Qualche domanda sulla magistratura calabrese
Piero Bevilacqua
il manifesto, 4 ottobre 2018. L'arresto di Mimmo Lucano letto nel contesto dell'amministrazione della giustizia in Calabria, che fa emergere le contraddizioni tra legalità e giustizia (m.p.r.).


La formula di rito, «le sentenze si rispettano», vale anche in questo caso, che riguarda la vicenda del sindaco di Riace, benché non si tratti ancora di una sentenza. L’indipendenza della magistratura è un fondamento dello stato di diritto ed è una garanzia per tutti, specie di questi tempi, in cui la legalità soggiace troppo spesso ai rapporti di forza esistenti. Ma questo non significa che non si possano fare riflessioni critiche sulla magistratura, com’è diritto e obbligo di ogni cittadino consapevole. E allora l’arresto di Mimmo Lucano, un sindaco - come hanno scritto e testimoniato a migliaia, in passato e in questi giorni - che ha fatto rinascere e dare speranza alla gente di una terra segnata dall’abbandono e da una criminalità endemica, è una enormità.

Una enormità da inquadrare in un contesto storico.

Perché qualche considerazione d’insieme sull’opera della magistratura in Calabria occorrerebbe farla. È necessario che l’opinione pubblica nazionale si ponga qualche domanda sul fatto che in una terra dove l’amministrazione di un grande città come Reggio, viene sciolta per mafia, dove a San Luca d’Aspromonte da anni non si riesce ad eleggere un sindaco, venga arrestato il primo cittadino di un centro che fa della solidarietà umana un principio di sopravvivenza della popolazione. È una domanda a cui occorre aggiungere una considerazione più ampia. Perché se è vero che in Calabria operano magistrati come Nicola Gratteri e altri meno noti di lui, che rischiano la vita facendo il proprio mestiere, è anche vero che un’ampia zona di inerzia domina il resto della magistratura regionale.

Si mette sotto controllo il telefono di un sindaco - certo, disinvolto e arruffato nel rispetto delle regole amministrative - ma il cui disinteresse personale è noto anche alle pietre della strada, e che cosa si è fatto per smantellare le reti del caporalato che fanno schiavi i ragazzi nordafricani nelle campagne di Rosarno?

Che cosa ha fatto la magistratura calabrese per perseguire gli autori dei tanti incendi che in questi anni hanno distrutto migliaia di ettari di bosco, devastato campagne, ucciso persone e animali? Dov’erano e dove sono tanti magistrati calabresi, quando si costruisce abusivamente, si elevano case in zone franose, si deturpano le coste, si piantano pale eoliche tra gli uliveti, si fa a pezzi un paesaggio che un tempo era uno dei più selvaggi e suggestivi della Penisola? E dunque una parola di verità bisogna pur dirla.

Se il territorio di questa regione è oggi uno dei più sfigurati d’Italia, una responsabilità non piccola è addebitabile all’inerzia della sua magistratura, alla sua insensibilità civile, alla sua modesta cultura. È da qui, solo da questo capovolgimento assurdo dei valori, che è potuta venire l’enormità dell’arresto di Mimmo Lucano.
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