“Il mio ’68 americano inizia in Vietnam, finisce con Kennedy”
Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2018. Una testimonianza di un italiano che visto il Sessantotto negli Stati Uniti e in India per raccontare a chi non c'era un importante pagina di storia. (e.s)


Sapevo che sarei andato in Vietnam. A quel tempo filmavo per Tv7. La data (1 febbraio) era stata decisa secondo le esigenze e i turni della troupe e nessuno si aspettava, in quel momento, neppure gli strateghi americani, che i Viet Cong avrebbero attaccato Saigon, si sarebbero spinti fino a combattere sul prato intorno alla ambasciata americana, uccidendo e facendosi uccidere come in un grande e ben diretto spettacolo di morte. Noi siamo arrivati a Saigon di mattina, poche ore dopo l’inizio della “offensiva del Tet” e non sapevamo neppure che il Tet era (è) il Capodanno vietnamita. Ci ha portati a Saigon un Caravelle delle linee aeree thailandesi che è partito e arrivato in orario, senza alcun avvertimento o notizia all’aeroporto o dal pilota. Strano, dicevamo l’uno all’altro, per un volo di linea: stiamo volando sopra i fiocchi bianchi di decine e decine di esplosioni. A terra il Caravelle ha parcheggiato evitando le buche di esplosioni, fra due aerei distrutti.
L’aeroporto appariva deserto e devastato, le barriere d’ingresso abbattute, nessuno al controllo. Ma sul piazzale ingombro di macerie di una distruzione appena compiuta, c’era, in uno spiazzo ripulito e collegato ai resti di una strada, un unico taxi, forato di pallottole (un grosso buco al centro del parabrezza) ma con l’autista al volante. Forse non parlava il francese ma lo capiva. Ed era deciso ad accettare clienti, anche strani (io ero in giacca e cravatta) o pericolosi (le macchine da presa) come noi.
Quello è stato l’inizio del mio 1968. E da quell’inizio è arrivato in Italia il documentario I bambini di Bien Hoa (senza parole, la guerra, specialmente quando le vittime sono i bambini, parla da sola) La Rai di allora (Bernabei, Fabiani) lo ha messo in onda nonostante le reazioni dure del Quirinale di Saragat e dell’ambasciatore americano Martin. 
Nel viaggio di ritorno io però mi sono fermato a New Dehli nella prima sera di pace che stavo trascorrendo in India (lavoravo a un progetto con l’unico documentario al mondo sui Beatles non fatto dal titolo I discepoli di Gandhi) ho incontrato i Beatles, appena arrivati nello stesso albergo e in viaggio verso la meditazione sull’Himalaya. John Lennon era intelligente e curioso, e con lui era naturale parlare. È nato, nella notte, il progetto di seguirli con le cineprese, la prima volta che qualcuno li avrebbe filmati, senza che fosse un loro progetto, senza la loro regia e la loro gente fidata. Ma Lennon si è fidato, e un po’ alla volta anche gli altri. E così siamo saliti all’Ashram del loro guru Maharishi Maharishi Yoghy (insieme a Mia Farrow, Donovan e al leader dei Beach Boys, Brian Wilson) e ne siamo discesi una settimana dopo con l’unico documentario al mondo sui Beatles non fatto dai Beatles, ma da una televisione italiana che lo ha trasmesso, lo ha venduto con grande successo nel mondo ma, stranamente, non lo ha mai commercializzato in Italia.

Ho dovuto abbandonare il documentario sui discepoli di Gandhi e la pace dell’India, perché il Tg di quei tempi mi voleva negli Usa per seguire Martin Luther King.
Stava diventando, in un anno elettorale, il grande leader politico nero. Quando King è stato assassinato, al Lorraine Motel di Memphis, Andrew Young e Jesse Jackson (le due persone più legate e più vicine a lui) mi hanno aiutato in una immediata inchiesta filmata a partire dal punto in cui loro (che erano accanto a King al momento del delitto, sul ballatoio del motel) avevano visto partire il colpo. Niente del nostro film coincideva con i rapporti di polizia, e per anni Coretta King e i suoi figli si sono battuti per la liberazione del presunto assassino (James Earl Ray) morto in isolamento in prigione. Ma erano i giorni (3,4 e 5 aprile) in cui Washington era in fiamme per la rivolta nera contro il delitto di Memphis. Le truppe federali non sono riuscite a fermare la rivolta. Ma è riuscito, nel cuore della notte in fiamme (5 aprile) Robert Kennedy, ormai candidato vincente alle primarie democratiche presidenziali, con una idea che è diventata anche un celebre Tv7 della Tv italiana.

Illuminato dall’unica lampada del datore di luci, in piedi sulla macchina scoperta noleggiata dalla Rai, facendosi sentire con due altoparlanti a cui era stato collegato il microfono, Kennedy ha detto: “Hanno ucciso mio fratello, hanno ucciso vostro padre. Ma non siamo quelli che uccidono, non vogliamo diventare come i nostri assassini. Noi siamo coloro che portano pace.

«Kennedy era credibile perché era il solo a battersi contro la guerra nel Vietnam e perciò seguito e sostenuto da una marea di giovani. La rivolta del ghetto di Washington è finita quella notte e Bob Kennedy diventava ogni giorno di più il futuro presidente degli Stati Uniti». Andrea Barbato e io lo abbiamo seguito, intervistato e filmato per la Rai durante tutti i mesi e tutti i giorni seguenti della campagna elettorale.

Fino alla notte del 4 giugno, quando l’uomo colpito con precisione alla testa e morente sul pavimento della cucina dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, è andato ad aggiungersi ai grandi cadaveri della politica americana, ancora una volta colpito con esattezza da un assassino sfuocato, e non veramente identificabile, per ragioni mai dette, salvo le falsità accettate ancora una volta nei tribunali per chiudere il caso.

Ma il caso non si è mai chiuso, e non era chiuso quando, in tanti (una folla di decine di migliaia, guidati da Allen Ginsberg e Norman Mailer) siamo andati al Pentagono “per levitarlo” (Allen Ginsberg) e infondergli una volontà di pace. E il caso non era chiuso quando, alla Convezione democratica di Chicago, soldati armati di baionette hanno circondato e bloccato l’immensa folla giovane, e il documentario lungo come un film che ne abbiamo tratto era in molti punti diretto da Michelangelo Antonioni, che era venuto a raggiungerci nel momento cinematograficamente migliore e politicamente peggiore di quel 1968. Nelle elezioni presidenziali, ricorderete, ha vinto Nixon. Ma con un trucco che, in due anni, lo porterà alla rovina del Watergate.
Tratto da Il Fatto Quotidiano del 13 luglio 2018, p. 22.
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