Il “Grigia”, al secolo Franco Berlanda
Diego Novelli
Per noi giovani era rimasto “il Grigia”, il nome di battaglia che aveva scelto, poco più che ventenne, “da che parte stare” quando l’allora capo di governo, il generale Badoglio «con il suo degno compare Vittorio» (il Re che aveva firmato le leggi razziali di Mussolini) l’8 settembre del 1943, fuggì da Roma per mettersi al sicuro al Sud già liberato dagli anglo-americani. (segue)


Il “Grigia”, al secolo Franco Berlanda, scomparso nei giorni scorsi a 99 anni a Torino, aveva una vocazione “maieutica,” accompagnata da grande semplicità, sul senso della vita. Il suo antifascismo non era fermo ai giorni in cui salì a Cogne in valle d’Aosta per formare una delle prime brigate partigiane del Piemonte: antifascismo per lui voleva dire libertà, studio, insegnare “il bello” delle città, difendendole dal degrado, dalle barbarie della speculazione.

Laureatosi in architettura, fu stimato docente all’Università di Venezia ed uno dei più autorevoli dirigenti dell’INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica con Astengo, Renacco, Guiducci. La battaglia sul nuovo Piano Regolatore di Torino e sul consumo dei suoli in generale (il rapporto tra metri cubi edificati ed aree libere o destinate a servizi per la collettività) la condusse con grande decisione ed entusiasmo non solo nelle sedi istituzionali ma nei quartieri, nei consigli di fabbrica, nelle scuole di ogni ordine e grado suscitando anche qualche ironica riserva nel fronte amico, dove qualche compagno di complemento lo definì “urbamastico, urbamistico”.

Il “Grigia” non era credente, ma aveva molta considerazione nei confronti delle “moltitudini” per farle crescere, sollecitandole a «istruirsi, istruirsi ed ancora istruirsi», per dirla con Antonio Gramsci. Il suo laicismo non mancava mai di vederlo schierato evangelicamente dalla parte degli ultimi.
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