Lettera da Londra
Filippomaria Pontani
Una breve ed incisiva panoramica sui prolemi dell'Inghilterra attraverso la lettura critica di alcuni avvenimenti artistici, politici e sportivi recenti. (i.b.)
Quando Donald Trump, lo scorso weekend, è passato per Londra, non aveva ad attenderlo solo drappelli di contestatori, un sindaco nemico e un grande palloncino con la sua caricatura alto nel cielo, ma anche, nel cuore della National Gallery, il ciclo del Course of Empire dell'angloamericano Thomas Cole (1833-36), cinque dipinti che mostrano come il progresso e l’apogeo di una civiltà siano seguiti dal declino e dall’estinzione, specie quando l'uomo lascia libero corso all’odio intestino e al disprezzo per l’ambiente naturale. La mostra londinese di Cole, che Trump probabilmente non ha visitato (il ciclo in questione è però di norma albergato presso l’American Geographical Society di Manhattan, poco lontano dalla sua Tower) è accompagnata dal recentissimo “rifacimento" ad opera dell’artista losangelino Ed Ruscha, che traspone il concetto di decadenza dell’impero nel confronto tra alcuni luoghi-simbolo del boom americano “prima e dopo la cura”: capannoni di aziende, grandi magazzini, cabine telefoniche, che oggi sono diventati fabbriche cinesi, insulsi fast-food, il vuoto dell’etere.

“Decadence: a Very Short Introduction” si chiama il libretto di David Weir che spopola nelle librerie di Oxford. E anche se vi si parla di Wilde e di Baudelaire, l’impressione è che sia un tema sentito anche da questa parte dell’Atlantico. Chi percorreva le vie di Londra sabato 7 luglio si trovava dinanzi a una città solare e colorata, percorsa da migliaia di manifestanti del London Pride diretti a Trafalgar Square, e lucidamente commossa nel ricordo, in un angolo di Hyde Park, degli attentati jihadisti del 7 luglio 2005, che procurarono 52 morti e centinaia di feriti. Per una volta, questa cerimonia cittadina veniva tenuta al riparo dalle polemiche circa il protagonismo e la retorica “inclusiva" del sindaco musulmano Sadiq Khan (peraltro non capace di garantire la sicurezza in città, come hanno mostrato gli attentati degli ultimi mesi e il dilagare della violenza di strada), e dalle risse sulle responsabilità politiche remote della strage di 13 anni fa - risse che nel 2016, all’indomani del feroce rapporto Chilcot sugli errori e le volgari menzogne di Blair nell’intervento in Iraq, avevano avvelenato il clima di lutto condiviso. Sui giornali, campeggiava poi il nuovo nemico comune: l’intelligence russa, i cattivi del caso Skripal all’opera nella vicina Salisbury con danno anche - sembra - di due persone innocenti esposte per caso al letale novichok.

Soprattutto, sabato 7 era il giorno in cui veniva reso pubblico l’esito positivo del delicatissimo vertice del partito conservatore sulla politica della Brexit: dopo snervanti trattative nella residenza di Chequers (i giornali fornivano mappe delle stanze e menù dei pasti), i Tories si erano finalmente attestati sulla linea “morbida” di Theresa May. E così, poche ore dopo, il quarto di finale Inghilterra-Svezia si risolveva nel trionfo di una nazione improvvisamente più convinta di sé e sempre più simile al proprio allenatore, Gareth Southgate, capace di infondere una serena fiducia e un sentimento di coesione e umiltà sotto il suo sguardo fiero e il suo immancabile panciotto. Southgate, per i meno giovani, è colui che sbagliò il rigore decisivo nella semifinale di Euro ’96 (giocata a Wembley) contro la Germania: il suo riscatto - per di più tramite la gioiosa macchina multietnica di Maguire e Dele Alli, il sacrificio di Kieran Trippier e le serpentine di Sterling - diventava un simbolo che trascendeva il destino privato e coinvolgeva l’intera nazione. Reduce da un sostanziale fallimento al Middlesbrough, Southgate non appartiene certo all’aristocrazia degli Eriksson e dei Capello, né alla vecchia guardia un po’ arrogante degli Hodgson e degli Allardyce; e ha avuto l’opportunità di portare l’Inghilterra al vertice di un campionato mondiale improvvisamente declassato ad Europeo.

Ma di colpo, è venuto giù tutto il fragile castello. Le dimissioni di Boris Johnson precipitano il governo nel caos, lasciandogli una maggioranza esile in vista delle prossime scadenze, e soprattutto moltiplicando le incertezze sulla vera linea che il Regno Unito seguirà nelle trattative per la Brexit - già ora si paventa il rischio di finire marginalizzati come la Norvegia o l’Ucraina, mentre i seguaci di Johnson (tra cui la discussa ministra del lavoro McVey) promettono battaglia e vendetta, e l’ex segretario Hague e altri Tories - dinanzi all'ardua prospettiva parlamentare della linea May - evocano lo spettro di un secondo referendum: insomma, il caos. D’altra parte, i facili sfottò contro la legnosità della difesa svedese lasciano il passo a sconcertanti articoli circa l’”anarchia” che regnerebbe nella nazionale croata (dietro Modric il nulla; un allenatore improvvisato; una Federazione corrotta), e a una sicumera ignara perfino della scaramanzia: così, per dare sostanza al tormentone “Football’s coming home” cantato a squarciagola nei pubs dotati di maxischermo, la British Airways pensa bene di riempire i giornali con un biglietto aereo "Moscow-Home" (Demodedovo-Heathrow) a nome di "Mr. Football", datato 15.7.18 (il giorno della finale), imbarco alle 19.66 al "Gate-South”.

E invece poi arrivano le zampate di Perisic e Mandzukic, e si scopre che quel giorno Mr. Football atterrerà a Charles de Gaulle o a Zagabria: a Charles de Gaulle, sappiamo ormai, trovando a terra magari Michel Platini in compagnia di un emiro. Del resto nella biancorossa Zagabria, accanto ai tifosi in delirio, avrebbe forse avvistato l’antico patron della Dinamo, quel Zdravko Mamic che il mese scorso è stato condannato a 6 anni e mezzo di reclusione per aver intascato illecitamente i proventi di alcune cessioni di giocatori, tra i quali lo stesso Luka Modric che l’avrebbe coperto testimoniando il falso in tribunale. Mamic - già grande supporter e finanziatore della presidentessa croata Grabar-Kitarovic che nella semifinale esultava merkelianamente in tribuna - è oggi de facto latitante in Bosnia-Erzegovina, tra Mostar e Medjugorje; ma le ombre sulla Federazione si allungano prepotenti, il processo al divo Modric incombe dopo la fine del Mondiale, e lo stesso entusiasmo dei Croati più avveduti per dirigenti, politici e calciatori tanto compromessi pare un po' meno convinto di quanto non fosse all’epoca del terzo posto a Francia ‘98.

Quel che è certo è che sabato 14 i ragazzi di Southgate sono tornati a casa quarti, travolti dalla classe del multietnico Belgio; e anche se poi loro vengono ricevuti in pompa magna dalla May - pronta, come la sua collega croata, a trarre dividendi politici dagli exploits dei calciatori - Londra è tornata a lottare con le proprie paure del diverso, con l'assillo di una tambureggiante decadenza, e con le ancora oscure e irrisolte memorie del “seven-seven”, così assonante al “nine-eleven” (11 settembre) d’Oltreoceano. In fondo, era più probabile che Donald Trump, se avesse avuto un momento libero, visitasse la notevole mostra che la National Portrait Gallery, sempre a Trafalgar Square, dedicava alle rappresentazioni artistiche del suo grande amico Michael Jackson: tra le altre opere, il video di Rodney McMillan, che copriva il più importante concerto newyorchese della leggenda del pop, datato 10 settembre 2001.


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