (se si più definire così una cosa che non lo è o non lo è per gran parte) del Castello visconteo-sforzesco e della cinta spagnola. Dalla abbondante documentazione ricevuta mi era già chiaro quale sarebbe stato il risultato. Inoltre la rassegna stampa e le diverse discussioni o prese di posizione mostravano che il problema, benché grave, non era approdato alle pagine nazionali dei grandi quotidiani, insomma non era diventato un caso paragonabile a tanti altri simili susseguitisi lungo i decenni della storia urbanistica e architettonica del nostro paese dal dopoguerra. Storia di un disastro, del resto, se lo si guarda sapendo come l’Italia era prima.
Sì, era intervenuto Sgarbi, nel suo solito modo teso a scompigliare un po’ le carte con apparente anticonformismo e rientrare presto nei ranghi (fa sempre così a Milano in rapporto alla stantia anzi reazionaria posizione culturale del sindaco e della giunta di cui fa parte). Sì, s’era notata qualche firma di architetto “di nome” a favore del progetto (i “ben 37 famosi architetti” li lasciamo, meno quei pochi, all’opinione del giornalista), ma, a leggere le scarse motivazioni, sembrava posta affrettatamente senza aver troppo approfondito la questione (si poteva dubitare che sarebbe stata in seguito confermata alla verifica della realtà). Unica evidenza di rilievo nazionale quella di Italia Nostra. L’associazione si era rivolta al presidente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, Salvatore Settis, e ai diversi Comitati presumibilmente interessati al tema in causa, manifestando decisa opposizione al progetto e nel contempo riaffermando l’importanza del Castello quale storica fabbrica dalla “struttura complessa”, dunque da toccare, se mai lo si dovesse, molto cautamente.
Struttura, tuttavia, da sempre ignorata negli itinerari culturali e turistici: la guida dettagliata del Piemonte del Touring Club nell’edizione 1961 dedica ai resti dell’antica costruzione una riga e un quarto; la Guida Rapida d’Italia – Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, ed. 2002 – un po’ di più, giacché accenna a qualche data e alle opere degli spagnoli sotto il cui dominio la città decadde per crisi demografiche ed economiche. Forse l’unica notorietà per così dire extra-provinciale la città l’ebbe quando Sebastiano Vassalli pubblicò con Einaudi (1990) il bellissimo romanzo La chimera: una Novara degli anni a cavallo del 1600, proprio l’ultimo tratto del periodo in cui gli spagnoli eressero la cintura fortificata sventrando il contesto urbano e distruggendo i borghi. Certi personaggi diventarono famosi nei circoli letterari, l’Antonia o “la strega di Zardino” (Zardino, villaggio sulla Sesia sparito nelle nebbie della storia o della favola), il vescovo Bascapè, il boia Sasso, i poveracci, “i camminanti”…

Allora. Il Castello, la Piazza dei Martiri della Libertà, una volta dedicata a Vittorio Emanuele II il cui immancabile monumento sta lì al centro. Guardiamola, questa piazza, questo grande spazio tipicamente piemontese anch’esso retaggio della storia della città interna lambita dai bastioni spagnoli. Fortunata soluzione urbanistica insieme all’ampio parco, col nostro bel rudere a far da legaccio e da tramite quando lo si potrà attraversare. Dal dopoguerra mai si è discusso tanto circa il destino del sito dei conquistatori e vessatori dopo l’epoca del libero Comune. Prima i colonizzatori milanesi, poi gli occupanti e sfruttatori militareschi spagnoli. I novaresi sempre inerti e mugugnanti? E quando venne Mussolini, di quanto l’entusiasmo dei cittadini che si assieparono nella piazza copriva il fondo di antifascismo che c’era, già vitale e che sarebbe affiorato e poi esploso con la lotta partigiana e la Liberazione? Ah, la piazza piena di bandiere, quasi tutte rosse, quelle che in questi tempi pochi osano ancora sventolare. La piazza dei grandi comizi nell’immediato dopoguerra, poi nel ’48 (ricordate la “Madonna pellegrina”?), nel ’53 la battaglia contro la “legge truffa” (pensate, siamo daccapo, ora c’abbiamo la “porcata” !); e le forti contese delle elezioni comunali? L’indimenticabile sindaco socialista Pasquali, l’amministrazione democristiana del discusso sindaco Allegra, la riconquista della sinistra nel 1956...

Ecco, il 1956 è una data cruciale nella storia moderna della piazza. Pochi possono ricordarlo, pochissimi non anziani lo sanno: in quel momento l’insieme urbanistico e architettonico fu in gravissimo pericolo di sovversione. Descriviamolo, il quadrilatero: lato sud, i resti del Castello; lato est, il Teatro Coccia, un impianto che nella la storia del melodramma “dato” nelle città di provincia non è meno significativo dei più conosciuti teatri di Parma e di Reggio Emilia; lato ovest, il Palazzo ex Assicurazioni Venezia, realizzazione di tipo stilistico, alta almeno un piano più dell’ammissibile, progettata da un Angelo Crippa che perlomeno divise il corpo di fabbrica in due parti così da lasciare in mezzo un passaggio dalla piazza all’Allea e un buon volume d’aria e di luce; infine lato sud, dirimpetto al Castello il Palazzo del Mercato, l’edificio insigne, magnifico esempio di architettura neoclassica del secondo ventennio dell’Ottocento, di solito designato come Palazzo Orelli dal nome dell’architetto progettista: una vasta, compatta ed elegante costruzione a sua volta quadrilatera, completamente porticata, dotata di un solo piano al disopra delle arcate e di un potente stilobate atto a ripianare le differenze di quota del terreno lungo i fianchi e il lato di Corso Italia (quello con la doppia scalinata).

Ebbene, l’amministrazione di sinistra appena insediata si trovò a sfogliare l’inconcepibile progetto di sopralzo di un piano del Palazzo Orelli per l’intero quadrato; progetto voluto e approvato dagli amministratori precedenti e pressoché avallato in maniera definitiva dal Direttore generale delle antichità e belle arti presso il Ministero della pubblica istruzione, Guglielmo De Angelis d’Ossat. Sandro Bermani era il nuovo Sindaco, chi scrive giovane assessore a “tutto” ciò che concerneva urbanistica, lavori pubblici, edilizia privata. Comunque la battaglia per “tornare indietro” fu subito iniziata col pieno sostegno dei nostri compagni della maggioranza consiliare e dovette implicare anche un difficile e non poco imbarazzante confronto romano del sindaco e dello scrivente col principe dei soprintendenti. Come si vede e spero si vedrà per sempre passeggiando nella piazza ammirando il palazzo (incresciosa presenza delle automobili permettendo), la battaglia fu vinta. Davvero un successo incredibile, eppure i rapporti di forza a livello politico nazionale non erano favorevoli.
Se il Palazzo sopraelevato consistesse lì, ora, irremovibile vilipendio della bella architettura e della buona urbanistica, mi occuperei della ricostruzione del Castello? Non me ne importerebbe un fico! La piazza rappresenterebbe da mezzo secolo uno dei peggiori casi di rovina dell’ambiente urbano nazionale, del tutto in accordo con la generale rovina dei paesaggi naturali, dei territori agricoli, delle coste, delle montagne e via a elencare fino, da ultimo, a dire di un piccolo lacerto d’ambiente dimenticato dal caterpillar che cerchiamo di conservare come in una teca di cristallo antiurto per lasciarlo all’esame curioso delle future generazioni.

Dopo la visione delle immagini del plastico, in diversi passaggi a Novara ho potuto consolidare in certezza le prime impressioni. Quel che rimane solo a livello di queste ultime è relativo all’edificio nuovo previsto lungo il lato occidentale del quadrato. Secondo Italia Nostra (a cui mi unisco) e altri certo non meno competenti dei “famosi” esso non c’entrerebbe nulla con le indicazioni in pianta di un corpo preesistente e irreparabilmente perduto. Tuttavia non è questo l’aspetto che mi preme marcare, ma un altro, ossia la resa del progettista e del committente alla mania d’oggigiorno di trasformare pretesti di restauro in ristrutturazioni pesanti e inserimenti di volumi nuovi giustificati mediante le più varie e fantasiose destinazioni indicate col noto disarmante linguaggio (valorizzare… far vivere… far rendere…) senza sapere se l’eccesso di roba estranea al motivo d’esistenza del manufatto storico servirà davvero.
Mentre aspetto il resto, è la nuova torre che non riesco a sopportare. Non ritengo di entrare nella diatriba, vecchia come il cucco, circa l’eventuale inserimento di opere moderne accanto o ad assetti spaziali e architettonici di alto valore storico estetico o in ogni modo degni di forte attenzione e rispetto. Concedendomi un altro accenno autobiografico cito la presenza nel centro storico di un edifico con la facciata in ferro e vetro inserito nella cortina di case in Via San Gaudenzio: opera (1960-61) dello scrivente, associato prima a Novara e poi a Milano fino al 1969 con Vittorio Gregotti e Giotto Stoppino, pubblicata in diverse riviste di architettura.

Macché torre! Perché questa invenzione presuntuosa? Perché un tale falso di 24 metri d’altezza? Perché voler disturbare lo stare e muoversi in piazza, guardare e ascoltare lo spazio attorno, obbligandoci a volgere gli occhi verso un perno su cui si vorrebbe farla girare, la nostra piazza? La torre insensata, sarebbe un buon titolo. Senza senso, dunque senza sentimento, quella parte in alto con gli orecchioni; di certo non si sapeva in qual modo concludere un volume già di suo forzoso. Senza senso quel parallelepipedo, e quell’altana un formalismo scriteriato (una stüpidada – la signora Franca Ciampi la direbbe “deficiente”, così bollò la televisione) priva di destinazione: cosa potrebbe essere? Un osservatorio fra tre muraglie erette per volere essere molto alti mentre si è piccoli e inguaribilmente provinciali? Una visione dall’alto ma vietata su tre lati?

Altri tempi rispetto a mezzo secolo fa, quando salvammo Palazzo Orelli. Peggiori.

Milano, 20 marzo 2008

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