Rigenerazione urbana a Venezia
Andrea Grigoletto

4 agosto 2018. Rigenerazione per chi? Quando le parole smettono di cogliere la realtà dei fatti e rispondere alla sfide dei problemi reali, da quelli ambientali a quelli sociali, diventano utili solo alla propaganda dei poteri forti, che in Italia sono gli interessi immobiliari. (i.b.)


Ho letto con piacere l'intervista all'avv. Bruno Barel sulla Nuova Venezia di lunedì 23 luglio 2018. La materia della rigenerazione urbana non è di quelle che appassionano immediatamente, ma ignorarla significa risvegliarci in città diverse da quelle che abbiamo lasciato quando siamo andati a dormire.

La prospettiva è sicuramente interessante: demolizione e riqualificazione in terreni marginali (prevalentemente a Porto Marghera) mediante la realizzazione di edifici-torre dalla forte valenza iconoca (tall) e con punti di vista o di belvedere sulla più bella città del mondo (quindi facilmente commercializzabili). Lo stesso Piano Strategico metropolitano 2018-2020 approvato sempre lunedì 23 luglio dalla Città metropolitana porta in grembo il germe di una futura "città verticale". Quindi l'argomento è attuale!

Ma si tratta di un approccio corretto?
Quello che è stato fatto, o che è in progetto di fare, in città come Barcellona, Monaco, Beirut, ecc., può essere tranquillamente replicato a Venezia?

Troppo spesso ci dimentichiamo che le nostre due città (Venezia e Mestre) sono incastonate in un habitat unico: la laguna di Venezia, che avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un parco nazionale (il parco nazionale per antonomasia dell'italianità, dove ambiente e opera dell'uomo si sposano in maniera incredibile!) ma che, per le piccolezze della prima e della seconda Repubblica, non ha nemmeno la dignità di parco regionale. Verrebbe mai in mente di costruire una muraglia di edifici-torre tutto attorno al parco della Camargue o al promontorio del Circeo?

E' questo il punto.

Per "gronda lagunare" intendiamo poche centinaia di metri dal bordo della laguna o tutto lo sky line che si può osservare dalla Città Antica?

Il Comitato per Patrimonio Mondiale dell'UNESCO non ha dubbi e relativamente al sito "Venezia e la sua Laguna", durante la sessione di lavori svoltasi a Istanbul nel 2016, ha chiaramente sentenziato: "di rivedere la Buffer Zone proposta per il sito in coerenza con la revisione tecnica dell'ICOMOS e di sottoporla al Centro del Patrimonio Mondiale quale modifica minore dei confini". In altri termini, attorno al sito "Venezia e la sua Laguna" (che sostanzialmente termina poche centinaia di metri a ovest della linea di gronda) l'UNESCO prevede una fascia di rispetto di alcuni chilometri ("Buffer Zone") dove non vigono le rigide regole di tutela del sito, ma dove i grandi progetti infrastrutturali e le modifiche del paesaggio devono essere sottoposte ad approvazione, proprio per non comprometterne l'Eccezionale Valore Universale.

Ma in realtà cosa sta succedendo?

Per il rischio che i grossi progetti infrastrutturali in programma alle spalle di Venezia possano essere rallentati da ulteriori procedure di approvazione, il Sindaco Brugnaro ha proposto, diciamo così, di "annacquare" la Buffer Zone rendendola talmente ampia da avere un'efficacia coercitiva praticamente inesistente: tutti si ricorderanno la proposta di farla arrivare fino alle Dolomiti; questo non è successo, anche se ora arriva fino ad Asolo e Montebelluna (ad insaputa degli ignari abitanti!).
Questa smisurata area cuscinetto (che così com'è non serve a nulla) va sicuramente ridimensionata, per fare in modo che le future edificazioni nell'entroterra veneziano si possano confrontare con il "patrimonio culturale paesaggio" (perché il paesaggio è patrimonio culturale ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio) e con il valore degli habitat circostanti.

Questo potrebbe essere fatto magari estendendo il vincolo paesaggistico (ex legge 1497/39) fino a ricomprendere tutte le porzioni di territorio visibili da Venezia, in modo che possa essere sondato l'impatto di futuri progetti come Venus Venice, Pili, Tessera City o il raddoppio dell'aeroporto, sulla città lagunare. E anche la terraferma ne avrebbe un vantaggio, perché, per esempio, sarebbe valutata la compatibilità paesaggistica dell'edificazione di grattacieli nell'area dell'ex ospedale, area su cui insisteva l'antico Castelvecchio di Mestre (tematica che come rappresentante dell'Istituto dei Castelli mi tocca in prima persona).

Questa sfida lancio all'avv. Barel: rigenerazione urbana non può voler dire solo riduzione di consumo di suolo e costruzione in altezza, ma deve poter significare anche qualcos'altro, per esempio il recupero del patrimonio edilizio esistente. Si pensi alle isole lagunari (San Giacomo in Paludo, S. Angelo della Polvere, S. Giorgio in Alga, Poveglia, ecc.) che potrebbero ospitare attività economiche innovative o all'immenso patrimonio immobiliare privato inutilizzato in centro storico. O forse l'utilizzo alberghiero di queste strutture è ormai assodato e sono ambiti urbani dove non si può più sperimentare?

E la stessa valorizzazione dell'area dell'Umberto I potrebbe essere l'occasione (magari osando qualche ricostruzione di edifici storici vista l'eccezionalità del caso) per ridare a Mestre quel centro a misura d'uomo che le è stato rubato dagli immobiliaristi degli anni Sessanta. Quegli stessi immobiliaristi i cui nipotini ora si preparano a tornare alla carica, questa volta non demolendo città, ma rubando paesaggio.

L'autore è il Consigliere Nazionale dell'Istituto Italiano dei Castelli.

Testo integrale inviato dall'autore a eddyburg dell'articolo pubblicato in forma ridotta sulla Nuova Venezia del 4 agosto 2018.
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