Pensare lo spazio urbano è fare politica
Mauro Baioni
Left, 44, 1 novembre 2019. L’attività tecnica è anche culturale e d’impegno civile per la collettività e l’ambiente. È la lezione, sempre più attuale, del grande urbanista Edoardo Salzano il quale ha saputo fondere la passione per il territorio e quella per le istituzioni.

Fine anni Sessanta. Nelle stanze del Ministero dei lavori pubblici, a Porta Pia, un gruppo di giovani architetti e ingegneri collabora alla stesura del decreto sugli standard urbanistici. Tra di loro, c’è Edoardo Salzano. La posta è rilevante: si deve stabilire il rapporto tra gli spazi da riservare agli usi della collettività e quelli privati che deve essere rispettato nei piani regolatori e nei piani di iniziativa privata. In sostanza, si tratta di porre un argine alla speculazione edilizia che sfrutta a proprio esclusivo vantaggio la domanda di abitazioni alimentata dalle migliaia di persone che si spostano verso le grandi città industriali. La parte più avanzata della cultura tecnica pone le proprie riflessioni teoriche al servizio delle azioni rivendicative promosse dai sindacati, dai movimenti e dalle associazioni di base. La politica, come raramente accadrà in seguito, trova un punto di sintesi.

Per ricordare Eddy Salzano non posso che partire dall’esito felice di questo connubio fra sapere tecnico e iniziativa politica, nel quale la questione urbanistica è affrontata come parte di un processo di rinnovamento dell’assetto sociale ed economico del paese. Una convinzione che ha alimentato l’impegno appassionato di tutta la sua lunga vita, caratterizzata dal costante e indissolubile intreccio fra impegno intellettuale e militanza, tanto dichiaratamente e orgogliosamente di parte quanto aperto e interessato al dialogo.

Il secondo episodio che vorrei ricordare risale a vent’anni più tardi. Salzano si è trasferito da tempo a Venezia, di cui è stato consigliere e assessore comunale. Accanto a lui c’è Luigi Scano, con il quale condivide due grandi passioni: quella per il territorio, inteso come soggetto che interagisce con l’uomo, e quella per le istituzioni.

Siamo alla fine degli anni Ottanta e la breve stagione del riformismo nazionale si è esaurita. Venezia è terreno di caccia privilegiato per gli interessi economici legati allo sfruttamento della sua immagine-icona del turismo globalizzato. L’approvazione della legge di riforma istituzionale 142/1990 catalizza il dibattito attorno alla costituzione della città metropolitana. Eddy e Gigi, assieme a una minoranza di urbanisti e attivisti locali, propongono un ribaltamento di prospettiva: la nuova istituzione non deve essere concepita come un ente meramente strumentale all’erogazione di servizi e allo sviluppo economico, ma come il soggetto al quale affidare il governo unitario della Laguna. Per abitare la laguna senza comprometterne l’equilibrio dinamico occorre comprendere e rispettare il suo carattere di sistema unitario, vivo e complesso. Occorre concepire e praticare un’idea di modernità fondata su un rapporto fra natura e tecnica, conservazione e trasformazione, passato e futuro, radicalmente differente da quello che si è affermato nel secolo scorso. E occorre un’istituzione democratica alla quale affidare la definizione delle scelte necessarie per assicurare un equilibrio di lungo periodo fra società e ambiente.

Questa ipotesi, progressista e lungimirante, non è raccolta e probabilmente nemmeno ben compresa. Il mondo dell’amministrazione pubblica e dell’urbanistica operativa si sono già incamminati su altri percorsi. E il successivo degradarsi del dibattito pubblico e dell’azione politica nel campo del governo del territorio causano una vera e propria incomunicabilità con le idee degli urbanisti come Salzano, con poche felici eccezioni come il piano paesaggistico della Sardegna, fortemente voluto dall’eterodosso Renato Soru.

Le idee, tuttavia, hanno continuato a circolare, trovando un nuovo mezzo di diffusione sorprendentemente efficace. Veniamo così all’ultima immagine, nella quale compaio anch’io, assieme agli amici fraterni di una vita come Vezio De Lucia e alla nuova cerchia di persone impegnate nella gestione del sito eddyburg. Solo la curiosità e l’appassionata dedizione di Eddy potevano concepire questo strano dispositivo, tecnologico e umano, personale e collettivo al tempo stesso. Il sito è nato perché Edoardo desiderava condividere con tutti le proprie idee e le interessi, compresi i piccoli piaceri personali dei viaggi e della cucina e persino alcune storielle che raccontava divertito nei momenti conviviali. Presto è diventato un riferimento per il dibattito urbanistico nazionale, compulsato da un numero crescente di persone e gruppi impegnati localmente a contrastare le nuove forme di speculazione edilizia e di sfruttamento indiscriminato del territorio. Per alcuni aspetti, eddyburg può essere considerato un’evoluzione tecnologica di Urbanistica Informazioni, rivista fondata e diretta da Salzano all’inizio degli anni Settanta per favorire la comunicazione con la comunità di tecnici e amministratori che si stava radicando sul territorio nazionale. Nel primo editoriale di allora, Salzano rivendicava l’impegno a sostegno delle istanze sociali, una funzione di pungolo delle istituzioni e il rifiuto di una concezione “liberal-professionistica” del ruolo dell’urbanista. Lo stesso si può dire di eddyburg che condivide con Urbanistica informazioni anche la modalità collettiva di redazione e il primato della “testata” rispetto ai singoli collaboratori.

Ma eddyburg non è solo uno strumento di informazione. Eddy era stupito della costante domanda di aiuto, collaborazione e sostegno alla formulazione di proposte di contrasto alle politiche urbane di matrice neoliberale. Ed era sinceramente dispiaciuto di non poterle soddisfare che in piccola parte. Per questo ha cooptato il gruppo di amici e collaboratori in numerose iniziative in giro per l’Italia. Abbiamo pubblicato libri, formulato proposte di legge, organizzato una scuola estiva itinerante, promosso e sostenuto appelli che hanno mobilitato centinaia di persone. Fra i meriti di eddyburg c’è sicuramente quello di testimoniare la possibilità di mantenere vivo il legame fra pensiero critico e azione nel campo negletto dell’urbanistica. Possibilità che rimane intatta anche ora che non possiamo più fare affidamento sulla presenza di Eddy, sui suoi energici richiami e sull’ironia con la quale stemperava le difficoltà.

In un commento alla legge sulla casa, approvata in seguito allo sciopero generale del 1969, chiosava: cambiare è necessario e possibile. Da allora - nonostante tutto - ha sempre dedicato l’ultimo paragrafo dei suoi scritti alle idee e alle azioni necessarie per modificare lo stato delle cose. Il titolo del suo ultimo post su eddyburg è “io guardo oltre”.
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