L’abbandono del territorio: la linea rossa delle ultime riforme
Maria Pia Guermandi
Da qualche giorno la riorganizzazione/riforma del Mibac è entrata ufficialmente in vigore, almeno con gli effetti sanciti nel primo decreto (DPCM 76/2019). Se e come la crisi di governo inciderà sulla piena attuazione della riorganizzazione voluta dal ministro Bonisoli non è dato al momento sapere... (segue)


Da qualche giorno la riorganizzazione/riforma del Mibac è entrata ufficialmente in vigore, almeno con gli effetti sanciti nel primo decreto (DPCM 76/2019). Se e come la crisi di governo inciderà sulla piena attuazione della riorganizzazione voluta dal ministro Bonisoli non è dato al momento sapere, ma certamente è ora chiaro il suo disegno complessivo: molto si è detto su lacune (molte) e meriti (pochi) di questo provvedimento che nasceva con modalità nuove di ascolto di un’ampia platea di interlocutori, ben presto rivelatesi soltanto di facciata. Ricorrenti le accuse di centralizzazione della catena decisionale strettamente connesse ad una conclamata bulimia del Collegio Romano, la cui perdurante ipertrofia è del tutto sganciata – ormai da anni – da qualsiasi valutazione sui risultati ottenuti.

Pochi, e non sostanziali, i mutamenti rispetto allo schema delineato dalla così detta riforma Franceschini e soprattutto privi di una logica riconoscibile che non sia quella della redistribuzione delle poltrone dirigenziali. La sostanziale continuità con l’era Franceschini è però a mio avviso sottolineata da un altro elemento di ben maggiore impatto non tanto sull’assetto del corpaccione ministeriale, ma sul suo ruolo istituzionale e politico. Il paesaggio è di fatto scomparso dall’orizzonte del Mibac. Annullata già da anni la Direzione al Paesaggio, permangono le funzioni di tutela in capo alle Soprintendenze territoriali, le cui difficoltà operative, però, aggravate dai decreti Franceschini, rimangono intatte anche in questo passaggio pentastellato e consentono a stento la gestione dell’ordinario.

Eppure, una delle grandi emergenze del Ministero è proprio quella della pianificazione paesaggistica: in oltre un decennio solo 4 regioni sono riuscite ad adottare un piano frutto di copianificazione e forse solo in un caso i piani possono dirsi il frutto di una collaborazione au pair Stato-Regione, e non l’esito, non felicissimo, di un’operazione diretta integralmente dalla mano regionale, cui gli organi dello Stato hanno contribuito di rimbalzo. Significativo, a tal proposito, quanto sta accadendo per il Piano Territoriale Paesaggistico del Lazio, in fase di approvazione dopo lunghi anni di attesa, che negli emendamenti approvati a luglio azzera il lavoro di copianificazione svolto fra Mibac e Regione Lazio e dove brilla l’assenza di vincoli e tutele sul Centro Storico e sulla Città Storica di Roma.

Certo una simile disinvoltura si spiega con le pulsioni cementizie della Giunta Zingaretti, ligia esecutrice del piano casa Polverini. Ma un simile sgarbo istituzionale si giustifica anche con il vuoto creato dall’abbandono de facto del ruolo di governo del paesaggio da parte del Ministero. Vera posta in gioco della riforma Franceschini è stato sgomberare il campo dalla presenza del Mibact per quanto riguarda il controllo del territorio. Non è forse un caso che i primi decreti della riforma siano stati emanati dopo pochi mesi dallo “Sblocca Italia”, il provvedimento col quale il governo Renzi intendeva inaugurare l’ennesima stagione di mani libere sul territorio per infrastrutture di ogni genere.

Al contempo il paesaggio è stato declassato ad argomento per discussioni accademiche così come è successo con l’inutile Osservatorio sul Paesaggio e l’altrettanto inconsistente “Carta del paesaggio”.
In questi ultimi anni si è così sancito un abbandono che sul piano della politica culturale e istituzionale si era avviato fin dall’inizio del secolo: dal 2004 ad oggi il Ministero non ha mai neppure preso in considerazione l’idea di mettere in atto ciò che l’art. 145, primo comma, del Codice dei Beni Culturali gli assegna, vale e a dire l’elaborazione delle “linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione”.
In mancanza di una strategia complessiva, politica e culturale, la pianificazione è apparsa da subito un’operazione estemporanea, affidata alla buona volontà della controparte regionale. Al ritardo dello Stato si è poi sommato il contemporaneo abbandono, da parte regionale, delle pratiche pianificatorie, ovunque bollate come dirigiste e non sufficientemente “flessibili”.

Rimasti ad inseguire le emergenze, i funzionari delle Soprintendenze territoriali non riescono, con sempre maggiori limiti negli ultimi anni, che a concentrarsi sui casi puntuali, ma intanto è la trama complessiva del territorio che si polverizza. Se dal punto di vista politico la vicenda si spiega con la definitiva subordinazione del governo del paesaggio alle ragioni di uno sviluppo ancora e sempre fondato sullo sfruttamento territoriale, da quello culturale ciò che è successo è l’ennesimo, grave sintomo di un ritardo che connota Mibac e accademia nostrana sul terreno degli heritage studies. Questi ultimi ci raccontano, almeno da un decennio, di una visione del patrimonio culturale che –
per dirla con le parole di Laurajane Smith, è – tutto e sempre - politico e conflittuale. E se c’è un luogo del conflitto, questo è quel territorio che in Italia si sovrappone quasi perfettamente al paesaggio.

Gravato da decenni di speculazioni, condoni, alto o altissimo rischio sismico e idrogeologico, con migliaia di centri urbani di importanza storico monumentale preda di fenomeni di gentrification e
overtourism, quando non di abbandono, il territorio continua ad essere, da decenni, il grande malato di Italia. Ma al suo capezzale il Ministero appare sempre meno attrezzato.

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