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Per quasi tutti i provvedimenti di politica economica, in particolare per i tagli della spesa pubblica, si fa oggi ricorso alla mozione degli affetti: evocandone i presunti vantaggi per le generazioni future e invocando la diligenza del buon padre di famiglia. Quali rapporti economici si debbano stabilire tra le generazioni attuali e le generazioni future è questione teoricamente e politicamente complessa: l'economia capitalistica è costituzionalmente incapace di garantire l'allocazione intertemporale delle risorse, per la semplice ragione che le generazioni future non possono fare offerte per risorse allocate sui mercati attuali. Una riforma analiticamente ben fondata e davvero «strutturale» si può tuttavia trovare nella proposta di Jonathan Swift, una proposta intesa a evitare che i figli dei poveri siano un peso per i loro genitori o per il paese, e a renderli invece utili per la comunità tutta. 

Scrive Swift, nel 1729: «È cosa ben triste vedere le strade affollate di donne che domandano l'elemosina seguite da bambini tutti vestiti di stracci, e che importunano cosí i passanti. Queste madri, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro a elemosinare il pane per i loro infelici bambini, i quali, una volta cresciuti, diventano ladri per mancanza di lavoro. Penso che tutti i partiti siano d'accordo sul fatto che tutti questi bambini costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni di questo Regno; e, quindi, chiunque sapesse trovare un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere questi bambini parte sana e utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l'intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese. 

«Io tuttavia non intendo preoccuparmi soltanto dei bambini dei mendicanti di professione, ma vado ben oltre: voglio prendere in considerazione tutti i bambini di una certa età, i quali siano nati da genitori in realtà altrettanto incapaci di provvedere a loro, di quelli che chiedono l'elemosina per le strade. Dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante e aver considerato attentamente i vari progetti presentati da altri, mi son reso conto che vi erano in essi grossolani errori di calcolo. 

«È vero, un bambino appena partorito dalla madre può nutrirsi del suo latte per un intero anno solare con l'aggiunta di pochi altri alimenti, per un valore massimo di spesa non eccedente i due scellini, somma sostituibile con l'equivalente in avanzi di cibo, che la madre si può certamente procurare nella sua legittima professione di mendicante; ma è appunto quando hanno l'età di un anno che io propongo di provvedere a loro in modo tale che, anziché essere di peso ai genitori o alla parrocchia, o essere a corto di cibo e di vestiti per il resto della vita, contribuiranno invece alla nutrizione e in parte al vestiario di migliaia di persone. Un altro grande vantaggio del mio progetto sta nel fatto che esso impedirà gli aborti procurati. Di solito si calcola che la popolazione di questo Regno sia attorno al milione e mezzo, e io faccio conto che, su questa cifra, vi possano essere circa duecentomila coppie, nelle quali la moglie sia in grado di mettere al mondo figli; da queste tolgo trentamila, che sono in grado di mantenere i figli; restano centosettantamila donne feconde. Ne tolgo ancora cinquantamila, tenendo conto delle donne che non portano a termine la gravidanza o che perdono i bambini per incidenti o malattia entro il primo anno. 

«Restano, nati ogni anno da genitori poveri, centoventimila bambini. E ecco la domanda: come è possibile allevare questa moltitudine di bambini, e provvedere loro? Nella situazione attuale questo è assolutamente impossibile. Infatti non possiamo impiegarli né come artigiani, né come agricoltori, perché noi non costruiamo case, né coltiviamo la terra; e essi possono ben di rado guadagnarsi da vivere rubando finché non arrivano all'età di sei anni. Ma in questo periodo essi possono essere considerati propriamente solo degli apprendisti; i nostri commercianti mi hanno assicurato che i ragazzi e le ragazze al disotto dei dodici anni non costituiscono merce vendibile, e che anche quando arrivano a questa età non rendono piú di tre sterline o, al massimo, tre sterline e mezza corona, al mercato; il che non può recar profitto né ai genitori né al Regno, dato che la spesa per nutrirli e vestirli, sia pure di stracci, è stata di almeno quattro volte superiore. Io quindi presenterò ora le mie proposte che, voglio sperare, non solleveranno la minima obiezione. 

«Un Americano, uomo molto istruito, mi ha assicurato che un infante sano e ben allattato all'età di un anno è il cibo piú delizioso, sano e nutriente che si possa trovare, sia in umido, sia arrosto, al forno, o lessato; e io non dubito che possa fare lo stesso ottimo servizio in fricassea o al ragú. Espongo allora alla considerazione del pubblico che, dei centoventimila bambini già calcolati, ventimila possono essere riservati alla riproduzione della specie. I rimanenti centomila, all'età di un anno potranno essere messi in vendita a persone di qualità e di censo in tutto il Regno, avendo cura di avvertire la madre di farli poppare abbondantemente l'ultimo mese, in modo da renderli rotondetti e paffutelli, pronti per una buona tavola. Un bambino renderà due piatti per un ricevimento di amici; quando la famiglia pranzerà da sola, il quarto anteriore o posteriore sarà un piatto di ragionevoli dimensioni e, stagionato, con un po' di pepe e sale, sarà ottimo bollito al quarto giorno, specialmente d'inverno. 

«Ho calcolato che, in media, un bambino appena nato venga a pesare dodici libbre e che in un anno solare, se nutrito passabilmente, arrivi a ventotto. Ammetto che questo cibo verrà a costare un po' caro, e sarà quindi adattissimo ai proprietari terrieri, i quali sembra possano vantare il maggior diritto sui bambini, dal momento che hanno già divorato la maggior parte dei genitori. Il costo di allevamento per un infante di mendicanti è di circa due scellini all'anno, stracci inclusi; e io penso che nessun signore si lamenterà di pagare dieci scellini il corpo di un bambino ben grasso che, come ho già detto, può fornire quattro piatti di ottima carne nutriente per quando abbia a pranzo qualche amico di gusti difficili, da solo o con la famiglia. Il proprietario di campagna imparerà cosí a essere un buon padrone e acquisterà popolarità fra gli affittuari, la madre avrà dieci scellini di profitto netto e sarà in condizione di lavorare finché genererà un altro bambino. I piú parsimoniosi (ed io confesso che la nostra epoca ne ha bisogno) potrebbero scuoiare il corpo, la cui pelle, trattata artificialmente, dà meravigliosi guanti per signora e stivaletti estivi per signori eleganti. Io ritengo che i vantaggi offerti dalla mia proposta siano molti e piú che evidenti, e anche della massima importanza. Previsto che il mantenimento di circa centomila bambini dai due anni in su non può essere calcolato di un costo inferiore a dieci scellini l'anno per ogni capo, il patrimonio della nazione aumenterà in questo modo di cinquantamila sterline l'anno, senza tener conto della nuova pietanza introdotta nelle mense di tutti i signori del Regno che siano di gusti raffinati; e il denaro circolerà tra di noi, essendo l'articolo completamente di nostra produzione e lavorazione. I produttori regolari, oltre al guadagno di otto scellini buoni, ottenuti annualmente con la vendita dei bambini, si libereranno del peso di mantenerli dopo il primo anno di età. Si avrebbe un grande incoraggiamento al matrimonio; aumenterebbe la cura e la tenerezza delle madri per i bambini; e ben presto avremmo modo di vedere un'onesta emulazione fra le donne sposate nel portare al mercato il bambino piú grasso. Io non prevedo obiezione possibile alla mia proposta, a meno che non si insista nel dire che la popolazione del Regno in questo modo diminuirebbe notevolmente. Lo ammetto ben volentieri, e è questo, di fatto, uno degli scopi principali della mia proposta. Una proposta che, essendo interamente nuova, presenta alcunché di solido e di concreto, è di nessuna spesa e di poco disturbo e rientra pienamente nelle nostre possibilità di attuazione. Stando le cose come stanno, come si potranno altrimenti trovare cibo e vestiti per centomila bocche e spalle inutili? Io invito quei politici, ai quali non garba il mio progetto, e che forse avranno il coraggio di azzardare una risposta, a andare a chiedere prima di tutto ai genitori di questi mortali se non pensino, oggi come oggi, che sarebbe stata una grande fortuna quella di essere andati in vendita come cibo di qualità all'età di un anno, alla maniera da me descritta, evitando cosí tutta una serie di disgrazie come quelle da loro patite, per l'oppressione dei padroni, l'impossibilità di pagare l'affitto senza aver denaro o commerci di qualche sorta, la mancanza dei mezzi piú elementari di sussistenza, di abitazione e di abiti per ripararsi dalle intemperie, con la prospettiva inevitabile di lasciare per sempre in eredità alla loro discendenza questi medesimi triboli, se non peggiori.» 

Si noti che una politica siffatta, a differenza delle manovre attuali, garantirebbe a un tempo rigore di bilancio e crescita del prodotto pro

La sentenza con la quale la magistratura di Stoccarda ha disposto l'archiviazione del procedimento contro gli appartenenti al reparto delle Watten-Ss imputati della strage di Sant'Anna di Stazzena e già condannati dalla giustizia italiana ripropone vecchi interrogativi e ne apre di nuovi sia sul terreno tecnico sia dal punto di vista etico e politico. Si presenta anzitutto un conflitto tra magistrature: è possibile che la magistratura tedesca non sia in grado di accertare quanto appurato dai giudici italiani? La difformità di valutazioni, a parte produrre le conclusioni abnormi che sono sotto gli occhi di tutti, rischia di incrinare ogni fiducia delle popolazioni nei confronti della giustizia.

Poiché non è la prima volta che questo accade, nella prospettiva di una unione europea segnala a dir poco una incongruenza che richiede sicuramente un intervento riparatore. Come si può pensare che, indipendentemente dalla dimostrazione delle responsabilità dei singoli militari delle Waffen-Ss, la popolazione dell'area teatro della strage prenda per buona l'ipotesi di essere stata vittima di un'azione non premeditata? L'archiviazione giudiziaria non archivia la memoria e rischia di inasprire ferite che solo con una lenta opera di riconciliazione, di cui sono stati e sono protagonisti anche cittadini e politici tedeschi, erano e sono in via di superamento.

Ma c'è ancora un altro versante del discorso che va considerato. Il conflitto tra la giustizia e la storia. Risulta veramente strano che la magistratura di Stoccarda, alla luce dell'esperienza pluridecennale della giustizia tedesca con crimini commessi dai nazisti in Europa non sia in grado di inquadrare la strage di Sant'Anna nel suo contesto storico. È ben vero che il giudice deve provare le responsabilità individuali ma è altrettanto incontestabile che queste si collocano all'interno di precisi contesti. Il giudice non è tenuto a compiere lui un'indagine storica, ma certo è tenuto a non ignorare che esiste un'ampia letteratura che può aiutarlo a valutare. Che una strage di centinaia di persone, con centinaia di vittime tra donne e bambini, non gli suggerisca che di ben altro si trattava che non di caccia ai partigiani, è un fatto che non denota insufficienza di informazioni ma piuttosto l'inadeguatezza (per non dire l'incompetenza) del giudice.

La politica delle stragi non è un'invenzione della storiografia, fece parte della strategia della Wehrmacht, e non solo delle Ss, nel tentativo di controllare i territori occupati dell'Europa intera e di intimidire le popolazioni insofferenti dell'oppressione dei nazisti e dei loro collaboratori. Nel caso dell'Italia, la brutalità delle violenze naziste dopo l'8 settembre 1943 non fu soltanto reazione alla secessione dal conflitto dell'alleato fascista, fu tra le opzioni tattiche strategiche adottate per superare le difficoltà del controllo del territorio. La guerra ai civili non è stata studiata soltanto da storici italiani, su di essa hanno attirato l'attenzione studiosi tedeschi - da Friedrich Andrae a Gerbard Schreiber, a Luiz Klinkhammer: essa caratterizzò la fase più acuta della campagna d'Italia, quando i tedeschi pensavano di non avere più nulla da perdere. Se i giudici di Stoccarda avessero tenuto presente questo contesto certo non sarebbe sfuggito loro che l'eccidio di Sant'Anna non era avvenuto per caso. Quali che possono essere le cause che hanno reso ulteriormente difficile la valutazione di questo caso - e certo i colpevoli ritardi della giustizia italiana causati dall'armadio della vergogne vanno messi nel debito conto - il comportamento della magistratura tedesca risulta inspiegabile. Per le popolazioni direttamente colpite suona come la capitolazione di fronte all'inesplicabilità della storia e alla viltà di uomini che oggi mentono senza scrupoli come senza scrupoli allora ammazzarono.

vedi anche in eddyburg un bell'articolo di Luciana Castellina a proposito dell'evento e del film di Spike Lee

Negli anni '60 e '70 del secolo scorso i rapporti Svimez sullo stato di salute del Mezzogiorno erano seguiti con estrema attenzione e suscitavano un grande dibattito politico. Pasquale Saraceno, appassionato presidente dello Svimez, si esaltava o si deprimeva a seconda dell'andamento del Pil del Mezzogiorno rispetto al resto del paese, suggeriva soluzioni e denunciava i punti deboli della politica governativa per il Mezzogiorno. Poi, dalla seconda metà degli anni '80, la «questione meridionale» muore, scompare dall'agenda politica. Il suo posto viene occupato dalla cosiddetta «questione settentrionale» che si guadagnava la scena politica anche grazie ai successi crescenti della Lega nord.

Per oltre trent'anni la questione del divario Nord/Sud nel nostro paese è stata vista come una questione nazionale, non solo una questione di riduzione del divario economico, ma di unificazione sociale, culturale e civile delle due Italie. I governi democristiani e di centro-sinistra avevano tentato di porvi rimedio varando delle politiche per il Mezzogiorno già nell'immediato dopoguerra.

Prima la Cassa per il Mezzogiorno e la Riforma Agraria (1950), poi l'industrializzazione del Mezzogiorno attraverso i «poli di sviluppo», poi le politiche per l'occupazione giovanile (legge 285 del 1977), quella per l'incentivazione alle imprese, ecc. Sappiamo che furono politiche in gran parte fallimentari, ma facciamo attenzione a non buttare il bambino con l'acqua sporca. La Cassa per il Mezzogiorno ottenne grandi risultati nei suoi primi anni d'attività.

Molte delle infrastrutture di base nel Mezzogiorno, dagli acquedotti alle fogne, dalle strade ai sistemi d'irrigazione nell'agricoltura, erano indispensabili e furono realizzati in poco tempo. Poi la politica s'impadronì della Cassa che divenne un «Cascittuni» dove tutta la classe politica dominante prendeva a piene mani per finanziarie le proprie clientele.

La Riforma Agraria, è noto, fu una falsa riforma: distribuì le terre meno fertili ai contadini meridionali (soprattutto con tessera democristiana) senza dargli i mezzi tecnici, l'accesso al credito ed al mercato. Risultato: questi piccoli appezzamenti di terra (in media a famiglia contadina non toccò più di un ettaro) furono abbandonati insieme alle minuscole case rurali costruite per famiglie di otto-dieci membri.

Infine, la politica dei "poli di sviluppo", che si fondav

a sul pensiero teorico di Perroux e di altri economisti dello "squilibrio" e delle terapie shock per le aree depresse, produsse risultati contraddittori. In circa quindici anni furono creati, in otto poli industriali, circa 80.000 posti di lavoro nella grande industria - soprattutto siderurgia, petrolchimica, mezzi di trasporto - che furono accolti a braccia aperte dalle popolazioni locali, malgrado procurassero in alcuni casi danni ambientali gravi, e fossero del tutto avulsi alla valorizzazione delle risorse locali. L'Ilva di Taranto, con tutte le sue contraddizioni, è il frutto di quella politica dei poli di sviluppo, così come lo sono Porto Torres, Gela, Augusta Priolo, Milazzo, ecc.

Dalla seconda metà degli anni '70 non ci fu più una strategia di politica economica per lo sviluppo del Mezzogiorno, ma una miriade di interventi per lo più a carattere assistenziale che portarono ad un crescente trasferimento netto di risorse pubbliche verso l'area meridionale: alla fine degli anni '80 oltre il 30% del Pil del Mezzogiorno era dovuto ai trasferimenti netti dello Stato (spesa pubblica allargata meno gettito fiscale). Nello stesso periodo - 1950-1980- si era verificata in Italia l'ultima rivoluzione industriale, quella della Terza Italia come la definì Arnaldo Bagnasco, che aveva fatto registrare nel centro-nord-est una diffusa industrializzazione fondata sulla piccola e media impresa e sui distretti industriali. Da Roma in su, per tenore di vita, apparato produttivo, qualità dei servizi, l'Italia si era finalmente unificata ed era diventata la quinta potenza industriale. Restava quella parte marginale del paese, il Mezzogiorno, che ormai era diventato solo un peso, una zavorra, un luogo malfamato di mafie e clientelismo, un «Inferno» come lo definì Giorgio Bocca nel suo libro del 1990. Soprattutto, il Mezzogiorno non era più funzionale allo sviluppo del paese. Se negli anni '50 l'area meridionale aveva costituito il bacino di reclutamento della forza-lavoro per il triangolo industriale del nord-ovest, se negli anni '60 l'industria pesante parastatale era complementare alla crescita delle manifatture nel nord, se negli anni '70 ed '80 il Mezzogiorno aveva rappresentato un'importante area di consumo per la nascente industria della Terza Italia, adesso non serviva più. Dopo l'89, il mercato era diventato globale e i venti milioni di meridionali rappresentavano un mercato di sbocco marginale per l'industria del centro-nord, così come la forza lavoro meridionale non era più «competitiva» rispetto a quella degli extracomunitari. Basti pensare che, già in quegli anni un incremento dell'1% del Pil in Germania generava nel nord-est Italia una domanda per l'industria superiore ad un aumento di 10 punti di Pil nel Mezzogiorno!

Persa la sua funzionalità allo sviluppo del capitalismo italiano, il territorio meridionale restava interessante solo come bacino di voti. Malgrado tutto, grazie ai trasferimenti netti dello Stato il divario Nord-Sud non era cresciuto e anzi in qualche fase era anche leggermente diminuito. Se osserviamo una serie storica relativa all'andamento del reddito pro-capite tra Centro/Nord e Sud, scopriamo che negli anni di crescita economica sostenuta il divario aumenta, mentre negli anni di recessione (1963/64, 1975, ecc.) il divario diminuisce. La spesa pubblica funzionava da zavorra che rendeva il Mezzogiorno impermeabile agli shock esogeni. In altri termini, quando il mercato mondiale tirava, il Sud non ne riceveva grandi benefici data la sua struttura produttiva, mentre quando c'era una fase recessiva il Sud resisteva meglio grazie ai flussi di spesa pubblica che restavano invariati. Come scrisse Sylos Labini «il motore dello sviluppo del Mezzogiorno è la spesa pubblica», e la classe politica dominante alimentava questo motore senza più pensare minimamente di affrontare la questione del divario strutturale Centro/Nord- Sud.

Dal 2008, da quando siamo entrati nella Grande Contrazione, come l'ha definita Paul Krugman, tutto è cambiato. Le politiche di austerity tagliano pesantemente la spesa pubblica e colpiscono le fasce sociali ed i territori più deboli. Il dato fornito dal Rapporto Svimez - solo un giovane su tre lavora nel Mezzogiorno- è ancora più grave di quanto il numero ci possa dire. Rispetto agli anni '50 e '60, quelli della «grande emigrazione» meridionale, oggi un giovane disoccupato non sa più cosa fare e dove andare. C'è un fenomeno che non viene registrato dalle statistiche: è il flusso continuo di andata e ritorno sud/nord che è cresciuto in questi anni. I giovani partono verso il centro-nord Italia alla ricerca di un lavoro. Molte volte lo trovano, ma si tratta di un lavoro precario e malpagato, mentre i costi della nuova residenza sono crescenti ed insostenibili. Così,vanno e vengono, tentano per qualche tempo e poi ritornano a casa dai genitori, per poi ripartire, magari verso altri paesi europei (come la Germania e l'Inghilterra).

C'è ancora un altro divario molto grave che non appare nel Rapporto Svimez: è il divario crescente all'interno del Mezzogiorno. Innanzitutto, tra le regioni meridionali. La Puglia ha fatto molti passi in avanti nei settori dell'industria culturale e del turismo, delle energie rinnovabili e nel campo del non profit, mentre forte è la caduta economica e sociale di regioni come la Calabria, la Sardegna e la Campania. Ma, ancora più grande è il divario tra le aree interne ed aree costiere o di pianura, tra centri urbani e piccoli comuni dell'«osso meridionale». Con i tagli lineari del governo Monti, preceduti da quelli dell'ultimo governo Berlusconi, sono stati cancellati centinaia di scuole rurali, di scuole elementari, di presidi sanitari, di uffici postali e farmacie. In un piccolo Comune dell'Appennino meridionale questi tagli si traducono nella morte civile di queste comunità. Interi paesi, ricchi di storia e cultura materiale, stanno scomparendo nell'indifferenza generale. Certo, è un fenomeno che si registra anche nelle Alpi ed in alcune regioni del Nord come il Piemonte, ma al Sud è un fenomeno di massa che produce un vero e proprio genocidio culturale.

C'è infine una critica di fondo che va fatta al Rapporto Svimez. E' il suo approccio economicistico che riduce la complessità del confronto Nord/Sud al solo andamento del Pil e dell'occupazione ufficiale. Sono tanti i fattori e le variabili che sono profondamente cambiate rispetto a solo dieci anni fa. Facciamo alcuni esempi. Clientelismo, corruzione ed economia criminale non sono più una piaga che colpisce e caratterizza solo il Mezzogiorno, ma sono fenomeni ben radicati in tutto il paese. Anzi, è proprio nell'area meridionale che negli ultimi anni si registra una rivolta di ampi strati sociali allo strapotere della borghesia criminale, e che si stanno ponendo le basi per la nascita di un'economia equa e solidale. La condizione degli anziani e dei pensionati nel Mezzogiorno è migliore di quella di alcuni grandi centri urbani del nord, grazie al più diffuso possesso di case in proprietà e di piccoli appezzamenti di terra che danno un contributo importante al bilancio familiare

(autoproduzione).

Quello che è veramente una tragedia sociale, sul piano esistenziale prima che economico, è la condizione giovanile. Per affrontarla c'è una sola terapia concreta al di là delle chiacchiere: il diritto ad un reddito minimo garantito. E' il solo investimento sul futuro che può assicurare buoni frutti nei prossimi anni. Naturalmente, non può che essere una legge nazionale che comprenda tutti i giovani tra i 18 ed i 32 anni, con le opportune sanzioni per i furbetti ed i figli di papà. Non è la panacea per tutti i mali, ma un punto chiaro di ripartenza per una politica meridionale/nazionale (di cui riparleremo alla prossima occasione).

Ma, solo un reddito minimo garantito per i giovani può permettere al Mezzogiorno di guardare al futuro, scatenando queste energie per sperimentare nuovi stili di vita e di lavoro. Altrimenti, tutto il territorio meridionale si trasformerà in un ospizio per quella che Marx definiva come «sovrapopolazione stagnante», ricovero di malati, handicappati, anziani e disadattati rispetto a questo modello social

GLI italiani non hanno fiducia nel proprio Stato, nelle proprie istituzioni, ancor meno nei partiti. La cosa era nota da tempo – basta vedere come i partiti governano le regioni, a dispetto di tante promesse di rigenerazione – ma nel frattempo diffidano anche dell’Europa. Nell’articolo pubblicato lunedì su questo giornale, Ilvo Diamanti descrive la progressiva erosione dell’europeismo italiano: la più spettacolare, nell’Unione dei Ventisette. La grande illusione del dopoguerrastinge, vicina a spegnersi.

Era una sorta di polizza d’assicurazione («gli italiani preferivano farsi commissariare da Bruxelles piuttosto che farsi governare da Roma ») ma evidentemente non funziona più visto che le istituzioni europee si son fatte arcigne, asservite agli Stati più potenti, abituate a chiamarci, quasi fossimo degenerati inbanlieuedi traffici illeciti e tumulti,periferia Sud.

Non è euroscetticismo, perché lo scettico è filosofo che interroga, mette in questione i misteri di chiese o ideologie. L’avversione italiana è meno argomentativa, meno incalzante, e come vedremo è bellicosa. Somiglia più all’accartocciarsi di un’illusione che era stata troppo supina, troppo poco politica, pervasa da sotterranea apatia. All’ombra dell’Europa ci si sentiva protetti ma si poteva coltivare il vizio antico del «chi me lo fa fare»: tanto c’era lassù qualcuno che ci amava. L’avversione s’estende e sospetta ormai di ogni istituzione, nazionale o sovranazionale. Aborre il principio stesso della rappresentanza, e in Italia diffida dei politici e specialmente dei partiti, che vorrebbe sostituire con i movimenti. Ma davvero vorrebbe? Unmovimento europeistaprobabilmente risanerebbe le istituzioni dell’Unione, ma siccome né i partiti né Grillo immaginano che il potere vada oggi preso in Europa, la discriminante non è laforma della politica ma la politica stessa.

Se dunque la stragrande maggioranza degli italiani ha smesso di fare assegnamento su istituzioni e partiti (in Italia, in Europa), in chi ripone la sua fiducia? Se tutti i poteri e corpi intermedi sono esecrati, se ogni delega è truffa:cosavogliamo precisamente? Forse una sorta di democrazia diretta, che faccia a meno di corpi intermedi e rappresentanze, come nelle parole di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.Ogni persona vale uno, senza delega alcuna, e le grandi e piccole decisioni sono i cittadini a prenderle, tramite la Rete: nuova agorà pubblica dove il popolo – ecco lademo-crazia– non seleziona i migliori ma governa se stesso.Non va sottovalutata la potenza educativa del messaggio: se ogni cittadino diventacompos sui,padrone di sé, vuol dire che si sveglia. Non si chiude a riccio, non si china come giunco in attesa che la piena passi,ma s’impegna, scopre che la cosa pubblica lo concerne. Movimenti simili fanno pedagogia: l’Italia era una nazione passiva, non diversamente dalla Germania ovest che dopo il crollo del ‘45 era un paese non sovrano, mutilato, smemorato. Passare dalla passività alla partecipazione è una rivoluzione benefica.

Ma anche qui s’annida l’illusione, alimentata da nuovi vizi come il disprezzo delle istituzioni e perfino della Costituzione, giudicata insopportabilmente immobile, non malleabile. S’annida anche la disinformazione. Casaleggio cita spesso l’esempio islandese, i cittadini che sul web «ridiscutono la Costituzione ogni volta che sarà ritenuto necessario»: lo ripropone nel libro che ha scritto con Grillo nel 2011 (Siamo in guerra,Chiarelettere). Ma le cose non stanno così. Non solo l’Islanda è un paese piccolissimo (poco più di 300.000 abitanti), ma quel che è accaduto dopo il 2008, quando il paese sfiorò la bancarotta, è un’innovazione senza precedenti che preserva, tuttavia, l’idea della delega e della rappresentanza.La costituzione islandese (è copiata dalla Danimarca, da cui l’Islanda s’emancipò nel ‘44), si è rivelata insufficiente – lo sono quasi tutte, nell’Unione europea – e la revisione in effetti è cominciata online. Ma lo scopo era di eleggere un’assemblea costituente, selezionando 25 cittadini fra 522 candidati. I Venticinquepreferiscono dirsiportavoce,non essendo capi di partito, ma per forza diventano un corpo intermedio, una rappresentanza in cui il popolo web decide di avere fiducia. Non solo: il progetto costituzionale è stato presentato in Parlamento, e l’iter si concluderà con un referendum, questo 20 ottobre, che voterà sulla Carta approvata sia dai 25 sia dai parlamentari. Un referendumnon vincolante,che «servirà da guida al governo e al Parlamento». Il modello di Grillo non è un’ininterrotta assemblea online, che fa e disfa istituzioni a seconda delle opinioni vincenti. L’idea di istituzioni che durino indipendentemente da maggioranze e governi, permane.

Rivoluzionaria è la discussione preliminare in rete. Ma l’approdo è solo in parte democrazia diretta, e le istituzioni esistenti non sono considerate in Islanda ingombri, zavorra. Se hanno fallito, facilitando il tracollo finanziario del 2008, è perché mancava un efficace sistema di controlli e contrappesi (checks and balances).Un sistema che presuppone istituzioni e rappresentanzeforti. Altrimenti di chi è il contropotere? Chi frena l’arbitrio di lobby, di chiese, garantendo la laicità dello Stato?Dizavorrasi parla molto in questi giorni: troppo. Sono ingombrante zavorra i diritti, le responsabilità delle imprese, le regole, le rappresentanze, le regioni votate per loro stessa natura a sprofondarenella corruzione (Lazio e Lombardia, ma nella lista ci sono anche Calabria, Campania, Molise). L’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida non ha torto quando mette in guardia contro il desiderio diffuso «di cercare ilcolpevoledi tutto in una o altra istituzione, (...) senza mai domandarsi quali siano le vere cause dei nostri guai: e se non si debba chiedere conto di ciò che ci scandalizza non a questa o a quella istituzione della Repubblica, ma ai nostri concittadini elettori, i quali, col loro voto, hanno mandato in Parlamento e al Governo i famosi «nominati» che hanno approvato e difeso le peggiori leggi ad personam. (...) I «politici» contro cui si inveisce non sono piovuti dal cielo, sono quelli che gli elettori, al centro e in periferia, hanno scelto e premiato. Non c’entra la Costituzione» (Corriere della sera,24-9).Il libro di Casaleggio e Grillo denuncia rappresentanze inconfutabilmente corrotte. È la soluzione che non convince: l’orizzonte di guerra e di zavorra gettata da una superiore intelligenza digitale. Sono zavorra i cittadini che non si connettono (son parecchi, in un Paese che invecchia)?

E saranno corretti i difetti dei movimenti online, criticati da Enrico Sassoon che si è appena dimesso dalla Casaleggio Associati? (La Rete è «luogo democratico per eccellenza, al quale chiunque può accedere per dare voce alle proprie opinioni, (ma) può diventare arena di violenza incontenibile, diffamazione incontrastabile, vera e propria delinquenza mediatica»,Corriere23-9). Il filmGaia,concepito da Casaleggio Associati, annuncia una guerra batteriologica fra democrazie dirette a ovest e Russia-Cina-Medio Oriente, che inizierà nel 2020 e finirà nel 2040 con il nostro palingenetico trionfo, facendo circa 6 miliardi di morti. Il miliardo che resta «eliminerà i partiti, la politica, le ideologie, le religioni» (la zavorra), e istituirà un governo mondiale in mano a un’intelligenza sociale collettiva:Gaia, appunto.Un parto fobico della mente, Gaia. Fortuna che esiste l’esempio islandese, dove la Rete ha riformato senza liquidare istituzioni, partiti, giornali, religioni. Gaia è una distopia (non un’utopia): indesiderabile sotto tutti i punti di vista. In essa non regnerebbero che corporazioni, lobby, opache sette integraliste. Come nello stato di natura di Hobbes, sarebbe guerra di tutticontro tutti.

Jürgen Habermas ha parlato alto e chiaro sulla situazione europea e le decisioni che essa esige nell'articolo scritto assieme all'economista Peter Bofinger - membro del Consiglio tedesco dei saggi - e all'ex ministro bavarese Julian Nida-Ruemielin, uscito sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 3 agosto scorso (in italiano su Repubblica del 4 agosto) con il titolo «Rifiutiamo una democrazia di facciata», nel quale prende di mira le allusioni di alcuni membri del governo sulla elezione a suffragio universale di un presidente dell'Europa per legittimare il patto di bilancio europeo.

Nell'essenziale la tesi di Habermas è che la crisi non ha nulla a che vedere con le «colpe» degli Stati spendaccioni che gli stati «economi» stenterebbero a risanare (in tedesco «Schuld» significa sia «debito» sia «colpa»). Ha invece tutto a che vedere con l'incapacità degli Stati, messi in concorrenza dagli speculatori, di neutralizzare il gioco dei mercati e a premere per una regolamentazione mondiale della finanza. Per cui non si uscirà dalla crisi se l'Europa non si decide a «varcare il passo» verso l'integrazione politica che permetterebbe insieme di difenderne la moneta e affrontare le politiche di riduzione delle inuguaglianze al proprio interno che è la sua ragione di esistere. Terreno naturale di questa trasformazione è il «nocciolo europeo» (Kerneuropa), cioè l'eurozona più gli Stati che dovrebbero entrarvi (in particolare la Polonia). Ma la condizione sine qua non è una democratizzazione autentica delle istituzioni comunitarie, che Habermas intende essenzialmente come formazione d'una rappresentanza parlamentare dei popoli finalmente effettiva (attraverso un sistema a due livelli che egli distingue dal «federalismo» di tipo tedesco), dotata di poteri di controllo politico a livello continentale, in particolare sulla dimensione e l'utilizzazione delle imposte che sosterrebbero la moneta comune, secondo il principio degli insorti americani: «No taxation without representation!»

Bisogna felicitarsi di questo intervento e non lasciarlo isolato. Esso viene dopo una serie di coraggiose prese di posizione con le quali Habermas ha attaccato «il nuovo nazionalismo della politica tedesca e i pregiudizi unilaterali» che esso copre. E comporta un notevole sforzo per tenere assieme il piano politico, quello economico e quello sociale, come a prefigurare il contributo che l'Europa potrebbe portare a una strategia di uscita dalla crisi su scala mondiale, basata sugli imperativi d'una protezione dei diritti sociali (che non significa la loro immutabilità) e d'una regolazione dei meccanismi di credito che proliferano «sopra la testa» dell'economia reale. Per ultimo, Habermas afferma senza ambiguità che un'Europa politicamente unificata (la si chiami o no «federale») non è possibile che a condizione d'una democrazia sostanziale che investa la natura stessa dei suoi poteri e della loro rappresentatività, dunque legittimità. Da parte mia, da tempo sostengo una tesi più radicale (qualcuno dirà più vaga): una Europa politica, senza la quale non c'è che declino e impotenza per le popolazioni del continente, non sarà legittima, e quindi possibile, se non sarà più democratica delle nazioni che la compongono, se non farà un passo avanti rispetto alle loro conquiste storiche in tema di democrazia.

Un New Deal europeo

Il ragionamento del filosofo di Francoforte comporta tuttavia, ai miei occhi, due punti deboli fra loro connessi. Il primo è che non tiene in conto il tempo passato, e dunque la congiuntura: come se la crisi non si dispiegasse da anni; come se si potessero riportare indietro gli effetti che ha prodotto e realizzare ora quel che sarebbe stato necessario fare per evitarla, essenzialmente al momento di mettere in atto il sistema monetario europeo. Non credo che sia così. Converrebbe almeno sviluppare l'indicazione di Habermas relativa alla accettazione dell'imposta e il controllo del suo uso. Non ci sarà uscita dalla crisi, né in Europa né altrove, senza una «rivoluzione fiscale» che implica non solo imporre tasse su scale continentale e vegliare sulla loro giusta ripartizione, ma di utilizzarle in un'ottica diretta alla crescita dell'occupazione che la crisi ha devastato, alla riconversione delle attività produttive e alla riorganizzazione del territorio europeo. Qualcosa come un New Deal o un piano Marshall intereuropeo. Cosa che implica il ritorno a una politica monetaria equilibrata fondata sul circuito di scala non meno che su quello bancario (che è, vedi caso, quello che alimenta la speculazione).

Il secondo punto debole dell'argomentazione di Habermas è che si attiene a una concezione esageratamente formale della democrazia - sempre meno soddisfacente in una fase in cui sono in atto potenti processi di «sdemocratizzazione» nella nostre società, che derivano anche dalla crisi, ragioni di opportunità ed efficacia a favore di una «governance» dall'alto. Non si tratta soltanto di correggerli, occorre contrastarli e opporre loro delle innovazioni democratiche «materiali». Non mi si fraintenda: non ricuso affatto il bisogno di rappresentanza. Al contrario, la storia del 20mo secolo ne ha dimostrato assieme la necessità e i margini di fluttuazione, fra la semplice delega di potere e il controllo effettivo. Bisogna approfondire questo dibattito su scala europea. Ma anche introdurre altre modalità di democrazia, o meglio di democratizzazione dell'istituzione politica. È la chiave per risolvere la famosa aporia del «demos europeo». Il demos non preesiste come condizione della democrazia, ne deriva come un effetto. Ma neanch'essa esiste se non nel corso e nelle forme delle diverse pratiche di democratizzazione. Come democrazia rappresentativa, certo, ma anche come democrazia partecipativa, il cui orizzonte è il comunismo autogestito («la costruzione dei comuni», direbbe Negri), e come democrazia conflittuale («contro-democrazia», direbbe Rosanvallon), che vive di rivendicazioni e proteste, di resistenze e di indignazioni.

Unità del molteplice

Sono modalità in equilibrio instabile - è vero - che ci allontana da un costituzionalismo «normativo». Non potrebbero esser messe in atto da decisioni prescrittive, quale che ne sia il modo di legittimazione (come altri, Habermas evoca con insistenza la possibilità del referendum sul futuro dell'euro e dell'Europa). Può perfino sembrare che andando oltre la possibilità di una gestione da parte dei governi, dando vita alle virtualità dell'autonomia o del dissenso, esse vadano incontro all'obiettivo di una «rifondazione» dell'Unione europea: come fare unità con la molteplicità e la contraddizione, stabilità con l'incertezza, legittimità con la contestazione? Ma inversamente, si può chiedere a Habermas, come immettere democrazia nella costruzione europea senza un «salto» o un «passo di lato» rispetto alle strutture e procedure che sono state concepite per escluderla, neutralizzarla, e che i metodi di gestione della crisi, essenzialmente destinati a evitare l'intervento dei cittadini, hanno sistematicamente bloccato? Bisognerà pure che, su questo e altri punti («l'Europa sociale») si faccia avanti qualcosa come un'opposizione o un movimento.

Non lasciamo passare l'occasione che Habermas e suoi colleghi ci offrono di un dibattito sull'Europa per gli europei e fatto dagli europei. Esso si delinea in forme diverse dovunque è imposto dalla gravità della crisi: in Grecia, in Spagna, pochissimo in Francia malgrado l'allarme che dovrebbe provocare la valanga (di chiusure industriali e di polemiche) del rientro dall'estate, che sembra un remake delle campagne del 1992 e del 2005, con la sola differenza che non è previsto nessun referendum. Nulla che esca dalle frontiere nazionali. Nulla, quindi, che spinga la politica al livello che esigerebbero sia le urgenze sia i principi.

(Pubblicato sul quotidiano francese Liberation il 3 settembre 2012)

Oggi, alle 17.45 a Sarzana, Zagrebelsky aprirà il Festival della Mente con la lectio di cui anticipiamo un brano Il Festival, diretto da Giulia Cogoli, dura fino a domenica

In un “festival della mente”, è naturale parlare di idee. Che cosa, infatti, sono le idee, se non ciò che viene dalla mente, che è “prodotto” o “scoperto” dalla mente? Come si dice, ordinariamente, “viene in mente”? Ma, possiamo anche, in certo senso, rovesciare l’affermazione e dire che la mente è ciò che viene dalle idee, che senza idee non c’è mente. Quando usiamo una parola così violenta come de-mente, non intendiamo forse uno per la cui mente non passa alcuna idea? Dunque, possiamo dire che mente e idee sono tutt’uno, che si tengono insieme e, in sintesi, che la mente tende alle idee e in esse trova il suo compimento, la sua realizzazione.

In queste prime frasi della mia relazione, desidero tessere un elogio delle idee, considerandole beni che possono dare felicità, talora molta felicità.

Gli antichi, con perfetta ragione, dicevano che la felicità è il completamento di ciò che è “per sua natura”, cioè è la realizzazione di ciò cui la nostra natura aspira. Possiamo, allora, dire che nelle idee noi troviamo la felicità, per la parte che riguarda la mente. Uno dei primi trattati sulla felicità, il dialogo Geroneil tiranno

del poeta lirico
, Simonide (VI-V secolo a. C.), tratta per l’appunto dei beni che fanno la felicità, quando li si possiede, e l’infelicità, quando mancano. Non esistono beni di questo genere in assoluto: dipende dalla natura degli esseri umani. Le persone sensuali troveranno i loro beni «con gli occhi per ciò che vedono (gli spettacoli), con gli orecchi per ciò che sentono (la musica), col naso per gli odori (i profumi), con la bocca per ciò che ingurgitano (il cibo e il vino) e con ciò che tutti ovviamente conosciamo in ragione del sesso (i corpi degli amati). C’è poi il sonno, che genera felicità per il corpo e per l’anima, anche se è difficile dire come e perché, forse a causa del sonno stesso che rende le sensazioni meno chiare di quanto siano nella veglia». Ma poi conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nel concepire grandi progetti, portarli rapidamente a termine, avere il superfluo in abbondanza, possedere cavalli d’ineguagliabile velocità, armi d’incomparabile potenza e bellezza,gioielli squisiti per le proprie amanti, dimore magnifiche, i servi migliori, poter danneggiare i propri nemici più di ciò che a chiunque altro sia consentito, essere ammirati dal maggior numero possibile dei propri simili. Ancora: ci sono le persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili, l’agricoltura, come armonia con la natura.

Ma, nei tanti elenchi che riguardano quelli che consideriamo i beni della nostra vita, non troviamo mai le idee. Invece, possono dare anch’esse felicità, per qualcuno e in qualche momento, anche più di altri beni alle, per così dire, persone di pensiero. Ciò vale per le idee in quanto tali, indipendentemente dal fatto che siano vere o false, giuste o ingiuste, buone o cattive. Non si tratta di giudizi sul contenuto delle idee, ma d’idee in quanto tali. I giudizi vengono dopo.

Permettete un riferimento personale alla mia attività nell’ambito dell’Università. Ho ormai preso l’abitudine, poiché il tempo passa, la memoria diminuisce e l’improvvisazione è sempre più pericolosa, di preparare le lezioni e di scriverne la traccia, per poterla usare quasi come una rete di sicurezza. Ebbene, una mattina, mi sono trovato senza. Non sapevo doveva era sparita, la sera prima. Ho proposto allora agli studenti di fare così: prendere l’ultimo argomento trattato (era la pena di morte, un argomento davvero inesauribile) e di ragionarci su insieme, lasciando per così dire libero il pensiero di svilupparsi da sé, da un’idea all’altra. Abbiamo insieme, per due ore, “prodotto idee” con molta nostra soddisfazione d’esseri pensanti, riconosciuta da tutti (aggiungo: purtroppo con soddisfazione maggiore di quella che davano le lezioni “normali”). Chi abbia fatto una qualche simile esperienza di scoperta d’idee, che può giungere anche a punte d’esaltazione, non avrà dunque difficoltà nel considerare le idee “beni della vita” e l’elaborazione d’idee qualcosa cui può essere dedicata, in tutta o in parte, la propria esistenza, non meno degnamente di come altri la dedicano all’autorealizzazione in altri aspetti dell’umana natura.Invece, nella comune accezione, le idee non entrano affatto a far parte dei beni della vita. Anzi: sembrano stancare, essere perdita di tempo, divagazioni senza costrutto; nella migliore delle ipotesi, qualcosa di cui la gran parte delle persone può fare facilmente a meno, per essere riservate solo a qualcuno, coloro che chiamiamo, non senza una certa dose di sottinteso disprezzo, gli “intellettuali”.

Da qualche tempo, il tempo in cui tutto, per esistere, sembra dover essere misurabile, quantificato, ci si dà da fare per “calcolare” la felicità degli esseri umani. Perfino i governi si dedicano a questo compito, evidentemente in vista di “politiche per la pubblica felicità”, secondo gli intenti dei “principi illuminati” del ’700. Ora, questa politica si vorrebbe impiantare su basi scientifiche e, a questo scopo, si usano mezzi demoscopici, insomma sondaggi. Il 26-27 marzo 2010 una sessantina di psicologi, politici, filosofi, economisti si sono riuniti a Rennes, in Bretagna, per discutere del tema: Le bonheur: une idée neuv e .

Per la verità, già Saint Just, sulla fine del ’700, aveva esclamato: «la felicità è un’idea nuova in Europa». “Felicità” è una delle parole più ricorrenti in tutta la pubblicistica di quel secolo.

Ora ritorna d’attualità, sotto specie di “benessere”. Il governo Sarkozy ha commissionato a tre dei maggiori intellettuali del nostro tempo: Stiglitz, Sen e Fitoussi un rapporto, reso pubblico nel settembre 2009, destinato a suggerire criteri per il ricalcolo del benessere collettivo, sottraendolo alle regole puramente produttivistiche del Pil. Si è andati al di là, suggerendo di prendere in considerazione non solo la misura del prodotto e del consumo di beni materiali, ma anche i cosiddetti “beni relazionali” come i rapportisociali e il tempo libero, la pubblica sicurezza, ecc. Altri, hanno aggiunto la salute pubblica, l’istruzione, la certezza del lavoro, la casa, la vivibilità delle città, il verde pubblico, gli affetti familiari e la loro stabilità, ecc. A nessuno sono venute in mente le idee. Sembra che siano irrilevanti. Capisco che sono difficilmente censibili (forse non diversamente da altre cose che si considerano “beni”) e che, ancor meno, possono essere prodotti di politiche pubbliche (anche se, però, le politiche pubbliche possono favorire il loro fervore). Eppure, comprendiamo facilmente che una vita senza idee, una società che non libera da sé idee, sono letteralmente “infelici”, cioè infeconde, non creative, destinate non a vivere ma, nelle migliori delle ipotesi, a sopravvivere a se stesse, come colonie. Se confrontassimo le diverse società e le loro diverse epoche dal punto di vista del loro fervore ideale, potremmo, per quanto approssimativamente, stabilire un più e un meno; cioè, in fondo, potremmo stilare classifiche e, per esempio, interrogarci sullo stato della nostra società, nel nostro tempo. Forse, larisposta sarebbe rattristante.

Ma, in generale, che cosa ci dice questo silenzio sul valore delle idee, quanto ai caratteri dello spirito del nostro tempo? Forse che è un tempo edonista, materialista, che ha bisogno di esseri mentalmente programmati per un tipo di società che, a parole, esalta il pluralismo delle idee e, quindi, la libertà della cultura ma, nella realtà ha bisogno che di idee ce ne sia una sola, grande, omogenea, e che di quella libertà non sa che farsi. Lasciamo stare. Ognuno dia la sua risposta. Cerchiamo invece di entrare nel grande mondo delle idee, non per quel che riguarda la loro origine – se prodotte dalla fisica o dalla metafisica: questione delle neuroscienze o della filosofia – ma attraverso qualche suddivisione concettuale, che ci consenta di gettare un po’ di luce in un fascinoso mondo di realtà impalpabili.

Si possono fare distinzioni basate sui più diversi criteri. Ora, assumeremo un criterio, per così dire, funzionale che corrisponde alla domanda: a che cosa servono le idee? Le idee possono essere collocate come su una scala a tre gradi maggiori, con gradini minori, a seconda che, a partire dal basso verso l’alto, valgano per conoscere, per risolvere e per progettare “cose”. L’immagine della scala non deve suggerire l’idea d’una distribuzione secondo una minore o maggiore dignità delle idee, a seconda del posto che esse vengono a occupare. Nella scala i gradini più in basso sono indispensabili per salire su quelli più alti e quelli più in alto non sarebbero raggiungibili senza quelli più in basso. Come l’immagine della scala anche suggerisce, i gradini non sono separati da divisioni insormontabili. Anzi, servono per passare dall’uno all’altro, in salita e in discesa. Dobbiamo ora passare a vedere come.

ERIN Brockovich, l’eroina della class action immortalata da Julia Roberts, era una segretaria precaria (e madre sola di tre bambini) di un piccolo studio legale quando cominciò a indagare sulla Pacific Gas and Electric Company, il colosso americano produttore di energia che da anni contaminava le falde acquifere di un paesino californiano provocando tumori e gravissime malattie ai residenti, infine inquinando prove e cercando, trovandole, sponde solide tra funzionari pubblici compiacenti. L’azione legale di gruppo che quell’indagine produsse fu memorabile.

Per la prima volta l’accusa di malgoverno di un’azienda privata comportò il riconoscimento di responsabilità con un indennizzo miliardario alle vittime (circa settecento persone). Un esito che fece giustizia senza provocare la chiusura dell’impianto, come la direzione aveva paventato. La mole di documenti portati dalla Brockovich davanti al giudice non riuscirono a provare con certezza scientifica l’esistenza di una relazione causale diretta tra inquinamento e malattie. Ma la ricorrenza dei tumori e la sola vista di quel villaggio insalubre (dove i dirigenti della PG&E dissero che non avrebbero mai voluto vivere) furono sufficienti agli occhi del giudice per decretare la responsabilità della compagnia.

Senza aver studiato né filosofia né diritto, Erin Brockovich ebbe subito ben chiaro il quadro, ovvero che due sono gli ostacoli maggiori alla giustizia in questi casi: le connivenze e le coperture colpevoli di cui i potenti godono, e l’ideologia che l’opinione pubblica fa passare secondo cui in questi casi ci si trova di fronte a un conflitto irrisolvibile tra valori fondamentali come la vita e il lavoro, similmente a una tragedia greca dove nessuno è responsabile se non l’umanità stessa, per la sua fallibilità e l’incapacità di vivere in armonia con le leggi della natura. Brockovich era riuscita a smascherare le connivenze e a confutare questa filosofia cercando di dare un senso alla massima secondo la quale «la legge è uguale per tutti». Corruzione e incuria erano stati per anni la pratica perpetrata da parte di coloro che avevano la possibilità e il dovere di intervenire.

L’Ilva non è la Pacific Gas and Electric Company, e il gip di Taranto Patrizia Todisco non è una nostrana Erin Brockovich. L’oggetto del contendere del resto non è il rimborso per i danneggiati dal malambiente dell’Ilva, ma il risanamento dello stabilimento. Tuttavia la dinamica dell’inquinamento, dell’occultamento delle prove, della manipolazione dei dati e del ricatto sul lavoro è pressoché la stessa. I casi di inquinamento sono casi di corruzione e di illegalità a tutti gli effetti. Ora sappiamo che l’inquinamento c’è all’Ilva e c’è stato per anni, fin da quando l’azienda era di proprietà dello Stato. E più i giorni passano più ci avvediamo delle colpevoli responsabilità che coinvolgono l’intera filiera decisionale, a partire dai proprietari dell’azienda fino ai tecnici che dovevano accertare e raccogliere dati veritieri e ai funzionari pubblici. Fumi e fanghi, dentro e fuori l’Ilva.

E poi, incidenti per anni, fino al più recente. Porta la data del febbraio del 2012. Un grosso incendio si sviluppò in un’area dello stabilimento producendo una colonna di fumo visibile a chilometri di distanza e diversi intossicati. Il Sindaco di Taranto, sulla scorta della perizia svolta dagli esperti incaricati dal Giudice Patrizia Todisco, ordinò all’Ilva di eseguire entro trenta giorni lavori volti alla riduzione dell’immissione di fumi e polveri, comminando, in caso di mancato adempimento, la sospensione totale degli impianti. In quell’occasione il Comitato Donne per Taranto diramò il seguente appello: «Se doveste avere problemi respiratori, vomito, bruciori alle mucose, tosse recatevi subito al pronto soccorso.. Il consiglio è tenere finestre e porte ben chiuse e sigillate».

Un lungo ciclo di incurie alla fine del quale è giunta la magistratura. Di fronte al rischio di chiusura della produzione si ricorre, prevedibilmente, al ricatto del lavoro. E si getta un’ombra inquietante sull’intervento della magistratura. Ma non è l’intervento della legge all’origine del conflitto tra lavoro e salute. L’intervento della legge mette semmai a nudo svelandolo all’opinione nazionale uno stato di incuria colpevole che dura da anni. La carenza di cura per l’ambiente di lavoro, per la città, per la natura, ha generato questa situazione d’emergenza. Incuria ed emergenza sono fenomeni tra loro concomitanti, una sequenza alla quale il nostro Paese sembra abituato, non solo nel settore industriale, e che lascia strascichi drammatici e polemiche inutili e dannose (spingendo l’opinione pubblica a schierarsi addirittura pro o contro la legge) invece di favorire soluzioni giuste (che non vuol dire facili e indolori) e in tempi rapidi.

Lasciare che le cose procedano fino al punto in cui la legge non può più tacere – questa è la responsabilità immane che porta ad emergenze come questa. Chi non ha preso le decisioni che doveva prendere, o le ha prese malamente, ha lasciato la patata bollente alla magistratura. Salvo poi accusarla di aver applicato la legge. La quale, come ha giustamente scritto Luciano Gallino su questo giornale, ha tra le sue funzioni essenziali quella di “impedire che il più forte abbia la meglio sul più debole», chi può danneggiare su chi può solo essere danneggiato. E il più forte è in questo caso chi ha lasciato che le cose procedessero così, con il minor dispendio possibile di risorse. Accusare la legge di generare conflitti insolubili è un assurdo e quanto di più sbagliato si possa fare perché essa interviene proprio perché il conflitto è giunto a un punto tale da non consentire più accomodamentiper vie ordinarie.

L’intervento del magistrato è giunto dopo che le scelte ambientali hanno fallito o sono state lasche o colpevoli. Porta alla luce un problema di incuria che è reale e che gli interessi di chi è più forte cercano di smorzare, magari servendosi del penoso argomento della crisi economica e del rischio all’occupazione, infine del conflitto tragico tra lavoro e vita – come se chi lavora sia per necessità votato a rischiare la vita. Ma se conflitto c’è questo è un conflitto di interessi che ha per protagonisti cittadini molto ineguali in potere e che la legge cerca di riequilibrare nel dovere di non arrecare danno o di riparare ai danni fatti. E come scrive Gallino, niente è più irrazionale che insistere con il ricatto del lavoro anche perché recuperare e ristrutturare l’impianto tarantino è esso stesso un lavoro che può essere meglio svolto da coloro che dall’interno conoscono quell’impianto. Anche perché, c’è da aggiungere, è irrazionale e non nell’interesse nazionale pensare di conquistare le commesse straniere facendo credere al mondo che da noi si può danneggiare ambiente e salute.

Giorni or sono ho pubblicato sul manifesto un articolo («Ma dove sono i partiti?», 13 luglio), in cui invitavo la futura concentrazione di governo di centro-sinistra a inserire fra i primi posti nella propria elaborazione il lavoro e l'ambiente; ma aggiungevo: «Niente di pacifico e di scontato, beninteso. Le mie esperienze degli ultimi anni mi spingono anzi a pensare che siano due fondamentali campi tematici in potenziale conflitto fra loro, soprattutto in tempo di crisi». La vicenda dell'Ilva di Taranto ne rappresenta una esemplificazione rapida e gigantesca. Come si fa a non essere d'accordo con il Gip Patrizia Todisco, quando intima l'immediata chiusura delle lavorazioni nocive e spedisce ai domiciliari i dirigenti dell'azienda che ne sono stati i responsabili? Come si fa a non essere d'accordo con gli operai che scendono in piazza per protestare contro l'eventuale, catastrofica perdita del lavoro?

L'anno scorso ho partecipato in Val di Chiana (vivace regione toscana in provincia di Arezzo) a una affollatissima assemblea ambientalista intesa a protestare contro la trasformazione di un innocuo, obsoleto, conservificio, in un'immensa centrale a biomasse, di cui esperti di altissimo livello, lì presenti, garantivano l'altissima nocività. L'assemblea fu interrotta dall'intervento di un massiccio drappello operaio, venuto a protestare contro opportunità e obiettivi dell'iniziativa. Interpellati a parte, nel corso dell'agitata sospensione: «Ma insomma, non v'interessa se la centrale a biomasse cagioni rischi gravi per voi, per i vostri figli e per i vostri concittadini?», la risposta fu: «No, prima di tutto il lavoro ». Nel frattempo il resto della sala rumoreggiava contro la non gradita intrusione. Il dato inquietante è che, in tutti i casi del genere, gli operai si schierano senza se e senza ma dalla parte del padrone, e non della cittadinanza (cui pure, ovviamente, appartengono); la cittadinanza si schiera dalla parte dell'ambiente, e non degli operai, cui altrettanto ovviamente, è legata da moltissimi vincoli di conoscenza e magari di parentela).

Più in generale: non esiste una posizione operaia sulle questioni dell'ambiente. Quanto al governo, sempre più fedele alla massima di discutibile origine, «primum vivere, deinde cogitare», il ministro dell'Ambiente (dell'Ambiente, dico), Corrado Clini, chiede che il provvedimento giudiziario venga riesaminato e puramente e semplicemente respinto. Ciò che voglio dire è che qui, su questo punto specifico, si apre un abisso, che rischia d'inghiottire ogni prospettiva di un diverso movimento riformatore. Nella crisi, infatti, le giustificazioni dell'attacco all'ambiente e al territorio - a qualsiasi prezzo e a qualsiasi condizione -, aumentano a dismisura. L'alleanza padronato-classe operaia rischia di diventare strategica. E se questo accadesse, non ci sarebbero più le forze per cambiare il mondo. L'ideologia delle grandi opere – la Tav in Val di Susa, la Tav di Firenze, eventualmente la ripresa del grande ponte sullo Stretto di Messina, in ogni caso la perdurante, ciclopica distruzione del territorio nazionale da parte della speculazione immobiliare – inutili, costose, altamente remunerative solo per alcuni e soprattutto altamente distruttive, poggia anch'essa su questo gigantesco ricatto: per lavorare bisogna far danno, alla salute, all'ambiente, al territorio e alla fine anche all'economia: non è possibile che accada altrimenti.

Invece non è vero. Questa è una parte davvero non irrilevante dell'inganno di cui è portatore il «pensiero unico», giustamente stigmatizzato dal gruppo degli economisti sul manifesto (24 luglio). Lavoro non contro l'ambiente e la salute e il benessere, in molteplici modi, dei cittadini; ma lavoro inserito armonicamente in un quadro di sviluppo rispettoso del diritto di sopravvivenza di tutti è possibile, purché l'ideologia dominante sia rovesciata. Essenziale, per cominciare, è che le due cose vengano pensate insieme e contemporaneamente, e non separatamente (come del resto cerca di fare sul manifesto Guido Viale, troppo poco ascoltato). Non è semplice, lo so bene anch'io, ma i fondamentali ci sono già tutti, bisogna sforzarsi di rimetterli insieme. Se invece dalla crisi si pensa di uscire contrapponendoli, andiamo diritti verso la catastrofe. Motivo di più per pensare, e non solo per chiacchierare.

Questa spending review somiglia sempre di più a una ennesima manovra economica correttiva. Il nome solo di manovra ci viene risparmiato, forse per incutere meno spavento dinanzi allo spettro di ennesimi sacrifici improduttivi richiesti da sua maestà il rigore. La sostanza purtroppo non cambia. Ed è la prosecuzione di tagli (lineari?) che paiono destinati a incidere sulla qualità dei servizi e quindi sulla vita delle persone. Le forbici sono ancora una volta lo strumento principale brandito dal governo per affrontare il riordino dei conti pubblici rimasti fuori controllo. Dopo vent’anni di retorica federalista, che innalzava il mito della periferia come l’antidoto più efficace agli sprechi annidati nella grande macchina statale centralista, si scopre che proprio la devoluzione di poteri ai territori rigonfiava la spesa spingendola al di là di ogni possibile contenimento.

Allo Stato nazionale che con politiche pubbliche dà forma inclusiva al territorio, l’asse del nord ha opposto l’immagine del territorio che de-forma lo Stato e sconquassa la cittadinanza. Il risultato perverso non si è fatto attendere: meno diritti, con più spese e più tasse. Eppure, ben altre erano le promesse del ventennio, la cui ideologia era condita con delle dosi massicce di retorica aziendalista. La ricetta era molto semplice: immettere i codici dorati del mercato nella città, i canoni di comando propri dell’azienda nell’amministrazione, gli stampini della sacra proprietà privata nella sfera pubblica e tutto funzionerà alla perfezione, con costi ridotti e rendimento assicurato. La chiacchiera aziendalista sull’efficienza e l’efficacia degli obiettivi gestionali verificabili, il lessico economicistico che irrompeva nel cuore dell’amministrazione trasferendovi pratiche negoziali o la forma privatistica del contratto, ha prodotto però solo incertezze, irrazionalità, sprechi ulteriori. Il liberismo, promosso come paradigma unico di una governance multilivello situata oltre lo Stato, ha registrato un clamoroso fiasco, di cui poco si parla. Al di sotto del credo aziendalista, riverito come una nuova divinità, rimaneva in questi anni la realtà frammentata e diversificata che ha accompagnato lo Stato unitario sin dalle origini. E cioè regioni (soprattutto quelle centrali, eredi del grande riformismo sorto all’ombra della subcultura rossa) con una spiccata capacità di governo e di innovazione, malgrado le restrizioni e i tagli, e altre esperienze territoriali invece contrassegnate da sprechi, inefficienze, parassitismi. Il fallimento del miscuglio perverso di federalismo e aziendalismo, che si è rivelato un fattore di irrazionalità e di decrescita, non viene affatto sfiorato dalla spending review, che anzi s’abbatte alla cieca su tutto il comparto pubblico, senza nessuna apprezzabile lettura delle segmentate situazioni concrete.

C’è un odio del pubblico che inquieta. Anche la consueta demonizzazione delle società partecipate dai Comuni, denunciate in quanto tali come la spia di chissà quale devianza criminogena, da curare con le nuove ondate di privatizzazioni, appare del tutto incomprensibile. Spesso proprio dalla partecipazione a enti e servizi, i Comuni traggono le risorse minimali oggi necessarie per conservare nei territori le tracce di una antica civiltà di buon governo, preservata miracolosamente da bravi amministratori malgrado la drastica strozzatura delle entrate. Che grazie a una raffica di tagli più o meno lineari nell’intera macchina pubblica si possano risanare i conti e favorire la crescita è soltanto un atto di fede preteso dall’ortodossia liberista ancora imperante.

Oggi domina uno strano statalismo liberista che, in spregio a politiche pubbliche capaci di coesione sociale, conquista il centro del potere e impone con decisioni dall’alto ulteriori dismissioni, tagli, semplificazioni, chiusure, privatizzazioni, dirottamenti di risorse per le grandi banche. Costruire un deserto di diritti di cittadinanza, favorire una eutanasia delle politiche pubbliche e poi confidare nel miracolo della crescita spontanea degli spiriti animali è però una credenza veteroliberista del tutto assurda in tempi di cruda recessione che mostrano come la crisi del mercato non sia meno profonda della crisi dello Stato.
La ripresa economica non può in alcun modo prescindere da una rinnovata stagione del pubblico (inteso alla maniera di oggi: non solo Stato, ma enti territoriali molteplici, settori di società civile). Essa non può quindi che partire dai livelli più vicini alle inquietudini e ai bisogni dei cittadini, cioè dalle autonomie locali che devono partecipare alla gestione di grandi obiettivi pubblici condivisi.


E se, per la crescita, invece delle cieche forbici alla Tremonti, che in realtà ci vedono bene perché spostano la domanda sociale dai beni pubblici ai beni privati, si usasse per una volta un po’ di sana cultura delle istituzioni democratiche?

NON credo che il Presidente della Repubblica abbia da temere le critiche che da qualche settimana gli vengono rivolte sui rapporti intercorsi con Nicola Mancino prima che questi venisse indagato per falsa testimonianza nelle indagini su Stato e mafia. Non credo nemmeno che le critiche possano affliggere Monti, perché il presidente del Consiglio ha una sua forza autonoma, che nasce da delicati equilibri interni garantitidal Quirinale. Ma anche, e in misura crescente, da equilibri europei e internazionali. Lo stesso si dica per il capo dello Stato: l’autorità che ha acquisito chiudendo gli anni berlusconiani non si cancella, e l’improprio favore che dal Quirinale è venuto a Mancino non l’indebolisce oltremisura.

Viene in mente la prefazione di Roberto Scarpinato alla raccolta di scritti di Falcone e Borsellino: tutto quello che sentiamo ufficialmente dire su mafia e politica sono eventi che vanno in scena(Le ultime parole di Falcone e Borsellino, Chiarelettere 2012). Ma esistono eventi non detti, banditi (il «gioco grande» del potere cui alludeva Falcone), che restano fuori scena. E il chiarimento sembra non venire mai: o perché lo impone la ragione di Stato, o perché lo vieta un contingente stato di emergenza.

Nell’emergenza viviamo da tanto, troppo tempo. È come un treno sterminato, ogni convoglio è uno stato d’eccezione che subito cede il passo a un identico convoglio, e questo ha deformato non solo i modi e le regole della politica, ma la vigilanza di noi tutti. Con Achille Campanile potremmo concludere: «Ci sono regole che sono fatte di sole eccezioni. Sono confermatissime». Sono microscopici i periodi in cui il paese può dire a se stesso: questo non è uno stato di necessità, che mi obbliga a scegliere tra stabilità e normale dialettica democratica, che giustifica interventi anomali o leggi bavaglio per custodire segreti di Stato. Tra le innumerevoli emergenze ricordiamo il terrorismo, le stragi degli anni ’90, i patti con la mafia che s’accoppiarono alle stragi. Nell’intermezzo: le emergenze terremoto (Irpinia, Molise, Abruzzo), che permisero a cricche e camorre di lucrare sui disastri. Sono emergenze minori ma assieme alle altre hanno rafforzato, nelle menti, l’idea che la norma in Italia sia appunto fatta di sole eccezioni, che il potere giudiziario debba adattarsi a esse, e che tale sia il prezzo da pagare a un’unica, accentratrice istanza superiore: la ragione di Stato.

Questo prevalere della ragione di Stato è il nodo centrale che la politica dovrebbe guardare in faccia, risolvere. E non può farlo, a mio parere, se non va alle radici del fenomeno, e non scoperchia i due grandi eventi che hanno generato, come risposta, sia la logica dello stato di necessità, sia il conflitto politica-giustizia. Ambedue gli eventi sono insorti quando è finita la guerra fredda, nei primi anni ’90, ed è giusto chiamarli col nome di rivoluzione: quella di Mani Pulite, e quella di Falcone e Borsellino in Sicilia. Furono rivoluzioni perché un equilibrio malato si spezzò, travolgendo una partitocrazia che aveva lungamente sgovernato. E perché gli italiani videro in esse una possibile redenzione della politica e anche dello Stato. La ragione di Stato poteva divenire il bene comune, non coincidere più solo con le convenienze partitiche.

A vent’anni di distanza, è chiaro che le rivoluzioni – ostacolate, svilite – sono rimaste incompiute. L’una e l’altra puntavano a una rigenerazione della politica, che non c’è stata. C’è stata anzi regressione: sono aumentati scandali, corruzione, mafie. I magistrati avevano iniziato l’opera (avevano «appena inciso la superficie della crosta», disse Gherardo Colombo a Giuseppe D’Avanzo nel ’98) ma i politici non raccolsero il testimonio per cominciare una nuova e diversa corsa.

Ricordiamo quel che disse Borsellino delle responsabilità politiche, il 26 gennaio 1989 a Bassano del Grappa: «La magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire: ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica... che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono

emersi altri fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.

Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto a essere onesti, ma ad apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati».

L’emergenza infinita ha permesso di eludere precisamente questo: la presa di coscienza nei politici. Erano loro a dover far proprie le rivoluzioni dei giudici: per approfondirle, e trarne le necessarie conseguenze. Nulla di tutto questo è stato fatto, e una serie di patti d’emergenza sono stati stretti al suo posto, a cominciare dai negoziati con la mafia. Non dimentichiamo che l’emergenza ha avuto i suoi martiri: Dalla Chiesa, Chinnici, Falcone, Borsellino, con le rispettive scorte. L’uccisione di Borsellino assume speciale importanza perché le trappole emergenziali lui le vide, ne fu inorridito, e lottò perché lo Stato, pur di evitare nuove stragi, non patteggiasse con la mafia. Parliamo di

presunte trattative, ma l’aggettivo è incongruo. I negoziati con la mafia non sono presunti: il colonnello Mario Mori e l’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno hanno ammesso in più sedi giudiziarie d’aver parlato con Vito Ciancimino perché facesse da tramite con Riina. E la Corte d’Assise di Firenze, nel condannare all’ergastolo il boss Tagliavia, confermò il connubio politico-mafioso («Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia »). Presunti sono i reati legati alla trattativa, sui quali indagano i pm di Palermo, ma è proprio su questo punto che la politica (non la magistratura) ha eluso i propri obblighi. Prevalsero la nebbia, la melma: nella melma, nell’omertà, nell’ininterrotta ricerca di capri espiatori, le classi dirigenti italiane possono meglio scongiurare la rigenerazione che toglierebbe loro i nutrimenti cui sono abituati.

Hanno mai detto, i politici, che trattare con la Cupola è comunque un reato, soprattutto quando venne fuori che chi rifiutava i negoziati, come Borsellino, finiva ammazzato? Hanno preferito tacere, e attaccare i giudici quando faticavano a configurare l’esatto reato: perché non configuravano loro reato e rimedi? Si sono «nascosti dietro lo schermo delle sentenze», affidandosi completamente ai giudici e denunciandone contemporaneamente il «protagonismo ». Lo stesso hanno fatto con Mani Pulite. Non hanno proseguito con le loro mani la rigenerazione dei partiti, non hanno fatto la «grossa pulizia» che veniva loro richiesta. Il quasi ventennio berlusconiano è stato una lunga contro-rivoluzione, una contro-memoria di Mani Pulite e del pool di Palermo. Ma la melma comincia prima di lui. Si capisce allora la rabbia di giudici come Scarpinato, che si sente sempre più spaesato nelle cerimonie sui martiri di mafia. Ci sono commemorazioni che a questo servono: alla fuga dalle proprie responsabi-lità, alla voglia di tener sotto coperchio quel che in politica avviene «fuori scena», a perpetuare la contaminazione della ragion di Stato.

Se la politica è scesa così in basso da essere oggi screditata radicalmente, è perché la redenzione non c’è stata, e tanti italiani hanno perfino dimenticato di averne sentito il profumo

L'Italia, unico paese in Europa, ha visto il succedersi di un governo cosiddetto tecnico a un governo forte di una maggioranza eletta. Casi di governo tecnico si erano già avuti in passato, ma quello presieduto da Mario Monti è il primo e l'unico che si compone di ministri che non appartengono a nessun partito. La maggioranza parlamentare di cui si avvale questo governo è fondata quindi su ragioni non di partito o di coalizione. Se tutti i ministri del governo Monti sono tecnici è perchè la politica di questo governo si fonda su ragioni non partitiche, ma d'emergenza - ragioni che hanno direttamente a che fare con la salus rei publicae.

Ovviamente, il governo ha una maggioranza parlamentare, oltretutto molto ampia perché include i due maggiori partiti rivali. Ma non si tratta di una riedizione del compromesso storico poiché appunto la sua missione non è quella di realizzare un progetto politico o promuovere una società più giusta o più rispondente ai principi della costituzione. Questa volta la larghissima maggioranza è solo ed esclusivamente nel nome dell'emergenza; nessun compromesso politico dunque, ma l'ingiunzione di abbandonare ogni logica di compromesso per adottare solo una logica tecnica.

Come di fronte a straordinarie calamità - per esempio una guerra - la politica ordinaria - quella fatta di maggioranze e minoranze partigiane - si è ritirata e ha lasciato il campo alla competenza senza partigianeria. In questo breve intervento vorrei concentrarmi proprio sul dualismo tra politica e competenza, un'alternativa che il fatto indiscutibilmente positivo di essersi liberati del governo Berlusconi nasconde o non ci fa vedere nelle sue ampie implicazioni.

Il novembre del 2011 ha segnato la Caporetto della onorabilità della politica. Non solo a causa degli scandali sessuali del premier, dell'uso del sesso come moneta per ottenere cariche pubbliche, delle diffusissime e quotidiane vicende di privilegi e corruzione, ma a causa dell'incapacità della politica di fare il suo lavoro: governare. La formazione del governo Monti ha coinciso con una dichiarazione di incapacità della politica parlamentare, la sua esplicita denuncia di non essere all'altezza del proprio compito. L'impotenza, non la disonestà, ha mandato a casa il governo Berlusconi. Questa condanna, quest'accusa di incapacità è, come si intuisce, molto più grave dell'accusa di corruzione. Poiché mentre la disonestà è l'esito di una violazione che non mette in discussione la politica ma alcuni suoi funzionari che la deturpano, l'impotenza e l'inadeguatezza mettono in luce un limite oggettivo, connaturato alla politica stessa. È proprio perché la politica democratica riposa sull'elezione dei suoi rappresentanti, è proprio perché questa elezione è espressione di diverse idee o diversi interessi che la politica è stata dichiarata incapace. Il dover andare di fronte agli elettori e quindi rischiare di perdere i consensi ha reso il governo Berlusconi impotente. Come se la forza di un governo sia in proporzione della sua non rispondenza agli elettori. Questo è il vulnus contenuto nella filosofia del governo tecnico. Difficile prevedere che cosa lascerà il governo Monti. Ma una cosa sembra chiara proprio in virtù di questa premessa: con l'avvento del governo dei tecnici la politica dei politici si trova di fronte a un compito che è enormemente impervio, quello di dimostrare di essere meglio di un governo senza politica partigiana; quello di dimostrare che un governo che deve rendere conto agli elettori è il migliore governo possibile.

Non solo questo. Vi è anche una ragione più radicale della crisi della competenza della politica a governare. Infatti la sfida del governo Monti consiste anche nell'indurre la politica dei partiti, quella cioè che si candida alle elezioni, di dover dimostrare di essere capace di governare con obiettivi che non sono propri della sfera della politica; mezzi e idee che appartengono alla sfera economica e che soprattutto si impongono con una lettura monolitica tanto della crisi quanto delle strategie di risposta alla crisi. Il governo Monti non è governo tecnico: è un governo armato di idee e una ideologia economica che presume meno Stato e più competizione tra privati, meno diritti sociali universali (anzi nessuno, visto che anche la proposta di riforma sanitaria prevede la distribuzione del servizio salute in base non al bisogno di salute ma al bisogno economico), più incentivi al fare da se. La filosofia dei tecnici è ispirata alla dottrina economica liberista. Non ci si faccia ingannare dall'inasprimento fiscale, poiché questo è appunto il segno della sconfitta dei governi politici, in quanto soluzione di emergenza a una situazione creata da governi partitici e troppo costoso. Chiamare tecnico questo tipo di governo è un eufemismo, poiché esso è molto politico, sia rispetto alla concezione che ha dello stato sociale (che è solo rete protettiva per i poveri) sia all'idea che ha del giusto ruolo dello stato (giusto perché minimo). Se lo Stato è ancora presente, se è ancora dichiarato necessario, ciò è perché la società è ancora penalizzata da decenni di politiche sociali, di governi di partito. Il debito è causato dallo stato sociale, non dalle speculazioni finanziarie sul debito. Questa è la premessa del governo tecnico chiamato a rispondere all'emergenza di oggi.

Di fronte a questa politica tecnica la politica dei partiti si trova ad arrancare. Prima di tutto perché nel corso di questi ultimi decenni si è gradualmente trasformata nella politica di un ceto oligarchico più preoccupato di riprodurre se stesso che di ben governare. Inoltre, e soprattutto, perché tanto a destra come a sinistra non c'è di fatto un'alternativa alla filosofia liberista. L'egemonia, come aveva ben compreso chi meglio ha studiato questo fenomeno di consenso, Antonio Gramsci, si mostra proprio nel momento in cui una visione del mondo e della società è così diffusa che la si crede naturale. Le leggi dell'economia sono oggi presentate e implementate come naturali, oggettive e quindi imparziali; e soprattutto, vanno tutte nella stessa direzione, che è quella della competizione darwiniana. Se ciò non appare, se questo mondo ideale non si è ancora realizzato - dice questa ideologia - è per l'infiltrazione degli interessi partigiani, della politica quindi, che trova conveniente fare progetti e promesse elettorali per conquistare voti e maggioranze. Mentre, tecnicamente parlando, non due o tre sono i progetti, ma solo uno. Se la politica seguisse davvero la tecnica imposta da questa dottrina economica tutte le discordanze sarebbero appianate, e non ci sarebbero più ragioni partigiane dietro le proposte di riforma. La filosofia della tecnica al governo ripropone la vecchia utopia posivistica (e, mi perdonino i liberisti) sovietica: eliminare la politica, il pluralismo delle idee e quindi il pluripartitismo, poiché una sola è la ricetta per la società.

La sfida della politica tecnica alla politica eletta e scelta da cittadini liberi e con diverse idee e interessi è una sfida alla democrazia in piena regola. Occorre dunque essere molto cauti a lanciarsi nella difesa del governo tecnico. Al di là delle valutazioni sulla capacità e l'onestà di Monti e della sua compagine di governo; al di là della rinascita di credibilità internazionale che questo governo ha dato al nostro paese, al di là di tutto il bene che ci è venuto dal non avere Berlusconi e il suo governo di nani e ballerine a Palazzo Chigi: al di là di queste contingenze tutte italiane, resta il fatto molto preoccupante che si possa accreditare l'idea che spetti agli esperti dell'economia e della finanza governare la politica, che spetti a chi ha una classe di riferimento come indice dell'interesse economico di governare una società nella quale i molti non sono parte di quella classe. È preoccupante che politiche che fanno principalmente l'interesse dei pochi siano dette neutre e tecniche mentre quelle che si propongono di fare l'interesse dei molti (per esempio le politiche sociali o quel che ancora resta del liberalismo sociale del welfare) siano dette partigiane, non tecniche e quindi destituite di legittimità. Molto più preoccupante ancora è che nessuno senta ancora il coraggio o abbia gli strumenti concettuali e ideali capaci di rispondere a questa sfida, a mostrare tutta la natura ideologica della politica tecnica.

Questo articolo è un'anticipazione dal prossimo numero della rivista "Testimonianze"

La ricerca del censis - il luogo della decisione politica è ora nella finanza e negli istituti sovranazionali

Cosa resta della democrazia se le scelte che determinano la vita delle persone sono imposte da soggetti imperscrutabili, lontani, non imputabili? Il mondo secondo «Margin call» Lo Stato non è più libero di decidere della ricchezza prodotta sul proprio territorio. È la fine della politica, nell'analisi dell'istituto diretto da Giuseppe De Rita

Non sono rimasti in molti a fare ricerca politica tenendo d'occhio la realtà sociale concreta. Il Censis è uno di questi pochi luoghi e sforna sempre un insieme di dati e riflessioni di livello. È così specialmente stavolta, con la ricerca Dove sta oggi la sovranità che apre un mese denso di appuntamenti scientifici coincidenti - forse non per caso - con il «giugno orribile» dell'Unione europea; quello in cui dovrà essere trovata una convincente via di superamento alla crisi oppure si presenterà alla porta il rischio di esplosione dell'eurozona.

Il tema della sovranità non è infatti per nulla astruso: si tratta di capire chi decide, su cosa, attraverso quali procedure e - se sbaglia - quali sanzioni. La democrazia, nel dopoguerra, ha fornito una risposta forse zoppicante, ma che - ricorda il Censis - ha tenuto insieme il paese «comprando a debito la pax sociale». In parole semplici: facendo crescere il debito pubblico più velocemente del Pil pur di «includere» una massa critica sociale tale da evitare lo scontro frontale tra interessi opposti (a partire da quello tra imprese e lavoratori). È il cuore della «cetomedizzazione» reddituale, del «taglio delle estreme» sul piano politico, della proliferazione dei «corpi intermedi» (sindacati, associazionismo, volontariato, ecc).

Mercati finanziari internazionali e istituzioni sovranazionali hanno però preso in mano - grazie alla crisi - il potere decisionale assoluto sulle scelte di politica economica: «ce lo chiedono i mercati» oppure «l'Europa» è la risposta standard di ministri senza carisma e fantasia. E convince sempre meno. In ogni caso, la «sovranità democratica» è scomparsa non solo per i paesi deboli, ma anche per quelli di prima fascia che partecipano all'Unione. Come l'Italia.

Non è una scomparsa solo concettuale. Si porta dietro la fine della «politica» come luogo dove «l'insieme dei soggetti che fanno parte della nazione» e «attraverso i meccanismi della rappresentanza» riuscivano almeno a «condizionare le scelte decisive della vita collettiva». L'«eterodirezione», sempre sospettata dietro le porte del potere, prende quindi un corpo reale, anche se distante e sordo. La «sovranità in fuga verso l'alto» è percepita da tutti i settori sociali e si intreccia con pregiudizi atavici radicati nel nostro paese, che oscillano alternativamente verso la «sensazione di impotenza» o l'«antipolitica». Un riflesso distorto di un fatto reale: i partiti non «compattano» più sul piano ideologico interessi sociali differenziati, trasformandoli in riforme, diritti, redistribuzione. Maneggiano soldi pubblici, e per questo sono odiati, ma non detengono più le leve del potere reale. Il governo Monti ne è la certificazione indiscutibile.

Eppure «il governo» è ancora, seppur di poco, indicato come il potere più rilevante rispetto alla vita materiale degli individui. Certo, l'«antipolitica» facilita curiose contrapposizioni fasulle. Un esempio: è più importante che i governanti siano «competenti» o «eletti dal popolo»? Ci cascano in tanti, ma meno di tutti i giovani e gli over 65; ovvero chi ha lo sguardo ancora fresco e chi ne ha viste di ogni. In mezzo, le due generazioni figlie della «fine delle ideologie», e quindi devote in modo spesso acritico all'unica rimasta.

Ma la «percezione di non contare nulla in politica» è il segnale di quanto sia grave la «rottura del nesso rappresentanza-decisione» Gli italiani si sentono mediamente molto più impotenti degli altri cittadini europei (Grecia a parte, ovviamente) e di questo fa le spese anche «l'europeismo». Giustamente definito come «una delle ultime retoriche di massa significative», cresciuto all'ombra del conflitto bipolare e sul ricordo devastante della guerra tra paesi vicini, l'europeismo è oggi un sentimento d'appartenenza debole. Più somigliante a un «ormai ci siamo, non possiamo uscirne», che non a un'adesione convinta.

È infatti certo per tutti che «la volontà sovranazionale si è imposta a seguito dell'operare di indicatori automatici che hanno imposto alla collettività determinate scelte, senza poterne discutere». Ma questo pone limiti seri a un'avanzamento deciso verso un'integrazione più cogente. «Eventuali nuovi strappi in avanti del processo unificatorio, oggi, non trovano consenso», perché giustamente associati a una serie di «riforme», «sacrifici», rinunce, che impoveriscono sia sul piano reddituale che su quello della cittadinanza.

Deve far riflettere, in questo senso, che il rimprovero principale rivolto «alla politica» dei decenni scorsi non sia (per il momento) il fatto di aver accettato l'unificazione europea, ma nel non averla «negoziata abbastanza». Nell'aver insomma rinunciato a esercitare un ruolo più deciso e «protettivo».

Tra percezione e realtà, in questioni di così grande dimensione, lo scarto può essere grandissimo. E anche legittimo. Certo è che se si condivide - come bisogna fare - il giudizio sulla storia italiana del dopoguerra come frutto di un «lungo e vero compromesso sociale; e se quel «meccanismo si è interrotto, a cominciare dalla capacità di dividere la torta in modo percepito come equo e inclusivo per tutti», allora i problemi di «tenuta sociale» che ci stanno davanti sono parecchio pesanti. Difficile passare indenni attraverso una «partita giocata tutta sul meno, sul ridurre, su una decrescita tutt'altro che virtuosa». Dove l'«equità» è solo una parola detta spesso per accompagnare una sottrazione forzosa di reddito e diritti. Di «sovranità democratica».

Per comprendere il processo d´invenzione di cui lo Stato è il risultato, processo cui partecipa l´invenzione della teoria dello Stato, occorrerebbe descrivere e analizzare attentamente le diverse proprietà dei produttori mettendolo in relazione con le proprietà dei prodotti. Inoltre, tali teorie dello Stato – spesso insegnate nella logica della storia delle idee, tanto che alcuni storici iniziano a studiarle in sé e per sé, senza ricondurle alle condizioni sociali di produzione – sono doppiamente legate alla realtà sociale: non ha alcun senso studiare le idee come se queste passeggiassero in una sorta di cielo intelligibile, senza alcun riferimento agli agenti che le producono né soprattutto alle condizioni nelle quali tali agenti le producono, e in particolare alle relazioni di concorrenza in cui essi si trovano gli uni contro gli altri. Le idee sono dunque legate al sociale, e d´altra parte esse sono del tutto determinanti dato che contribuiscono a costruire le realtà sociali così come noi le conosciamo. Oggi assistiamo a un ritorno delle forme più "primitive" della storia delle idee, vale a dire una sorta di storia idealista delle idee, come ad esempio la storia religiosa della religione. Questa regressione metodologica tiene conto sì della relazione tra le idee e le istituzioni, ma dimentica che queste stesse idee sono nate da lotte interne alle istituzioni. Dimentica dunque che, per comprenderle del tutto, non bisogna perdere di vista il fatto che esse sono al contempo prodotto di condizioni sociali e produttrici della realtà sociale.

Ciò che sto dicendo è programmatico, ma è un programma relativamente importante, perché si tratta di fare storia della filosofia, storia del diritto, storia delle scienze, studiando le idee come delle costruzioni sociali, che possono essere autonome rispetto alle condizioni sociali di cui sono il prodotto – non lo nego – ma che nondimeno vanno sempre messe in relazione con le condizioni storiche. Ma non semplicemente – come dicono gli storici – in termini d´influenza: esse infatti intervengono in maniera molto più marcata. Perciò le concessioni che ho fatto alla storia delle idee erano in realtà false concessioni, perché le idee intervengono sempre come strumenti della costruzione della realtà. Esse hanno una funzione materiale: tutto quello che ho detto poggia sull´idea che le idee fanno le cose, che le idee fanno il reale e che la visione del mondo, il punto di vista, il nomos, tutte queste cose che ho evocato cento volte sono costruttrici della realtà, al punto che perfino le lotte più teoriche e astratte, che si svolgono all´interno di campi relativamente autonomi, come quello religioso, giuridico, ecc., in ultima istanza hanno sempre un rapporto con la realtà, sia per la loro origine che per i loro effetti, che sono estremamente potenti.

Sur l‘État, © Editions Raison d´AgirEditions du Seuil, 2012 Traduzione di Fabio Gambaro

Proibire la guerra e ogni strumento bellico, cambiare radicalmente stile di vita, evitare sprechi energetici, rinunciare a mode e prodotti inutili. Siamo pronti a diventare keynesiani?

Sul manifesto sono frequenti scritti che a fronte della crisi evocano la questione dell'ambiente e dei beni comuni, che come via di uscita invocano la teoria della decrescita, e per i quali Keynes non basta più. Hanno ragione tutti, salvo che su un punto: Keynes non è mai servito, se non come alibi abusivo per forme di keynesismo bastardo o criminale, forse perché il capitalismo non vuole essere migliorato, e per ragioni che aveva ben chiare Kalecki: «Ogni allargamento dell'ambito dell'attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l'accrescimento dell'occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell'occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell'occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l'effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l' "atmosfera di fiducia", in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l'occupazione tramite le proprie spese, allora tale "apparato di controllo" perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l'intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della "finanza sana" si fonda sulla dipendenza del livello dell'occupazione dalla "atmosfera di fiducia"».

Infatti Luigi Einaudi, oggi molto di moda, pensava che Keynes fosse un bolscevico. Tuttavia la questione dell'ambiente - ma sarebbe meglio dire: della natura - era ben presente allo stesso Keynes e a un altro autore meno noto ma qui particolarmente autorevole: Georgescu-Rögen; tutti e due autori consapevoli delle premesse tecniche e politiche di un rapporto non disastroso tra capitalismo e natura. Di Keynes ricordo soltanto un passo: «Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente del tornaconto finanziario quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva. Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell'incubo di un contabile. Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell'ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d'opinione che fosse giusto ed opportuno costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell'iniziativa privata, "rendevano", mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell'idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe "ipotecato il futuro"? La stessa regola autodistruttiva del calcolo finanziario governa ogni altro aspetto della vita. Distruggiamo le bellezze del paesaggio, perché le bellezze della natura che non si possono privatizzare non hanno alcun valore economico. Probabilmente saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo».

Di qui una domanda molto semplice: è possibile superare queste contraddizioni, in particolare la contraddizione tra capitalismo e natura? È una domanda molto difficile, ma un principio di risposta si trova in un ragionamento di Georgescu-Rögen, che qui riassumo e la cui premessa è che anche il processo produttivo è soggetto alle leggi della termodinamica, cioè è soggetto a una dissipazione irreversibile. Circa le conseguenze sulla natura del processo capitalistico di produzione, così come per le sue conseguenze economiche, in prima istanza conviene chiedersi se è tecnicamente possibile ridurle in maniera significativa; chiedendoci poi se e come ciò sia possibile politicamente.

Georgescu-Rögen riconosce che una rinuncia completa alle comodità offerte dall'industria moderna è improponibile; e che però è pensabile un programma minimale, il quale comprenda almeno questi punti: 1. Proibire non soltanto la guerra in sé, ma anche la produzione di qualsiasi strumento bellico. 2. Impiegare le forze produttive così liberate al fine di consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona: tutti i paesi devono essere alla pari, nelle condizioni necessarie per riconoscere l'urgenza di un cambiamento radicale negli stili di vita. 3. La popolazione mondiale deve ridursi a un livello tale che ne sia possibile la nutrizione mediante la sola agricoltura organica. 4. Fino a quando l'energia solare e l'energia nucleare non diventeranno davvero convenienti e sicure, ogni spreco di energia dovrà essere evitato e controllato. 5. Dovremo rinunciare ai gadget, a tutti i troppi prodotti inutili. 6. Dobbiamo liberarci dalla moda, che ci spinge a buttar via vestiti, mobili, oggetti ancora utili. 7. I beni durevoli devono essere ancora più durevoli, e perciò riparabili. 8. Dobbiamo liberarci della frenesia del fare, e renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è l'ozio: tempo libero liberato dall'ansia e impiegato in maniera intelligente.

Così come per quelle economiche, anche a fronte delle crisi naturali si possono dunque concepire, e si potrebbero praticare, comportamenti umani che eviterebbero le une e le altre. Siamo pronti, noi per primi ma soprattutto i potenti della terra, a fare nostri i programmi di Keynes e di Georgescu-Rögen, programmi che sono semplicemente un elogio della sobrietà? Tutto ciò ha ovviamente a che fare con la questione di fondo: dobbiamo rassegnarci a morire nel mondo del capitale? Qui la risposta è semplice: sarebbe strano se così fosse, e proprio per semplici ragioni storiche: se ci sono state altre forme di organizzazione dell'economia e della società prima di questa, è forse possibile che questa duri in eterno? Altrimenti dovremmo convenire con Pangloss: «Ogni avvenimento è concatenato in questo migliore dei mondi possibile; ché, infine, se non foste stato cacciato per amore di Cunegonda a pedate sul didietro da un bel castello, se non foste passato sotto l'Inquisizione, se non aveste corsa l'America a piedi e non aveste perduti tutti i montoni del bel paese dell'Eldorado, non mangereste qui cedri canditi e pistacchi».

Qui tuttavia si entra nel terreno vago e scivoloso della filosofia della storia; e sarebbe davvero un bizzarro scherzo della Storia se si inverasse la tesi di Hegel secondo Kojeve, se con il capitalismo la storia finisse. Meglio dunque rileggere questo brano di Marx: «In quanto il processo lavorativo è soltanto un processo tra l'uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell'evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali». Dunque si potrebbe dire che alla forma capitalistica del processo lavorativo e dello sfruttamento del lavoro, corrisponde una forma capitalistica dello sfruttamento della natura. E così come esiste un limite al saggio di sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura, oltre il quale si danno crisi non soltanto del sistema economico, ma della stessa natura. Quel brano di Marx così seguita: «Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un'altra più elevata (il corsivo è nostro, ndr). Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dei rapporti di produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori dall'altro. Subentra allora un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale».

Mai come oggi, con l'intensità e gravità delle crisi economiche e naturali ora in atto, sembra ragionevole dare ragione a Marx: salvo che per quell'ottimistico «più elevata», una questione rilevante anche per quell'esame di noi stessi, lettori e collaboratori del manifesto, cui ci sollecita Rossana Rossanda.

Si può morire per una partita persa, sì. Il partito preso contro la partita persa. È una storia antichissima. Ascoltare Brecht, pensare a noi. Ieri sera a poche centinaia di chilometri dalla Val di Susa è andata in scena a Milano la "Santa Giovanna dei Macelli" diretta da Ronconi.

Coi No-Tav nelle valli a darsi il turno sulla trincea di un pericolosissimo confronto con l´esercito in forze, un confronto dove faccia a faccia, casco a passamontagna, occhi negli occhi basta niente – una frase, un gesto, un insulto, una stupida provocazione – a far partire le mani, e le armi, e la tragedia, ecco proprio nelle stesse ore sul palco del Piccolo Teatro risuonavano le medesime parole che leggiamo sui giornali ogni giorno. E cosa fare, adesso? Quale soluzione se fin dal principio il dialogo fra i due opposti schieramenti – la popolazione, l´istituzione – è stato negato?

Un testo scritto nel 1929, i giornali di oggi. Giovanna Dark, la versione novecentesca di Giovanna d´Arco, muore per una causa persa, impossibile da far valere contro le ragioni del "partito preso". Diceva ieri Luca Ronconi con i suoi ottant´anni, la sua ferocia visionaria, il suo genio odiatissimo e adorato – che «sì questo di Brecht è un testo didascalico e forse non bello, letterariamente, un testo ideologico e di lessico forse datato ma invece così adatto a descrivere il presente»: anche un presente dove il comunismo e il capitale sono parole in disarmo, passate in disuso col declino del secolo che le ha viste fiorire. E però «guardatevi attorno, guardiamoci attorno», dice Ronconi: la discussione e poi la battaglia su una galleria non sono forse oggi l´epicentro del più aspro scontro ideologico da quando si è decretata la fine delle ideologie? Non sono forse ancora quelli, ci domanda il regista, «i termini della guerra in corso»? Le ragioni del popolo e quelle di chi governa l´economia. La salute contro gli interessi, la tutela dell´ambiente contro le ragioni di Stato, degli Stati. La promessa di un lavoro in cambio della resa. Ci vuole un martire, sempre, per l´epica. Un uomo, una donna simbolo. La Val di Susa ora ha eletto il suo, caduto da un traliccio dove era salito a gridare.

A teatro Giovanna Dark, una magnifica Maria Paiato, non muore sul rogo ma di stenti. È l´eroina degli ultimi, degli operai della fabbrica di carne che chiude – c´è la crisi, siamo nel ´29 – e chiude perché nessuno ha più i soldi per comprare quella carne. Ma se gli operai non avranno lavoro né dunque denaro chi mai potrà più comprare le merci? L´operaio di Ronconi, il volto ottocentesco di Gianluigi Fogacci replicato in centinaia di cloni sugli schermi, le sue parole sui diritti, sulla giustizia, sulla libertà degli uomini che non hanno voce in cosa sono diverse da quelle di chi combatte oggi contro il partito preso delle grandi opere, sempre dispensatrici di denari a chi ne dispone già in quantità, sempre terreno fertile di corruzione, di delitto, di ingiustizia? E la vedova dell´uomo caduto nel tritacarne e diventato egli stesso carne in scatola, la signora Luckerniddle (Francesca Ciocchetti, in scena) può forse essere rimproverata di rinunciare a denunciare la fabbrica in cambio di venti pasti caldi?

A noi che non abbiamo risposte ma solo domande, oggi, su come uscire dalla polveriera disinnescando le micce, Brecht e Ronconi dicono questo: tutti sono un poco corrotti o corruttibili, tutti hanno le loro ragioni, tutti si tengono. Dei giusti, degli eroi si narra l´ingenuità, e sempre infine la cattiva sorte. Dei padroni l´impossibilità – l´incapacità – di rompere un sistema del quale non sono infine che ingranaggi. Il padrone della fabbrica di carne, il signor Mauler, con la voce e coi potenti gesti di Paolo Pierobon, sul finire dello spettacolo dice così: «È solo con misure estreme che potranno parere dure perché colpiamo qualcuno, o anche molti, a farla breve i più o quasi tutti, solo così potrà salvarsi questo sistema di libero scambio che esiste qui tra noi». Ci si può salvare solo con misure estreme, una frase attuale.

Questo "sistema di libero scambio" che esiste qui tra noi, però, non è un buon sistema. È un sistema che ignora le ragioni di milioni di uomini e ne provoca la miseria, la disperazione. «Non c´è qualcuno che organizzi qualcosa?», chiede Giovanna Dark? «Sì, i comunisti», le risponde l´operaio. «Ma non è quella gente che inciti a commettere delitti?». I disoccupati della fabbrica, stesi a terra senza forze, non possono neanche sorridere di scherno. Chi commette il delitto, in questa storia? Contro chi? «Bisogna fare attenzione, perché potrebbe anche esplodere una rivoluzione», recitano gli attori di Ronconi. Basta che Giovanna muoia perché l´esercito delle partite perse si ribelli a quello del partito preso, e per le lacrime sarà troppo tardi. Basta una scintilla sotto le ceneri a incendiare il cantiere. Mai parole, in platea, suscitarono tanta impressione.

Sia in Europa che negli Stati Uniti il principio della «legge uguale per tutti» viene messo in discussione attraverso l'istituzione di norme e assetti legislativi che istituiscono stati d'eccezione per le imprese e il mondo degli affari. Un percorso di lettura sulle tradizioni della civil law e della common law

Diverse fra le «novità giuridiche» del Decreto Crescitalia sono informate alla polemica nei confronti del formalismo, uno «stile giuridico» dal quale liberarsi al più presto perché esso avrebbe come unico effetto il rallentamento della crescita. La polemica non è nuova, anzi costituisce un leit motiv ripetuto nei piani di aggiustamento strutturale di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale che nei loro rapporti doing business classificano gli ordinamenti dal più virtuoso al più vizioso proprio in proporzione inversa al tasso di «formalismo giuridico», ossia dei passaggi e dei controlli che il diritto dei vari Stati impone per aprire una attività di impresa. La novità del Decreto Crescitalia, per ora poco discussa, sta nella introduzione di speciali giurisdizioni per l'impresa, vere e proprie corti speciali competenti a conoscere in materia di diritto commerciale. In tal modo il governo tecnico, probabilmente senza particolare consapevolezza, introduce una radicale soluzione di continuità rispetto ad una tendenza, non soltanto italiana, che ha visto nel corso del novecento, il progressivo imporsi di regole sostanziali e di giurisdizione unitarie nella materia del diritto privato (di cui è parte il diritto dell' impresa) proprio al fine di trovare il giusto bilanciamento fra formalismo e libertà economica.

Il dogma dei mercanti

In effetti, sia nella tradizione di civil law (cui appartiene anche il diritto italiano) che in quella di common law (tradizione anglo-americana) il principio di uguaglianza di fronte alla legge, (La legge è uguale per tutti sta affisso sulle pareti delle aule giudiziarie) nel senso di un unico ordine giuridico che vincola ogni individuo in un determinato territorio a prescindere dallo status o dall'estrazione sociale, può essere considerato un'acquisizione recente. Infatti, il «principio della personalità», secondo cui ogni individuo in una data società è vincolato dalle leggi del proprio gruppo e non da un comune sistema giuridico su base territoriale è una soluzione istituzionale molto più comune ed antica. Anche nei postumi della Rivoluzione Francese, quando egalité era intesa dai Giacobini come sinonimo di un ordine giuridico unico, gerarchico, e centralizzato, sopravviveva un certo grado di pluralismo. All'interno di esso, il più eclatante esempio di regime giuridico basato sulle differenze di status era quello dei mercanti. Perciò l'idea che non tutti gli individui sono uguali e che alcuni di essi meritano un status giuridico speciale, può essere rintracciata all'interno della classica distinzione tra il diritto per i mercanti e quella per il quivis de populo, distinzione centrale sia nella tradizione di civil law che in quella di common law, che il Governo Monti ripropone.

In Inghilterra il diritto commerciale è stato per secoli riservato ad una speciale giurisdizione, dotata di regole e avvocatura propria, ed è stato solo dopo la tempestosa presidenza di Lord della più alta Corte ordinaria sul finire del diciottesimo secolo che le corti di common law hanno potuto occuparsi della giurisdizione commerciale letteralmente strappandola alle corti che nei secoli si erano specializzate in questa materia. In Francia e Germania il diritto commerciale è stato incorporato in codici speciali ed amministrato in corti speciali fino ad oggi. Anche negli Stati Uniti, dove il principio dell'uguaglianza di fronte alla legge può essere considerato alla stessa stregua di un dogma religioso, le diverse esigenze della classe mercantile sono state alla base dell'impianto del Codice Commerciale Uniforme oggi sostanzialmente vigente. (Anche se la proposta autorevole di una giuria di mercanti non è stata adottata).

Un paternalismo illuminato

Questa antica posizione privilegiata dei mercanti, come classe in grado non solo di essere governata da un corpo speciale di disposizioni, ma anche da un sistema giuridico «migliore» in quanto maggiormente informale e più corrispondente ai loro bisogni, non è rimasta intatta nella tradizione giuridica occidentale. Oltre alla già menzionata Inghilterra, tutte le codificazioni più recenti e significative, dalla Svizzera all'Italia, ai Paesi Bassi, si sono rifiutate di offrire ai mercanti codici propri, ed hanno adottato un approccio unitario.

La sfida ad un diritto commerciale privilegiato è stata di carattere sia ideologico che tecnico. Eugen Huber, il padre della codificazione svizzera all'inizio del secolo scorso, è stato il primo, sulla base delle sue idee socialdemocratiche, a evidenziare che uno status particolare per i mercanti sarebbe stato incompatibile con il principio di uguaglianza di fronte alla legge. In virtù di questo fondamentale principio democratico nessuna categoria può reclamare un trattamento privilegiato (etimologicamente avere una legge privata). Dopo tutto, la Rivoluzione Francese si era scagliata proprio contro i privilegi che l'ancién régime assicurava ai proprietari terrieri. Con il trasferirsi del potere economico dai nobili alla borghesia mercantile, risultava nuovamente inaccettabile per la classe al potere d'essere «più eguale» delle altre.

Da un punto di vista tecnico, la critica si basò sul progressivo venir meno delle ragioni che avevano precedentemente giustificato la distinzione tra i codici civile e commerciale. Mentre il diritto civile poteva considerarsi ispirato ad un «formalismo» volto alla protezione del debole (spesso analfabeta) e richiedeva una buona dose di paternalismo illuminato, il diritto commerciale costituiva il terreno dell'informalità, della responsabilità personale e dell'assunzione del rischio. I costi e le lentezze introdotti dal formalismo non si giustificavano fra mercanti. Essi rappresentavano la classe sociale più sofisticata, capace di leggere, scrivere e comprendere le conseguenze dei loro affari. Per questi motivi, il diritto poteva permettere loro d'introdurre nei contratti clausole penali che non potevano essere modificate dalle corti, rilasciare titoli di credito capaci di circolare al portatore, e garantire al silenzio il carattere d'accettazione dell'offerta contrattuale. Il codice commerciale tedesco offre altri esempi come quello del caveat emptor, per proteggere i mercanti da qualsiasi questione basata su difetti riconoscibili della merce non dichiarati subito dopo la consegna, o la previsione di tassi di interesse legale più alti e capaci di riflettere la realtà del mondo degli affari.

Un pluralismo di troppo

In seguito al miglioramento ed allo sviluppo sociale delle società occidentali, l'analfabetismo non era più così diffuso e per questo il formalismo protettivo risultava meno giustificato. Si è dovuto osservare inoltre che i mercanti non trattano solamente con altri mercanti. È problematico basare la distinzione tra attori del mercato bisognosi della protezione del diritto, in contrapposizione ad altri protagonisti del mercato che non necessitano di una simile protezione, su una classificazione schematica come quella tra mercanti e non. Vari sistemi giuridici hanno utilizzato criteri diversi per stabilire il carattere «commerciale» delle transazioni. Quale diritto dovrebbe essere applicato quando un membro di una classe tratta con un membro di un'altra? Anche qui sistemi giuridici diversi non sono d'accordo in riferimento a questo problema.

Esiste una tensione fondamentale che spiega perché questo problema non sia facilmente risolvibile, e certo non lo sia a costo zero, soprattutto se si opta per giurisdizioni separate. Quando il diritto risulta offrire un regime giuridico «migliore» per un gruppo, è spesso perché questo gruppo è abbastanza forte per far pressione sul processo politico che porta alla formulazione del regime giuridico stesso. Se così è, il gruppo che è stato capace di ottenere un regime giuridico speciale lo custodirà gelosamente. Di conseguenza, quando i mercanti interagiscono con i non-mercanti, i primi pretenderanno l'applicazione del loro regime (avendo abbastanza potere per farlo). I cittadini comuni tuttavia, necessitano di protezione, con la conseguenza che quando nasce un conflitto tra le categorie, c'è il bisogno di protezione attraverso norme imperative che valgano per tutti. Una simile scelta, chiaramente, avviene ad opera delle corti, ma avvenendo ex post accresce il tasso di incertezza. Questo problema è stato, ed è tuttora, molto difficile da risolvere nei sistemi giuridici che accettano la distinzione tra diritto civile e commerciale come base per regimi giuridici essenzialmente diversi o, a volte, addirittura per competenze giurisdizionali e tecniche decisorie completamente diverse. Se i giudizi per i mercanti avvengono in corti diverse con regimi diversi rispetto a quelli per i non-mercanti, la scelta diventa cruciale ed è, in se stessa, una importante fonte di costi. Risorse che si pensava di mettere a profitto limitando il formalismo vengono dirottate sulla scelta di quale corte decida ed applicando quale diritto. Una tale scelta incide spesso sulla decisione di merito, che risulterà diversa a seconda del sistema di norme che viene applicato. Chiaramente, questo uso delle risorse è talora inevitabile (vedi ad esempio i giudizi internazionali), ma la sua introduzione quando non risulti necessaria, costituisce comunque uno spreco.

In cerca di governance

Come conseguenza di questo insieme di obiezioni, le più recenti codificazioni di diritto privato hanno unito il diritto civile ed il diritto commerciale. I due corpi di disposizioni si sono influenzati a vicenda e, mentre l'inutile formalismo è stato in via di principio abbandonato, le clausole vessatorie dovute al disequilibrio del potere economico non vengono ammesse nemmeno quando ricorrono tra «mercanti». Tale più avanzato modello unitario riflette il fatto che le transazioni tra mercanti non coinvolgono solo i mercanti. Gli accordi privati fra uomini d' affari producono effetti esterni che essi ben volentieri scaricano sui terzi. Ed infatti, la gran parte del diritto commerciale sviluppatosi in Italia tra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo, e riprodotto in tutto il mondo, ha una natura imperativa, cioè non può essere derogato pattiziamente dai mercanti proprio perché coinvolge altri. Esempi si possono rinvenire nel diritto delle società, ivi inclusi la corporate governance, il diritto fallimentare, ed il diritto dei titoli di credito.

La presenza o l'assenza di una norma limitante la libertà di contrarre (per esempio introdurre o meno la forma notarile per costituire una s.r.l.) è un problema che non ha nulla a che vedere con le esigenze di chi contrae ma riguarda l'impatto di tale contrarre sulla sicurezza del mondo esterno. I giuristi, hanno avuto da tempo familiarità con la distinzione tra previsioni imperative (protettive dei terzi) e dispositive (ossia che le parti possono liberamente derogare) e gli artefici dei codici più moderni si sono sforzati di individuare una soluzione interpretativa al problema della distinzione fra le une e le altre. Il Codice tedesco, per esempio, giunge ad una distinzione linguistica piuttosto precisa, utilizzando il termine «può», anziché «deve», in relazione alle previsioni dispositive. Il bilanciamento fra esigenze degli imprenditori e quelle dei non mercanti è uno sforzo estremamente complesso che spetta alla dottrina e alla giurisprudenza e che solo degli sprovveduti possono pensare di operare per decreto legge. Se un regime giuridico fornisce errati incentivi all'attività economica desiderabile, lo fa indipendentemente dallo status sociale degli individui che sono coinvolti. Restituire un foro speciale ai mercanti altro non è che un ennesima operazione ideologica destinata a produrre più costi che benefici.

Per capire che cosa significa la parola "futuro", bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola "fede". Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per "fede". Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco "banco di credito". Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, " fede" è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che "la fede è sostanza di cose sperate": essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.

Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze - o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?

Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca - la trapeza tes pisteos - è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non - chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci - sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta "crisi" che stiamo attraversando - ma ciò che si chiama "crisi", questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo - è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario - e le banche che ne sono l´organo principale - funziona giocando sul credito - cioè sulla fede - degli uomini.

Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca - coi suoi grigi funzionari ed esperti - ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede - la scarsa, incerta fiducia - che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.

Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia - non la futurologia - è la sola via di accesso al presente.

A vent´anni di distanza dal loro inizio, Tangentopoli e la crisi della "prima Repubblica" evocano oggi l´inevitabile crollo di un edificio corroso e al tempo stesso una ricostruzione radicalmente mancata. Non suggeriscono celebrazioni ma riflessioni amare sulla difficoltà, se non l´incapacità, del Paese a cambiare rotta. Impongono con urgenza ancora maggiore quel profondo esame di coscienza che allora non facemmo, preferendo rimuovere le radici del disastro. Lasciammo così largamente inalterati, dietro una "rivoluzione" di superficie, i guasti che erano stati alla base di quel crollo e costruimmo inevitabilmente sulla sabbia, se non sulle sabbie mobili. Per questa via le macerie della "seconda Repubblica" si sono inevitabilmente aggiunte a quelle della "prima": di entrambe dobbiamo oggi sgomberare il campo, e solo considerandole nel loro insieme possiamo individuare gli elementi necessari per una inversione di tendenza ancora possibile.

Ove si mettano a confronto gli anni Ottanta e il ventennio che ne è seguito viene quasi in mente il "tutto cambi perché nulla cambi" del Gattopardo e ancor di più una riflessione di Massimo d´Azeglio che viene spesso banalizzata e storpiata: "Hanno voluto fare un´Italia nuova - disse in realtà d´Azeglio - e loro rimanere gli italiani vecchi di prima (…) pensano a poter riformare l´Italia, e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro". Lo dimenticammo, nell´attesa di una salvifica "seconda Repubblica", e venne di qui l´abbaglio di quegli anni: l´illusione che la corrosione avesse riguardato solo il ceto politico e non anche la società civile e il suo modo di essere. Come se le degenerazioni degli anni Ottanta, a partire dal crescente spregio per le regole collettive e per il bene comune, non avessero lasciato tracce profonde. Come non fosse proprio questo invece il terreno decisivo su cui costruire un´alternativa all´agonia della "prima Repubblica". Leggemmo in modo semplificato e mitico l´entusiasmo che accompagnò il crollo del vecchio sistema dei partiti, senza saper cogliere i differenti umori che in esso si mescolavano: e nel marzo del 1994 l´inaspettato trionfo di Berlusconi ci impose un brusco e amaro risveglio. Avevamo mitizzato la "rivoluzione della gente" e rimanemmo poi disorientati e afoni di fronte al suo primo esito: quasi una favola alla rovescia, scrisse allora Barbara Spinelli, in cui il principe alla fine si rivela un rospo. Delusi dalle favole, non sapemmo poi crescere.

Non cogliemmo appieno neppure le radici lunghe di quel deformarsi della politica che era imploso nella crisi e che rinviava in realtà sino agli anni del fascismo, come suggeriva un denso e appassionato libro di Luciano Cafagna, La grande slavina. Gli anni cioè in cui si era diffusa per la prima volta in Italia una presenza invasiva della politica nella vita quotidiana dei cittadini e si era affermata al tempo stesso la mescolanza fra interesse del partito e interesse dello Stato, l´appartenenza partitica come garanzia di privilegio e la politica come mestiere. Rimuovemmo anche questi nodi, e provocò allora scandalo Giuliano Amato quando li evocò nel burrascoso aprile del 1993, rassegnando le sue dimissioni da presidente del Consiglio.

Non riflettemmo a fondo, infine, né sul carattere tragico di quella crisi né sulle conseguenze di un mutamento radicale che era avvenuto principalmente per via giudiziaria, senza una contemporanea rifondazione e rigenerazione collettiva. E sull´inevitabile riproporsi, dunque, di quelle deformazioni dell´etica privata e pubblica che negli anni Ottanta si erano largamente diffuse e avevano improntato di sé larghi tratti del nostro vivere. Deformazioni che trovarono sbocco naturale in quella "liberazione dallo Stato" - e dalla coscienza civile, e dalle priorità del bene pubblico - che era il vero "miracolo" promesso da Silvio Berlusconi. Intriso di populismo e di antipolitica, di sprezzo per la Carta fondante della Repubblica e di estraneità alle regole essenziali della democrazia.

Fu una vera tragedia, in quella crisi, l´assenza di un´alternativa basata su proposte solide e convincenti di buona politica: una sinistra che aveva visto crollare i suoi tradizionali fondamenti ideologici ben prima del 1989 si dimostrò incapace di ricostruire se stessa su questo elementare e fondamentale terreno. Più esposta di prima, semmai, a pratiche distorsive e sempre meno capace di grandi slanci ideali. Sempre più inaridita.

Inevitabilmente dunque al vecchio panorama della politica subentrò un suo sconfortante simulacro, un "sistema dei partiti senza partiti" che ne ereditava i guasti e altri ne aggiungeva. E frenava al tempo stesso i tentativi di battere altre, più trasparenti e democratiche vie.

La corruzione stessa si ripropose e dilagò di nuovo, con un definirsi e costituirsi delle cricche che nell´agire - e talora nei nomi - rimandava ai peggiori cancri della "prima Repubblica", a partire dalla P2. Eppure molto a lungo essa ci era parsa scomparsa o quasi, almeno nei suoi aspetti più devastanti e corposi, e fu un brusco risveglio accorgerci, pochi anni fa, che così non era. Roberto Saviano parlò allora di "corruzione inconsapevole", segnalando un nuovo salto di qualità rispetto alla "corruzione ambientale" tratteggiata vent´anni prima dal giudice Di Pietro: a qualcuno parve esagerazione di scrittore ma si rivelò fondatissima descrizione della realtà.

Siamo arrivati così a un nuovo crollo e a una nuova dichiarazione di fallimento della politica, incapace di tenere il campo quando il Paese si è trovato ancora sull´orlo di un baratro. Lascia oggi sconfortati, se non sgomenti, la distanza fra l´urgenza assoluta di una ricostruzione radicale e la scarsa consapevolezza che sembrano averne i partiti. Capaci di ignorare persino l´inabissarsi della loro credibilità, esattamente come vent´anni fa. Eppure il Paese è sì logorato, disorientato, profondamente preoccupato ed esposto alle tentazioni dell´antipolitica ma ancora percorso da energie vitali, da ansie di rinnovamento. Se andassero ancora deluse sarebbe davvero l´ultimo dramma.

Per capire com’è oggi il sistema che stiamo importando e le ragioni di questa scelta bisogna leggere il bellissimo articolo di Hedges, scrittore e giornalista del New York Times [il testo originale qui]. Richiamando Socrate, Kant e Hannah Arendt, Hedges ricorda a quanti confondono l’educazione con l’addestramento che non insegnare ai giovani a pensare è un crimine di cui il mondo ha già conosciuto gli effetti (giovanna giudici).

Una nazione che distrugge il proprio sistema educativo, degrada la sua informazione pubblica, sbudella le proprie librerie pubbliche e trasforma le proprie frequenze in veicoli di svago ripetitivo a buon mercato, diventa cieca, sorda e muta. Apprezza i punteggi nei test più del pensiero critico e dell’istruzione. Celebra l’addestramento meccanico al lavoro e la singola, amorale abilità nel far soldi. Sforna prodotti umani rachitici, privi della capacità e del vocabolario per contrastare gli assiomi e le strutture dello stato e delle imprese. Li incanala in un sistema castale di gestori di droni e di sistemi. Trasforma uno stato democratico in un sistema feudale di padroni e servi delle imprese.

Gli insegnanti, con i loro sindacati sotto attacco, stanno diventando altrettanto sostituibili che i dipendenti a paga minima di Burger King. Disprezziamo gli insegnanti veri – quelli con la capacità di ispirare i bambini a pensare, quelli che aiutano i giovani a scoprire i propri doni e potenziali – e li sostituiamo con istruttori che insegnano in funzione di test stupidi e standardizzati. Questi istruttori obbediscono. Insegnano ai bambini a obbedire. E questo è il punto. Il programma No Child Left Behind, sul modello del “Miracolo Texano”, è una truffa. Non ha funzionato meglio del nostro sistema finanziario deregolamentato. Ma quando si esclude il dibattito, queste idee morte si autoperpetuano.Il superamento di test a scelta multipla [bubble test] celebra e premia una forma peculiare di intelligenza analitica.

Questo tipo di intelligenza è apprezzato dai gestori e dalle imprese del settore finanziario. Non vogliono dipendenti che pongano domande scomode o verifichino le strutture e gli assiomi esistenti. Vogliono che essi servano il sistema. Questi testi producono uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a funzioni e servizi elementari. I test elevano quelli che hanno i mezzi finanziari per prepararsi ad essi. Premiano quelli che rispettano le regole, memorizzano le formule e mostrano deferenza all’autorità. I ribelli, gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti – quelli che marciano al suono del proprio tamburo – sono eliminati.

«Immagina» ha detto un insegnante di scuola pubblica di New York che ha chiesto di non fare il suo nome, «di andare ogni giorno al lavoro sapendo che molto di quello che fai è una truffa, sapendo che non stai in alcun modo preparando gli studenti alla vita in un mondo sempre più brutale, sapendo che se non continui, secondo copione, con i tuoi corsi di preparazione ai test, e anzi se non migliori al riguardo, resterai senza lavoro. Fino a pochissimo tempo fa, il preside di una scuola era qualcosa di simile a un direttore d’orchestra: una persona che aveva una profonda esperienza e conoscenza della parte e della collocazione di ogni membro e di ogni strumento. Negli ultimi dieci anni ho assistito all’emergere sia dell’Accademia della Leadership del [sindaco] Mike Bloomberg sia dell’Accademia dei Sovrintendenti di Eli Broad, entrambe create esclusivamente per produrre all’istante presidi e sovrintendenti che si modellano sugli amministratori delegati delle imprese. Come è possibile che una cosa del genere sia legale? Come vengono riconosciute tali accademie? Di leader di che qualità ha bisogno una “accademia della leadership”? Che tipo di società consente a persone simili di amministrare le scuole dei suoi bambini? I testi di alto livello possono essere inutili da punto di vista pedagogico ma sono un meccanismo brillante per minare il sistema scolastico, instillando paura e creando una giustificazione perché se ne impossessino le imprese. C’è qualcosa di grottesco nel fatto che la riforma dell’istruzione sia diretta non da educatori bensì da finanzieri e speculatori e miliardari».

Gli insegnanti, sotto attacco da ogni direzione, stanno abbandonando la professione. Anche prima del blitzkrieg della “riforma” stavamo perdendo metà di tutti gli insegnanti nell’arco di cinque anni da quando avevano iniziato a lavorare, e si trattava di persone che avevano speso anni e molte migliaia di dollari per diventare insegnanti. Come può aspettarsi il paese di trattenere professionisti dignitosi e addestrati di fronte all’ostilità delle condizioni attuali? Sospetto che i gestori di fondi speculativi che stanno dietro il nostro sistema delle scuole parificate – il cui interesse principale non è certo l’istruzione – siano felicissimi di sostituire gli insegnanti veri con istruttori non sindacalizzati e scarsamente addestrati. Insegnare sul serio significa instillare i valori e il sapere che promuovono il bene comune e proteggono una società dalla follia dell’amnesia della storia. L’ideologia utilitaristica industriale abbracciata dal sistema dei test standardizzati e delle ‘accademie della leadership’ non ha tempo per le sottigliezze e le ambiguità morali intrinseche a un’educazione alle arti liberali. L’industrialismo ruota intorno al culto dell’io. E’ incentrato sull’arricchimento e il profitto personale come solo fine dell’esistenza umana. E quelli che non si adeguano sono messi da parte.

«E’ estremamente avvilente rendersi conto che si sta in realtà mentendo a questi bambini insinuando che questa dieta di letture industriali e di test standardizzati li stia preparando a qualcosa», ha detto questo insegnante, che temeva di subire rappresaglie dagli amministratori scolastici se questi avessero saputo che stava parlando fuori dai denti. «E’ ancor più avvilente sapere che la tua sussistenza dipende sempre più dal sostenere questa bugia. Ti devi chiedere come mai gli amministratori dei fondi speculativi siano così improvvisamente interessati all’istruzione dei poveri delle città? Lo scopo principale della follia dei test non è di valutare gli studenti, bensì di valutare gli insegnanti».

“Non posso dirlo con certezza – non con la certezza di un Bill Gates o di un Mike Bloomberg che pontificano con certezza assoluta in un campo del quale non sanno assolutamente nulla – ma sospetto sempre più che uno degli obiettivi principali della campagna per la riforma sia di rendere il lavoro dell’insegnante così degradante e offensivo che gli insegnanti dignitosi e davvero istruiti semplicemente se ne andranno fin quando mantengono ancora un po’ di rispetto per sé stessi,- ha aggiunto. - In meno di un decennio siamo stati spogliati dell’autonomia e siamo sempre più microgestiti. Agli studenti è stato dare il potere di licenziarci per il fallimento nei loro test. Gli insegnanti sono stati assimilati a porci al truogolo e incolpati del collasso economico degli Stati Uniti. A New York ai presidi è stato dato ogni incentivo, sia finanziario sia in termini di controllo, perché sostituiscano gli insegnanti esperti con reclute di 22 anni fuori ruolo. Costano meno. Non sanno niente. Sono malleabili e vulnerabili alla revoca».

La demonizzazione degli insegnanti è un’altra finta della propaganda, un modo, da parte dell’industria, di sviare l’attenzione dal furto di circa 17 miliardi di dollari di stipendi, salari e risparmi a danno dei lavoratori statunitensi e da un panorama in cui un lavoratore su sei è disoccupato. Gli speculatori di Wall Street hanno saccheggiato il Tesoro statunitense. Hanno frustrato ogni tipo di regolamentazione. Hanno evitato incriminazioni penali. Stanno svuotando i servizi sociali fondamentali. E ora stanno pretendendo di amministrare le nostre scuole e università.

«Non solo i riformatori hanno rimosso la povertà come fattore; hanno anche rimosso le attitudini e le motivazioni degli studenti come fattori» ha detto questo insegnante, che è membro di un sindacato insegnanti. «Sembrano credere che gli studenti siano qualcosa di simile alle piante cui basti dar acqua ed esporle al sole del tuo insegnamento e tutto fiorisce. Questa è una fantasia che insulta sia lo studente sia l’insegnante. I riformatori sono venuti fuori con una varietà di piani insidiosi promossi come passi per professionalizzare il lavoro degli insegnanti. Siccome sono tutti uomini d’affari che non sanno nulla del settore, è superfluo dire che ciò non si fa dando agli insegnanti autonomia e rispetto. Usano remunerazioni basate sul merito in cui gli insegnanti degli studenti che fanno bene nei test a risposta multipla ricevono più soldi e gli insegnanti i cui studenti non fanno così bene nei test a risposta multipla, ricevono meno soldi. Naturalmente l’unico modo in cui ciò potrebbe essere concepito come equo sarebbe se in ogni classe si avesse un gruppo identico di studenti; una cosa impossibile. Lo scopo vero della remunerazione in base al merito consiste nel dividere gli insegnanti gli uni dagli altri spingendoli alla caccia agli studenti più brillanti e più motivati e a istituzionalizzare ulteriormente l’idea idiota dei test standardizzati. C’è sicuramente un’intelligenza diabolica all’opera in tutto ciò».

«Se si può dire che l’amministrazione Bloomberg sia riuscita in qualcosa, - ha detto, - ha avuto successo nel trasformare le scuole in fabbriche di stress in cui gli insegnanti scorrazzano a chiedersi se è possibile compiacere i propri presidi, se la propria scuola sarà ancora aperta l’anno prossimo, se il sindacato sarà ancora lì a offrire un qualche genere di protezione, se avranno ancora un posto di lavoro l’anno prossimo. Non è così che si gestisce un sistema scolastico. Così lo si distrugge. I riformatori e i loro compari nei media hanno creato un mondo manicheo di insegnanti cattivi e di insegnanti efficienti. In questo universo alternativo non ci sono altri fattori. Ovvero, tutti gli altri fattori – povertà, genitori degeneri, malattie mentali e denutrizione – sono tutte scuse del Cattivo Insegnante che possono essere superate dal duro lavoro dell’Insegnante Efficiente».

I davvero istruiti diventano consci. Diventano consapevoli di sé stessi. Non mentono a sé stessi. Non fanno finta che la truffa sia una cosa morale o che l’avidità della imprese sia una cosa buona. Non affermano che le esigenze del mercato possano giustificare moralmente la fame dei bambini o la negazione dell’assistenza medica ai malati. Non cacciano di casa 6 milioni di famiglie come costo della conduzione degli affari. Il pensiero è un dialogo con il proprio io interiore. Quelli che pensano pongono domande, domande che coloro che detengono l’autorità non vogliono siano poste. Ricordano chi siamo, da dove veniamo e dove dovremmo andare. Restano eternamente scettici e diffidenti nei confronti del potere. E sanno che questa indipendenza morale è l’unica protezione dal male radicale che deriva dall’incoscienza collettiva. Questa capacità di pensare è baluardo contro ogni autorità centralizzata che cerchi di imporre un’obbedienza stupida. C’è un’enorme differenza, come comprese Socrate, tra l’insegnare alle persone cosa pensare e l’insegnar loro come pensare. Quelli che sono dotati di una coscienza morale rifiutano di commettere delitti, anche quelli sanzionato dallo stato-impresa, perché alla fine non vogliono vivere con dei criminali, sé stessi. «E’ meglio essere in conflitto con il mondo intero […] che essere in conflitto con me stesso», disse Socrate.

Quelli che sono in grado di porre le domande giuste sono armati della capacità di fare una scelta morale, di difendere il bene contro le pressioni esterne. Ed è per questo che il filosofo Immanuel Kant pone i doveri che abbiamo verso noi stessi prima dei doveri che abbiamo verso gli altri. Il riferimento, per Kant, non è l’idea biblica dell’amore per sé stessi – ama il tuo prossimo come te stesso, fai agli altri quello che vorresti che essi facessero a te – ma il rispetto di sé. Quel che ci dà valore e significato come esseri umani è la capacità di sollevarci ed opporci all’ingiustizia e alla vasta indifferenza morale dell’universo. Una volta morta la giustizia, come sapeva Kant, la vita perde ogni significato. Quelli che obbediscono docilmente alle leggi e alle norme imposte dall’esterno – comprese le leggi religiose – non sono esseri umani morali. L’adempimento di una legge imposta è moralmente neutro. I davvero istruiti mettono le loro volontà al servizio di un’istanza di giustizia, empatia e ragione più elevate. Socrate ha sostenuto la stessa tesi quando ha detto che è meglio patire il male che farlo.

«Il male più grande che sia stato perpetrat», ha scritto Hannah Arendt, «è il male commesso dai nessuno, ovvero dagli esseri umani che rifiutano di essere persone». Come ha puntualizzato la Arendt, dobbiamo aver fiducia soltanto in coloro che hanno questa consapevolezza di sé stessi. Questa consapevolezza di sé stessi viene solo dalla coscienza. Viene dalla capacità di guardare la crimine che viene commesso e dire “Io non posso”. Dobbiamo temere, ha ammonito la Arendt, quelli il cui sistema morale è costruito sulla struttura inconsistente dell’obbedienza cieca. Dobbiamo temere quelli che non sono in grado di pensare. Le civiltà prive di coscienza si trasformano in deserti autoritari.

«I malvagi peggiori sono quelli che non ricordano perché non hanno mai prestato attenzione alla questione e, senza ricordo, niente può trattenerli», scrive la Arendt. «Per gli esseri umani, pensare al passato significa muoversi nella dimensione della profondità, gettando radici e così rendendosi stabili, in modo da non essere spazzati via da qualsiasi cosa possa accadere, lo Zeitgeist [lo spirito del tempo], o la Storia o la semplice tentazione. Il male più grande non è profondo, non ha radici, e poiché non ha radici non ha limiti, può arrivare a estremi impensabili e spazzare il mondo intero».

Qui il sito di Giovanna Giudici

«Droits des pauvres, pauvres droits?». Queste parole, assai efficaci, indicano la chiave con la quale alcune istituzioni francesi hanno condotto un'ampia ricerca comparativa sulla situazione e le prospettive dei diritti sociali (ricerche come questa sono divenute impensabili in Italia, per i mezzi impiegati, per la possibilità di costituire un gruppo che lavori nell'arco di anni e di sottoporre poi i risultati alla valutazione di studiosi di paesi diversi...).

Parole eloquenti, nelle quali non si riflette una qualche forzatura ideologica, ma che danno conto di un dato di realtà ormai indiscutibile - il ritorno della povertà e il suo modo di influire sulla complessiva dinamica dei diritti.

È vero che l'attenzione per i problemi della povertà non era mai scomparsa, anche nella discussione giuridica. Ma si era concentrata piuttosto sulle povertà post-materiali, sulla post-povertà senza aggettivi (quanti sbrigativi "post" hanno distorto l'analisi di fenomeni nuovi!), sulla sottolineatura o sulla critica della poverty law scholarship. Se era giusto mettere in evidenza che le povertà non sono riducibili solo a carenze materiali, i tempi mutati inducevano a scrivere, ad esempio, che «le nuove povertà post-materiali (anziani soli, handicappati, tossicodipendenti, depressi psichici) sono in crescita mentre calano quelle materiali» (R. Spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1992, p. 602), e quell'elenco si allungava con riferimenti alla solitudine, alla mancanza di relazioni sociali, alla perdita di senso, ai malati di Aids, alle diverse forme di esclusione. Ma oggi quella conclusione non è proponibile, perché sono proprio le povertà materiali ad essere tornate alla ribalta.

I nostri, infatti, sono pure i tempi della vita precaria, della sopravvivenza difficile, del lavoro introvabile, delle rinnovate forme di esclusione legate alla condizione d'immigrato, all'etnia. Sono tornati i "poveri", un mondo che sembrava scomparso grazie alla diffusione del benessere materiale, o che almeno era confinato in aree sociali ristrettissime. E con essi è tornato, drammatico e ineludibile, il problema di come assicurare la tutela dei loro diritti primari - il lavoro, la salute, la casa, l'istruzione. Con buone ragioni Marco Revelli ha potuto dare a un suo bel libro il titolo Poveri noi (Einaudi, Torino, 2010). Davvero poveri tutti: ovviamente quelli che vivono concretamente la condizione della povertà, ma anche quelli che avvertono non solo il disagio personale, ma l'inaccettabilità sociale di un mondo nel quale, attraverso la povertà, vengono negate la dignità e l'umanità stessa delle persone. E proprio attraverso questo dato di realtà possiamo comprendere meglio il significato profondo delle parole che aprono la nostra Costituzione: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Quando il lavoro non c'è, quando viene negato o sfigurato, è lo stesso fondamento democratico di una società ad essere messo in pericolo.

Un'esistenza dignitosa

La relazione tra condizioni materiali e diritti della persona si radicalizza, cerca nuove strade e strumenti giuridici adeguati. Compare sempre più spesso il riferimento al «diritto di esistere» o «diritto all'esistenza». Una formula a doppia faccia, comprensiva e ambigua, con la quale si può rivendicare una tutela integrale della persona, ma che può pericolosamente virare verso provvedimenti che assicurino solo un «minimo vitale» (cosa assai diversa, lo dico per evitare equivoci, dal tema della garanzia di un reddito di base, per il quale si può vedere, per una prima informazione sullo stato della discussione, Basic Income Network, Reddito per tutti. Un'utopia concreta per l'era globale, manifesto libri, Roma, 2009). Per analizzare un tema come questo non è sufficiente, e può persino divenire distorcente, il criterio della comparazione tra sistemi giuridici operanti in contesti socio-economici assai diversi.

Si sottolinea abitualmente che l'assicurare un minimo vitale, il consentire il raggiungimento di una soglia di sopravvivenza è sicuramente un fatto positivo, là dove le condizioni materiali trascinano violentemente le persone verso la povertà estrema, le espongono addirittura alla morte per fame. Valutazione indubbiamente corretta. Ma, se si esaminano le dinamiche attuali, si registra un singolare, e rivelatore, scambio di ruoli. Proprio nel mondo dove si radica storicamente la maggiore povertà, il diritto all'esistenza viene concepito non solo come una urgente risposta istituzionale, come un riscatto necessario, bensì anche come la via per arrivare appunto alla piena tutela della persona. Nel mondo "avanzato", invece, si sta percorrendo il cammino inverso: la riduzione di diritti e tutele spinge la garanzia giuridica verso il "grado zero" dell'esistenza.

Ma - ci si è chiesti - l'esistenza non è piuttosto un fatto naturale, biologico? Che cosa vuol dire trasformarla in un diritto? Proviamo, allora, a seguire le indicazioni offerte proprio dai documenti giuridici, anche per formulare un primo elenco delle questioni che devono accompagnare la discussione. Il tema compare nel costituzionalismo del tempo successivo alla Seconda guerra mondiale, con particolare nettezza nell'articolo 36 della Costituzione italiana («un'esistenza libera e dignitosa»), nell'articolo 23.3 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu («una esistenza conforme alla dignità umana»), e viene ripreso dall'articolo 34.3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea («un'esistenza dignitosa»). Si tratta di norme che compaiono tutte nell'ambito della disciplina del lavoro ma che, soprattutto nel contesto italiano, investono la condizione umana nel suo complesso. E che, in primo luogo, associano l'esistenza alla dignità, dando ad essa una qualificazione che non tanto ne arricchisce il significato, quanto piuttosto la ancora ad un principio che garantisce la sua irriducibilità a forme incompatibili, appunto, con la dignità della persona (e con la sua libertà, com'è detto nella sempre lungimirante Costituzione italiana).

E che non sia «minima»

L'artificio del diritto trasferisce così l'esistenza in una dimensione diversa dalla sua definizione in termini di biologia o di natura. Questo non significa separare l'esistenza dalle sue condizioni materiali. Vuol dire che queste non ne esauriscono i caratteri e che, anzi, la materialità dell'esistere esige che vengano presi in considerazione fattori che riguardano la persona nel suo rapporto complessivo con gli altri e con il mondo. Nel contesto italiano l'ostilità ad ogni riduzionismo è resa esplicita dalle parole iniziali dell'articolo 3, dove la dignità compare per la prima volta come dignità "sociale", dunque non come una qualità innata della persona, ma come il risultato di una costruzione che muove dalla persona, prende in considerazione e integra relazioni personali e legami sociali, impone la considerazione del contesto complessivo all'interno del quale l'esistenza si svolge. La necessità di andare oltre il grado zero dell'esistenza è testimoniata da un esempio che riguarda il cibo. Ad esso, che pure tocca ovviamente la stessa sopravvivenza, non si guarda più nella sola prospettiva della lotta alla fame nel mondo. In un rapporto preparato per l'Onu, Jean Ziegler ha sottolineato che le persone hanno diritto «ad una alimentazione adeguata e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali del popolo al quale la persona appartiene e che assicuri una esistenza (life) piena e dignitosa, libera dalla paura, dal punto di vista fisico e mentale, individuale e collettivo».

Prendere sul serio il diritto all'esistenza, dunque, impone di opporsi all'esistenza "minima". Seguendo questa strada, molte sono le questioni da esaminare. Porre al centro dell'attenzione i diritti sociali, in primo luogo, e quindi affrontare il tema del superamento della loro separazione dalle altre categorie o generazioni di diritti. L'indivisibilità dei diritti è proclamata, fin dal suo Preambolo, dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La ragione di questa scelta è evidente: contestare, anche formalmente, uno statuto teorico e una collocazione operativa che hanno confinato i diritti sociali in una condizione di minorità rispetto agli altri diritti, addirittura negando che nel loro caso possa parlarsi in senso proprio di diritti. Ma questo implica pure che la collocazione "orizzontale" dei diritti sociali cancelli la possibilità di attribuire loro una tutela rafforzata, quale risulta, ad esempio, dalla fondazione sul lavoro della nostra Repubblica democratica? Ora, a parte una discussione sulle evidenze empiriche che militano a favore o contro l'indivisibilità dei diritti, bisogna pur considerare il contesto nel quale l'indivisibilità viene affermata. E quello della Carta dei diritti fondamentali deve essere ricostruito partendo dall'affermazione iniziale secondo la quale l'Unione «pone la persona al centro della sua azione»; dando la giusta rilevanza al riferimento all'«esistenza dignitosa»; e, soprattutto, considerando la nuova assiologia della Carta, nella quale compaiono i principi di dignità, eguaglianza e solidarietà, non contemplati dal Trattato di Maastricht. Il rango e la tutela dei diritti sociali si ricavano proprio da questa nuova sistematica, nella quale è sicuramente rinvenibile la possibilità di attribuire ad essi forme più intense di garanzia, preminenza nel bilanciamento degli interessi.

La dimensione europea

L'emersione nella dimensione europea del principio di solidarietà consente di porre l'accento su un altro aspetto, rappresentato dalla rilevanza dell' "obbligazione sociale". Sempre semplificando, questa si esprime in molti modi, a cominciare da quello, storico, di rispettare l'obbligo di pagare le tasse, che l'art.53 della Costituzione qualifica come dovere di «concorrere alle spese pubbliche». Ma la presenza di doveri sociali è specificata in modo netto sia attraverso il generale principio di solidarietà, sia attraverso la relazione diretta tra retribuzione e dignità Nell'ultima fase, con particolare intensità, abbiamo assistito alla rottura di questo nesso, con un doppio effetto. Da una parte, la misura della retribuzione viene svincolata dalla finalità ad essa assegnata dall'art. 36 della Costituzione e riferita unicamente alle compatibilità economiche d'impresa. Come conseguenza di questa impostazione, si assiste poi a consultazioni referendarie svolte in condizioni che incidono pesantemente sulla libertà del lavoratore; e a previsioni contenute nella parte normativa dei contratti che configurano un abbandono della sua dignità. L'art. 41, di cui non a caso si chiede la sostanziale cancellazione, viene così del tutto ignorato proprio nei suoi riferimenti a libertà e dignità, che evidentemente non sono legati soltanto alla persona del lavoratore.

La fuga dalla dignità sta configurando una nuova categoria di "indegni"? La motivazione tutta economica di questa fuga, infatti, sta incidendo pesantemente su tutta una serie di diritti fondamentali (lo documenta uno studio dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali del dicembre 2010, intitolato appunto "Protecting fundamental rights during the economic crisis"). Una motivazione, peraltro, in troppi casi invocata per liberarsi puramente e semplicemente dal "peso" dei diritti, sciogliendo il mercato da ogni vincolo sociale.

Un nuovo costituzionalismo

Si torna così al diritto all'esistenza attraverso il suo collegamento inscindibile con i diritti fondamentali. Sta diventando sempre più evidente che la loro tutela complessiva non può essere riguardata solo dal punto delle politiche redistributive. L'effettività dei diritti implica una considerazione rinnovata del rapporto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni, che la dialettica nota soggetto/oggetto non è più in grado di comprendere. Se l'astrazione del soggetto si scioglie nella materialità della vita delle persone, diviene necessaria una nuova tassonomia dei beni misurata appunto sui diritti fondamentali e su una effettività di questi realizzata attraverso una relazione più diretta tra persone e beni, non mediata esclusivamente dalla logica proprietaria, privata o pubblica che sia. È qui la radice dell'attenzione rinnovata, e davvero globale, per i beni comuni, intorno ai quali si sta costruendo un «costituzionalismo della vita materiale o dei bisogni», concretamente rinvenibile nelle costituzioni, in molteplici atti normativi, in decisioni sempre più incisive di corti supreme di quello che un tempo era definito il "Sud del mondo" e che oggi sta accompagnando l'imponente progresso economico con una inventiva istituzionale che merita una attenzione partecipe. E questo impone a tutti gli studiosi del diritto ripensamenti intorno alle stesse loro categorie fondative.

* Questo articolo è stato pubblicato anche sulla Rivista di diritto privato

L’art. 1 del Decreto Legge 24 gennaio 2012 n. 1 “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività” prevede:

«1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 3 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, in attuazione del principio di libertà di iniziativa economica sancito dall'articolo 41 della Costituzione e del principio di concorrenza sancito dal Trattato dell'Unione europea, sono abrogate, dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 3 del presente articolo e secondo le previsioni del presente articolo:

- le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell'amministrazione comunque denominati per l'avvio di un'attività economica non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l'ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità;

- le norme che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite, nonché le disposizioni di pianificazione e programmazione territoriale o temporale autoritativa con prevalente finalità economica o prevalente contenuto economico, che pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli, ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate e che in particolare impediscono, condizionano o ritardano l'avvio di nuove attività economiche o l'ingresso di nuovi operatori economici ponendo un trattamento differenziato rispetto agli operatori già presenti sul mercato, operanti in contesti e condizioni analoghi, ovvero impediscono, limitano o condizionano l'offerta di prodotti e servizi al consumatore, nel tempo nello spazio o nelle modalità, ovvero alterano le condizioni di piena concorrenza fra gli operatori economici oppure limitano o condizionano le tutele dei consumatori nei loro confronti».

«2. Le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all'accesso ed all'esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l'iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all'ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l'utilità sociale, con l'ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica».

«3. Nel rispetto delle previsioni di cui ai commi 1 e 2 e secondo i criteri ed i principi direttivi di cui all'articolo 34 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, il Governo, previa approvazione da parte delle Camere di una sua relazione che specifichi, periodi ed ambiti di intervento degli atti regolamentari, è autorizzato ad adottare entro il 31 dicembre 2012 uno o più regolamenti, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per individuare le attività per le quali permane l'atto preventivo di assenso dell'amministrazione, e disciplinare i requisiti per l'esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l'esercizio dei poteri di controllo dell'amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che, ai sensi del comma 1, vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi. L'Autorità garante della concorrenza e del mercato rende parere obbligatorio, nel termine di trenta giorni decorrenti dalla ricezione degli schemi di regolamento, anche in merito al rispetto del principio di proporzionalità. In mancanza del parere nel termine, lo stesso si intende rilasciato positivamente».

«4. Le Regioni, le Provincie ed i Comuni si adeguano ai principi e alle regole di cui ai commi 1, 2 e 3 entro il 31 dicembre 2012, fermi restando i poteri sostituitivi dello Stato ai sensi dell'articolo 120 della Costituzione. A decorrere dall'anno 2013, il predetto adeguamento costituisce elemento di valutazione della virtuosità degli stessi enti ai sensi dell'articolo 20, comma 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. A tal fine la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell'ambito dei compiti di cui all'articolo 4, comunica, entro il termine perentorio del 31 gennaio di ciascun anno, al Ministero dell'economia e delle finanze gli enti che hanno provveduto all'applicazione delle procedure previste dal presente articolo. In caso di mancata comunicazione entro il termine di cui al periodo precedente, si prescinde dal predetto elemento di valutazione della virtuosità. Le Regioni a statuto speciale e le Provincie autonome di Trento e Bolzano procedono all'adeguamento secondo le previsioni dei rispettivi statuti».

«5. Sono esclusi dall'ambito di applicazione del presente articolo i servizi di trasporto di persone e cose su autoveicoli non di linea, i servizi finanziari come definiti dall'articolo 4 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 e i servizi di comunicazione come definiti dall'articolo 5 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, di attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno, e le attività specificamente sottoposte a regolazione e vigilanza di apposita autorità indipendente».

Valutazioni critiche

Con l’art. 1 del D. L. 1/2012 al Governo è attribuito un amplissimo potere regolamentare, subordinato esclusivamente “all’approvazione da parte delle Camere di una sua relazione che specifichi, periodi ed ambiti di intervento degli atti regolamentari” esercitando il quale andrà ad individuare le attività per le quali permane l'atto preventivo di assenso dell'amministrazione, e disciplinare i requisiti per l'esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l'esercizio dei poteri di controllo dell'amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi.

Non solo, ma è lo stesso art. 1 del D. L. 1/2012 a prevedere che con l’emanazione dei Regolamenti del Governo saranno da considerare abrogate:

- le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell’amministrazione comunque denominati per l’avvio di un’attività economica;

-le norme che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite;

- le disposizioni di pianificazione e programmazione territoriale o temporale autoritativa con prevalente finalità economica o prevalente contenuto economico, che pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli, ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate;

- le norme che particolare impediscono, condizionano o ritardano l’avvio di nuove attività economiche o l’ingresso di nuovi operatori economici ponendo un trattamento differenziato rispetto agli operatori già presenti sul mercato, operanti in contesti e condizioni analoghi;

- le norme che impediscono, limitano o condizionano l’offerta di prodotti e servizi al consumatore, nel tempo nello spazio o nelle modalità, ovvero alterano le condizioni di piena concorrenza fra gli operatori economici oppure limitano o condizionano le tutele dei consumatori nei loro confronti.

Sin da subito, precisa il comma 2 dello stesso art. 1, le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica.

Tutto questo trova fondamento, secondo quanto dichiarato nel comma 1 dell’art. 1, in attuazione del principio di libertà di iniziativa economica sancito dall’art. 41 della Costituzione che, è bene ricordarlo, prevede che:

«L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

In sintesi:

E’ prevista l’abrogazione di una serie indeterminata di norme, sulla base di criteri generali e generici, la cui individuazione è rimessa alla valutazione – quasi del tutto arbitraria – del Governo;

Viene fornita con legge ordinaria – meglio con un decreto legge – una rilettura e una nuova interpretazione dell’art. 41 della Costituzione che individua l’interesse generale prevalente nel solo principio della concorrenza; interpretazione a dir poco forzata, solo che si legga il contenuto dell’art. 41;

Non è conforme ai principi sanciti dalla Costituzione attribuire valore assoluto e preminente all’iniziativa economica privata degradando a metri criteri interpretativi i valori della sicurezza, della libertà, della dignità umana, dell’utilità sociale individuati dall’art. 41 come valori prioritari;

Si impone con legge – con decreto legge – un criterio di interpretazione che sovverte i consolidati canoni ermeneutici, propri di uno Stato di diritto, sanciti dall’art. 12 delle “Preleggi”; le leggi si interpretano per quello che sono, per quanto dispongono, senza interpretazioni imposte da una dichiarata finalità da perseguire;

Non è ammissibile, in nome della dichiarata emergenza, stabilire un nuovo ordine nella scala di valori sancito dalla Costituzione, con un atto del Governo;

Non è ammissibile questa pretesa del Governo di obbligare gli interpreti a conformarsi alle sue valutazioni con una norma generale interpretativa del sistema complessivo di norme oggi vigente;

All’interprete e, soprattutto, a chi è chiamato ogni giorno ad applicare le norme si porranno una miriade di problematiche giuridiche e di conflitti di interpretazione per questo modo di scrivere le norme.

Regioni ed Enti Locali devono adeguarsi entro il 31 dicembre e l’adeguamento costituisce elemento di valutazione della virtuosità degli stessi enti.

Anche in questo caso, come in altre fattispecie previste dal decreto “Salva Italia” viene prefigurato l’esercizio del potere sostitutivo dello Stato ai sensi dell’art. 120 Costituzione. Si cita l’art. 120 ma si dimentica che il potere sostitutivo dello Stato nelle materie di competenza regionale è fortemente circoscritto dallo stesso art. 120 della Costituzione:

«Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione».

Il Governo, con decretazione d’urgenza privo di presupposti, introduce una fattispecie di potere sostitutivo che non trova riscontro nella Costituzione, ampliandone i presupposti con una compressione evidente e progressiva dell’autonomia di Regioni, Province e Comuni, in palese contrasto con l’art. 114 della Costituzione che – è bene ricordarlo – prevede: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione».

Se si vuole davvero semplificare e dare certezze all’iniziativa economica senza stravolgere e forzare il dettato costituzionale, sarebbe necessario operare le scelte normative dentro un quadro predefinito, condiviso, con l'obiettivo di ridisegnare l'apparato amministrativo.

Dentro ogni confine amministrativo, per ogni procedimento deve essere chiarito quale è l'unico ente competente ad adottare il provvedimento senza possibilità di ammettere deroghe o sovrapposizioni.

E’ evidente infatti che bisogna procedere ad un forte riordino istituzionale che consenta di semplificare la pubblica amministrazione, individuando le funzioni fondamentali di Comuni e Province e riorganizzando in modo organico tutte le funzioni amministrative intorno alle istituzioni che compongono la Repubblica, colpendo le reali inefficienze e superando enti e strutture ridondanti a livello nazionale e a livello regionale, che non hanno una diretta legittimazione democratica e che non sono quindi responsabili nei confronti della cittadinanza.

Eliminare ogni presidio a tutela del territorio rischia di causare guasti ben maggiori e irreparabili di quelli che l’attuale ridondante e complesso sistema normativo e la stratificazione di una miriade di enti burocratici hanno determinato.

Valutazioni finali

La tendenza evidente è quella di trasformare la presenza e il ruolo della pubblica amministrazione da soggetto regolatore delle attività a controllore successivo della regolarità e liceità delle attività dichiarate e avviate, entro limiti fortemente circoscritti e predefiniti.

Al lodevole intento di snellire le procedure burocratiche, l’appesantimento normativo, fa da contrasto la dubbia capacità dell’amministrazione di riuscire ad espletare meglio le funzioni assegnate per la tutela del territorio.

Spesso la nitidezza degli obiettivi teorici contrasta con i limiti degli strumenti metodologici e normativi che abbiamo a disposizione: persiste tutta una serie di norme obsolete o mal ridisegnate, ridondanti se non contraddittorie, e di competenze troppo frammentate e ingombranti che continuano a creare ostacoli ad una corretta gestione dei beni e ad una giusta evoluzione dei processi di sviluppo. Perché mai l’amministrazione, senza interventi strutturali che ne migliorino l’efficienza, dovrebbe riuscire in modo più tempestivo nell’attività di controllo successivo piuttosto che in quello preventivo?

Se si vuole ancora tentare di tutelare il territorio, va dato nuovo impulso ad una pianificazione territoriale moderna che individui, come prassi pianificatoria, le misure di compensazione, per il riequilibrio delle qualità ecologiche, ambientali e paesaggistiche, da attuare per qualsiasi intervento esterno alle aree già urbanizzate, ciò al fine di rispettare il principio della sostenibilità.

Sarà necessario che Comuni, Provincia, Regione ed altri Enti di governo del territorio operino in modo coerente e concertato, che siano attribuiti agli obiettivi priorità e che si cerchi di conseguirli in sinergia.

E’ evidente in ogni caso che non può essere consentito un capovolgimento della scala dei valori, costituzionalmente garantita, in nome dell’emergenza economica, con la decretazione d’urgenza; né porre con decreto, nella disponibilità del Governo – neanche del legislatore ordinario – un mutamento così radicale.

E’ opportuno e necessario che in sede di conversione in legge del decreto si conduca in Parlamento una profonda riflessione su tali disposizioni e sui possibili effetti che queste potrebbero determinare.

Il dott. Carlo Rapicavoli è Direttore Generale e Coordinatore dell’Area Gestione del Territorio della Provincia di Treviso

Vi consigliamo di frequentare l’utilissima rivista online Lex Ambiente, curata dal dott. Luca Ramacci, Consigliere della Corte Suprema di Cassazione. Essa è interamente e puntualmente dedicata all’informazione e alla valutazione critica delle questioni giuridiche che hanno incidenza sull’ambiente e la sua tutela

Frammentata, dispersa e con i diritti al minimo. Un sentiero di lettura sulla precarietà nell'era dei «tecnici» che vogliono compiere l'ultimo tratto della lunga marcia della deregulation in nome dell'interesse generale

Frammentato, disperso, inafferrabile, ma tuttavia presenza stabile in ogni documento politico istituzionale per segnalare come la crescita delle diseguaglianze di reddito mette a dura prova la tenuta del legame sociale e sia fonte di possibili sovvertimenti della democrazia costituzionale. Il lavoro è stato ridotto a «emergenza sociale», anche se le politiche economiche dei governi della vecchia Europa e nei claudicanti Stati Uniti sono sempre all'insegna della continuità, cioè al riprodurre le stesse condizioni che hanno reso il lavoro sinonimo di povertà, di precarietà, di assenza di futuro. Allarmi e denunce che non arrestano quella «guerra a bassa intensità» contro la costituzione materiale e formale che nel secolo passato hanno impedito ai governi nazionali di equiparare lavoro e povertà. È dalla fine degli anni Settanta che il lavoro è infatti pensato come una variabile dipendente dello sviluppo capitalistico. Ed è per questo motivo che tutte le conquiste novecentesche del movimento operaio dovevano e devono essere cancellate per garantire appunto uno sviluppo economico emendato dal conflitto di classe.

Ostacoli da demolire

Negli anni Settanta era il salario che doveva diventare una variabile dipendente e solo nel decennio successivo è iniziata la lunga marcia neoliberista affinché il lavoro sans phrase diventasse un fattore da vincolare alla sua produttività, alla concorrenza e alle necessità di innovare sia il processo produttivo che i prodotti. La deregulation del mercato del lavoro nasce proprio su questo crinale. Da allora la cancellazione della legislazione del lavoro è stata la stella polare che ha orientato l'azione di governi, sindacati e imprenditori. E ogni volta che lo sviluppo economico entrava in crisi, il refrein è sempre stato lo stesso: il lavoro doveva essere ridotto coercitivamente a forza-lavoro, cioè a merce. Non spaventi l'uso di un lessico che ha radici in un non lontano passato. Al suo posto se ne può scegliere un altro, meno ancorato a una storia che si vuole maledetta. Ma in ogni caso lontano da quella dissimulazione operante nella discussione pubblica, in base alla quale i processi di valorizzazione del lavoro vivo sono l'ostacolo da rimuovere per garantire benessere e crescita economica.

La riduzione del lavoro a simbolo di povertà e a variabile dipendente hanno una loro radice nell'incapacità dello sviluppo capitalistica a garantire la piena occupazione, come invece era accaduto in Europa e in forma diversa negli Stati Unit in quelli che sono, nostalgicamente, chiamati i «gloriosi trent'anni» seguiti alla fine della seconda guerra mondiale durante i quali la disoccupazione di massa era l'incubo delle cancellerie europee e statunitense, perché troppo forte era ancora il ricordo di come l'espulsione di milioni di uomini e donne dal mercato del lavoro aveva favorito, in Germania, il nazismo. Ma, a differenza degli anni Venti e Trenta del Novecento, la prospettiva attuale di un forzato non-lavoro è stata articolata attraverso la precarietà, cioè quella condizione lavorativa ed esistenziale sempre in bilico tra lavoro e non lavoro.

Gli «intermittenti» passano cioè da un indesiderato arruolamento nell'«esercito industriale di riserva» all'altrettanto indesiderato immissione in «bacini» dove le imprese attingono lavoro vivo in base alla contingenza economica. Ma se i classici della teoria economica stabiliscono che i «non occupati» dovevano servire a comprimere i salari - fattore divenuto così evidente che se ne sono accorti tutti gli organismi sovranazionali, dall'International of Labour Organization all'Ocse - nel capitalismo contemporaneo la precarietà serve anche a costituire le condizioni che favoriscono la «cattura» da parte delle imprese delle capacità innovative del lavoro vivo.

La lunga marcia liberista

La moltiplicazione delle tipologie dei contratti di lavoro non serve dunque a governare l'esercito industriale di riserva, ma a legittimare la trasformazione del lavoro vivo in una «fanteria leggera» mediamente qualificata, capace di produrre innovazione e di gestire un processo produttivo sempre più complesso e tuttavia da usare con discrezione a seconda delle necessità.

Non stupisce quindi che anche nella provincia italiana le alte cariche istituzionali, di fronte al rischio di default dello stato, invitano nuovamente a farsi carico di questo supposto interesse generale che è la riduzione del lavoro a merce. E non suscita neppure meraviglia che il custode della Costituzione, Giorgio Napolitano, o il direttore del quotidiano la Repubblica evochino il «terribile» Settantasette - meglio il convegno sindacale all'Eur in cui il salario divenne fu rubricato come «variabile dipendente» nell'agenda politica - come l'episodio a cui fare riferimento per compiere l'atto finale della lunga marcia liberista alla deregulation del mercato del lavoro. Atto finale delegato ai «tecnici» perché capaci di incarnare appunto l'interesse generale.

Ma questa è storia nota. Rimane sempre il problema di come interrompere questa darwiniana «amministrazione» del mercato del lavoro. Le proposte in campo sono molte, ma quasi sempre contraddistinte da una insopportabile tensione «dirigista» che fanno del lavoro vivo sempre oggetto di interventi «dall'alto» e raramente passano per processi di autonoma organizzazione dello stesso lavoro vivo. Elemento indispensabile per una composizione sociale che ha sempre meno la fabbrica, o l'impresa, come spazio condiviso sia del regime di sfruttamento, ma anche della sua critica e contestazione.

La nuvola innovativa

È da collocare in questo fosco panorama il volume collettivo, curato da Federico Chicci e Emanuele Leonardi, Lavoro in frantumi (Ombre corte, pp. 222, euro 20). Testi eterogenei nello stile e nei temi, va da sé, ma tuttavia uniti da un filo rosso: la necessità di un ordine del discorso attorno al lavoro vivo che scalzi dal centro della scena la sua rappresentazione neoliberista che ha tenuto banco per oltre un trentennio. Uno degli aspetti che emerge è che le diverse tipologie contrattuali non prefigurano l'emergere di una forma specifica di lavoro, bensì la presenza di molteplici forme giuridiche all'interno dello stesso processo produttivo che possono essere attivate a seconda della contingenza. Si può essere lavoratore dipendente, per poi diventare un lavoratore a progetto, interinale, a partita Iva non perché si svolge una mansione, bensì perché l'impresa si riorganizza continuamente per mantenere, se ne ha, un vantaggio competitivo o per fronteggiare una contingenza economica sfavorevole.

È questo il secondo aspetto che caratterizza gran parte degli interventi dedicati a realtà metropolitane o cittadine fortemente caratterizzate da una «specializzazione produttiva» in crisi (la Torino della Fiat, ma anche del Politecnico, la Bergamo della Dalmine); oppure quando gli autori affrontano il rapporto di crescente interdipendenza tra formazione universitaria e mondo delle imprese, all'interno del quale gli atenei sono da considerare nodi di una rete produttiva che tende a coincidere con la metropoli.

Una trasformazione dell'università già testimoniata da molti studi, come i rapporti della Fondazione Alma Mater e della recente inchiesta della Fondazione Agnelli su I nuova laureati (Laterza, pp. 117, euro 15). In entrambi i casi, al di là dei nuovi modelli di formazione emergenti dal «processo di Bologna», l'università è ritenuta il nodo «debole» di un processo produttivo che ha bisogno di un'innovazione permanente. Gli studenti non solo devono essere «addestrati» alla flessibilità - e dunque alla sua traduzione esistenziale e lavorativa, la precarietà, appunto - ma diventare la cloud in cui prende forma proprio quella innovazione che serve alle imprese. Questa potrebbe essere una spiegazione del perché da alcuni anni a questa parte in tutte Europa si sono sviluppati forti movimenti sociali che hanno sottolineato non solo la «miseria della condizione studentesca», ma la precarietà della loro condizione sociale. Ed su questo crinale che si snodano gran parte dei saggi che si propongono di mettere al centro della riflessione l'azione dei movimenti sociali incentrati sulla critica e per l'uscita dalla precarietà come condizione si «minorità» e di sfruttamento.

Robinsonate postmoderne

Un libro dunque da leggere con attenzione, anche perché ha il pregio di rappresentare, al di là della specificità dei singoli contributi, una rielaborazione di molte analisi sulle metamorfosi del lavoro che hanno caratterizzato quel pensiero critico che si è soliti chiamare postoperaismo. Rimane tuttavia in evidenza che dentro la metamorfosi del lavoro si fanno strada molti luoghi comuni che rinviano appunta alla rappresentazione dominante sulla precarietà. Come quella che guarda alla precarietà come una fase di transizione verso quella figura idealtipica dell'individuo proprietario che diventa, una volta cancellati i diritti sociali di cittadinanza, un imprenditore di se stesso.

Una «robinsonata» che continua ancora ad essere declamata come la soluzione alla precarietà. Così come un luogo comune continua a rimanere l'equazione tra precario e giovane. È indubbio che gran parte dei nuovi entrati nel mercato del lavoro siano giovani; così come è evidente che i loro fratelli maggiori e padri siano invece lavoratori a tempo indeterminato. Ma la precarietà non è solo una prerogativa generazionale, bensì una forma di governo di tutto il lavoro vivo. Funziona cioè come dispositivo giuridico che legittima l'intermittenza nel mercato del lavoro, al di là delle differenze generazionali.

Rimane, ovviamente, la ricerca di una via d'uscita da questo infernale laboratorio di «vite precarie». Il reddito di cittadinanza è certo lo strumento per non subire il ricatto della necessità, ma non garantisce certo l'autonomia del lavoro vivo. Un lavoro vivo inoltre indisponibile a «sintesi» imposte dall'alto, ma disponibile a processi ricompositivi «dal basso». E se i frantumi sono l'espressione della miseria del presente, l'autonomia del lavoro vivo costituisce la ricchezza del possibile.

Si veda, a proposito del lavoro e dei suoi possibili significati, l’Eddytoriale n. 144 del 5 novembre 2010

Le ultime statistiche Istat sull'invecchiamento degli italiani erano prevedibili, ma vale la pena soffermarsi su di esse e pensarle sino in fondo. Non di rado i numeri sono una gabbia, e non è vero che «parlano da soli»: siamo noi a farli parlare. Nel 2030, dicono, i vecchi saranno il doppio dei bambini. Non molto diverse sono le statistiche sugli immigrati: loro aumenteranno, gli italiani diminuiranno. Tutto questo accadrà non in un domani lontano, ma fra poco. Sarà una crisi di civiltà, annunciano i giornali: una mutazione antropologica che non avremo voluto, ma che dovremo patire e chissà come ne usciremo. La mutazione fin d'ora la viviamo come disagio della civiltà, ma non a causa di questi numeri: a causa delle parole che usiamo per interpretarli, commentarli. Sono parole che salgono in noi come una nebbia, e tutte sono intrise di spavento, smarrimento: come fossimo una civiltà in preda a incursioni selvagge.

Nell'ultimo ventennio si è parlato dell'imbarbarimento dei nostri costumi, ma forse la barbarie l'abbiamo dentro. Forse i barbari siamo noi, a meno di non preparare il futuro con maggiore cura delle parole, innanzitutto, e con politiche di prudenza e giustizia che non si facciano irretire da cifre, da percentuali, dalle insidie che sempre son racchiuse nelle statistiche, specie demografiche. A meno di non fronteggiare e guardare in modo diverso la crisi, l'economia di scarsità che impone, e come ci siamo arrivati.

Ancora una volta tendiamo a pensare la crisi in maniera rivoluzionaria, concentrando forze e sguardi su uno soltanto dei nodi da sciogliere: una razza, una classe, un'età da tutelare a scapito di altre (ci aiuta nella disumanizzazione semplificatrice la parola «fascia»: non siamo persone, ma strati). Le rivoluzioni sono state più volte questo, e spesso son seguite dal Terrore.

Conservatrici o progressiste, hanno sete di capri espiatori. La categoria su cui s'addensa oggi l'attenzione di governi e economisti è quella dei giovani, non c'è discorso o proclama che non evochi la loro condizione di sacrificati sull'altare d'un paese che invecchiando si disfa. I politici ne hanno la bocca piena, e non stupisce perché l'ingiustizia davvero va raddrizzata.

Ma non dimentichiamo che Stalin e Hitler inneggiavano ai giovani, e alla panacea del muscolo, dello sport. Kundera lo ricorda con maestria quando descrive la «lirica totalitaria della giovinezza», che diventa culto. Concentrarsi esclusivamente sui giovani vuol dire dare all'esistenza umana una sola identità e un solo tempo, non vedere in essa una collana fatta di molte fluide identità, tempi di vita, e nodi.

Forse è venuto il momento di ricostruire il tragitto che ci ha condotti a parlare in un certo modo, da decenni, dei vecchi che ci stanno accanto: di capire come mai, quasi senza accorgercene, adottiamo nei loro confronti gli stessi vocaboli usati - in Italia con speciale disinvoltura - per gli immigrati, cittadini europei compresi. Da tempo siamo come ammaliati dal loro numero che sale: la loro longevità ci sbigottisce, assume le fattezze di biblica piaga. Accade di frequente, quando cominciamo a diffidare di una popolazione e la mente s'abitua a segregarla. In genere ricorriamo a metafore marine: i grandi vecchi in sovrannumero irromperanno come un' ondata, ci sommergeranno.A ottant'anni hanno davanti a sé più anni di vita? Dalle penne, inavvertitamente, escono strani aggettivi: «macabre» sono le statistiche che ne danno notizia. E usurpatrici le attività remunerate che tolgono ai giovani (anche questo è un argomento mutuato dall'eloquio leghista o del Fronte nazionale francese sugli immigrati). Accorta, il ministro Fornero dice: «Il lavoro non è una quantità fissa. È qualcosa che può crescere, può esser distribuito meglio». Si potrebbe dire anche degli anni di vita, del complesso corpo d'una società.

Forse è qui il maleficio di un invecchiare che intimidito si nasconde, si rifugia in svariati trucchi pur di fermare il tempo. Finché l'anziano appare giovane c'è salvezza. Meglio: finché è cliente, consumatore.

L'unico modo di non veder spezzata l'appartenenza alla comunità è di non sottrarsi alle esigenze del mercato: d'impersonare un'inalterata domanda, correlata all'offerta.

Ogni volta che annunciamo che l'Italia sarà (è già) un paese di vecchi, manipoliamo il tempo, lo congeliamo, e questa è la vera crisi di civiltà, che imputiamo all'invasore esterno e poi automaticamente a paria interni, non dissimili dalle caste indiane: gli oppressi dovettero attendere Gandhi per sapersi cittadini. Paria in sanscrito significa spezzare. La collana si spezza a causa dello straniero, dell'immigrante nato in Italia, del malato, del povero. Infine dei grandi vecchi.

Se non corriamo ai ripari - Croce direbbe: «se non invigilo me stesso, e procuro di correggermi» - non potremo scansare la minaccia: a forza di considerare gli anziani un flagello, verrà il tempo (magari già inizia) in cui converrà sbarazzarsene. Costano troppo alla comunità, con tutti i farmaci che prendono, gli arnesi di cui necessitano. E chi pagherà se i giovani continuano a vivere vite precarie, impossibilitati anche numericamente a versar contributi per la spesa sanitaria di cui l'alta vecchiaia abbisogna? A ciò s'aggiunga che questo avviene in un'epoca storica che disdegna lo Stato. Lo vuole smilzo, non esattore, inclusivo sì ma molto selettivo: quasi non avesse insegnato nulla la crisi del mercato senza briglie, incapace di invigilare spontaneamente se stesso, esplosa nel 2007. Per questo è ingiusto e anche miope, il no di Beppe Grillo alla cittadinanza per gli immigrati nati in Italia: affermare che il problema oggi è altro - per esempio, arrivare alla fine del mese - è pensare il brevissimo termine, non vedere lo spezzarsi dell'intera collana di civiltà, considerarla una «quantità fissa», fatalmente scarsa.

È scabroso parlare di queste cose, perché le utopie maltusiane - i freni brutali all'aume nto di popolazione in assenza di guerre, carestie, epidemie - rischiano di realizzarsi. Descriverle è già un po' accettarle. Chi ha letto il racconto di Buzzati sull'eliminazione dei vecchi, nel Viaggio agli inferni del secolo (1966) ricorderà il malessere che procura: l'immaginaria città parallela - una sotterranea seconda Milano - può pian piano inverarsi, se non mutiamo le parole e gli atti che ne scaturiscono. Nella città nascosta (vi si accede varcando una porticina «che apre all'inferno»), ogni primavera si celebra un rito eccentrico, agghiacciante, detto «grande festa della pulizia». La festa si chiama Entrümpelung, che in tedesco è repulisti generale di roba vecchia. Nel giorno della Entrümpelung «le famiglie hanno il diritto anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferrivecchi». Nei mucchi d'immondezza, accanto a lampade passate di moda, antichi sci, vasi slabbrati, libri che nessuno ha letto, stinte bandiere nazionali, pitali, sacchi di patate marce, segatura, ci sono sacchi che ancora si muovono un poco, «per interni svogliati contorcimenti». Contengono i vecchi. Un'abitante della città parallela dice: «Cosa vuole che sia? Uno di quelli. Un vecchio. Era ora, no?». Erculei inservienti comunali gettano la gentile zia Tussi dalla finestra. I nipoti non fiatano. Difficile non pensare al vecchio ebreo in sedia a rotelle scaraventato giù sul selciato, nel Pianista di Polanski.

La prima reazione è di dire: «Da noi non così!» (sono le parole di Gesù sui potenti del tempo). Ne siamo davvero sicuri? I numeri, quando ci figuriamo che parlino da soli togliendoci responsabilità, possono essere una maledizione. Rilke lo sapeva bene quando ingiungeva: «Alle risorse esauste, alle altre informi e mute della piena natura, alle somme indicibili, te stesso aggiungi, nel giubilo, e annienta il numero ».

Ci vogliono riforme profonde, rivoluzionarie, per tirarsi fuori da questa crisi. Che ha un nome ben preciso: crisi del capitalismo manageriale monetario». Allarme radicale, persino impensato, quello di Giorgio Ruffolo, economista ed esponente di punta del riformismo italiano. Che fa corpo con un’analisi anticipata nel finale del suo ultimo libro: Testa e croce. Una breve storia della moneta (Einaudi, pp. 176, Euro 17). La tesi: la liquidità finanziaria, in moneta e titoli, si autoalimenta, e «scommette» su di sé. Divaricandosi dai beni e dai servizi reali. Fino al crollo e al contagio dopo la vertigine. Che inghiottono in un vortice globale risparmiatori, economia e stati. Inclusa la crisi del debito italiano.

Bene, come raddrizzare la barra? Quali contromisure anticicliche? E poi: va bene Monti? O ci vuole dell’altro? E sinistra e centrosinistra, come devono muoversi in questo scenario? Sentiamo Ruffolo.

Ruffolo, tutti parlano di crisi del capitalismo, dall’Economist a Tremonti, passando per una selva di economisti. Però le politiche sono sempre quelle: rigore e correttivi finanziari. Dunque solo geremie moralistiche?

«Attenzione, c’è una crisi di legittimazione e di consenso sociale. Sicché anche l’aspetto etico conta, come un tempo nelle dispute tra gli avversari cristiani del capitalismo avido e i suoi apologeti settecenteschi. Il punto è che l’avidità economica fine a se stessa ha preso oggi il sopravvento. Ma senza mostrare i benefici della prosperità, come nel capitalismo industriale di un tempo, e nel capitalismo manageriale successivo....».

Un’inversione mezzi -fini. È questo che è accaduto?

«Esatto. Prima la finanza convogliava i risparmi verso gli investimenti. Con l’avvento del terzo capitalismo, quello monetario, la finanza si rivolge a sé stessa, cresce e scommette su di sé. E il circuito risparmi-investimenti si capovolge in impieghi speculativi. Un circolo vizioso, che penalizza la produzione, crea impoverimento e genera fenomeni simili alla grande depressione del 1929. Con una fondamentale differenza...».

Quale?

«Allora la crisi fu causata dalla sfasatura tra sovrapproduzione e sottoconsumo. Con crollo dei titoli azionari, aumento dei prezzi e inflazione. Oggi, ad accendere la miccia è stata l’inflazione finanziaria. Cioè l’aumento della liquidità totale, comprensiva di moneta e titoli. Nel 2007 tale ammontare di liquidità eccedeva di ben 12 volte il Pnl mondiale! Non sono aumentati i prezzi dei beni, bensì i prezzi dei titoli, sopravavalutati all’eccesso. Fino allo scoppio finale della bolla negli Usa».

Si è inventata e venduta ricchezza per accorgersi che non c’era?

«Già. In passato l’aumento dei prezzi frenava la domanda, ristabilendo un possibile equilibrio tra massa di prodotti e prezzi. L’inflazione era una spia. Con la finanza globale tutto è molto più pericoloso. Perché quando il prezzo dei titoli cresce, pompato dalle agenzie di rating e dalle banche, la gente acquista in massa titoli sul nulla. Titoli sorretti da credito al consumo e mutui, dunque da debiti. Che vengono rinnovati e crescono. Fino all’impossibilità di onorarli e al crollo, annunciato da vendite al ribasso che travolgono tutti: risparmiatori, imprese e proprietari di case ipotecate. Altro che distruzione creatrice!».

Colpa del capitalismo liberista giunto all’acme finanziario, o anche di welfare states troppo indebitati?

«La colpa è stata delle disuguaglianze, alimentate da un capitalismo che per ricostruire i suoi margini di profitto s’è liberato di lacci e lacciuoli. Ristrutturandosi, e comprimendo salari e occupazione. E così, dopo gli anni 70, invece di redistribuire senza sprechi e rilanciare gli investimenti, si è scelta la strada dell’indebitamento pubblico e privato. Per ricostruire la domanda e sostenerla. La conseguenza è stata il debito sovrano incontrollato. E il ruolo egemone della finanza mondiale nel valutarlo e gestirlo».

Un certo Marx lo aveva detto: a un certo punto il capitalismo si indebita, invoca la finanza e vi si mescola. E scarica tutto sulle spalle dello stato...

«Marx aveva capito quasi tutto. Incluso il passaggio dal capitalismo industriale e manageriale, a quello finanziario, con le sue logiche autodistruttive. Aggiungerei un certo Braudel, che parla di autunno del capitalismo nella fase finanziaria».

Veniamo al che fare. Nel suo ultimo libro Lei parla addirittura di “decumulo monetario”, in chiave anti-finanza. Che cos’è?

«Significa fermare la bolla. E ripristinare l’equilibrio tra beni e moneta. Penalizzando l’accumulo di titoli e denaro, e riconducendo quest’ultimo a mezzo di pagamento e investimento. Vuol dire Tobin Tax, far costare di più le transazioni, e ricondurre le banche alla loro funzione di sostegno alla crescita e alla creazione di posti di lavoro. Insieme però ci vuole una politica in grado di indicare obiettivi generali. La piena occupazione innanzitutto. E il rilancio della domanda di beni e servizi non effimeri. Con particolare attenzione all’ambiente, che non è un vincolo ma un moltiplicatore di crescita. Sia in termini di qualità della vita, che come innovazione tecnologica ad alto valore aggiunto».

Lei auspica una sorta di comando politico sull’accumulazione economica. Quasi a plasmare il capitalismo oltre se stesso. Ma come si fa con “questa” Europa?

«Il problema è lì. Manca l’Europa. Manca la Banca centrale in funzione anticiclica. Mancano gli Eurobond. Manca un vero parlamento sovrano. In una parola, manca l’Europa politica».

E Monti, rispetto a tutto questo, sta facendo bene o male?

«Ha fatto nell’immediato, le uniche cose possibili. Frenare l’indebitamento e ricostruire l’onorabilità dell’Italia in Europa. Ma non si vedono ancora le scelte nuove ed essenziali: rilancio della domanda e redistribuzione. È su questo che Monti deve concentrarsi».

Chiede cose di sinistra a un governo che non lo è...

«È un paradosso. Ma lo uso per esortare la sinistra a sostenere questo governo in autonomia. E a battersi al suo interno oggi, per le cose da fare domani».

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