Zagrebelsky: «Il contratto è un patto di potere ma il Colle non è un notaio»
Liana Milella
la Repubblica, 21 maggio 2018. Il durissimo giudizio di un sommo giurista, sempre in prima linea nella difesa dell’uguaglianza e nella democrazia come declinate dalla Costituzione, intervistato da Liana Milella. Lo ascolterà Mattarella?


«Si sta configurando ungoverno a composizione predeterminata e il capo dello Stato rischia di trovarsicon le spalle al muro. Sulla sicurezza emerge dal programma uno Stato dalvolto spietato verso i deboli e i diversi, non compatibile con i dirittiumani. Incostituzionale il Comitato di conciliazione se facesse derivareobblighi di comportamento per premier e ministri»

Sono trascorsi due mesi e mezzo dal voto e ancora non abbiamo il nuovo governo.Lei, professor Zagrebelsky, che ne dice?
«Dal 4 marzo qualcosa dinuovo cerca di nascere. Che ci riesca, sia vitale, sia davvero qualcosa dinuovo e, alla fine, sia bene o male, è presto per dirlo. Ma non stupisce illungo travaglio. Il voto ha detto una cosa semplice e una difficile. Quellasemplice è un desiderio di rottura; quella difficile è il compitoricostruttivo. Si immagina il presidente della Repubblica che, per tagliarcorto, soffoca la novità con un governo tecnico?».

Dunque, nessun problema?
«No! Ce n’è uno grande.Sembra si stia configurando un governo a composizione e contenutipredeterminati, totalmente estranei al Parlamento e al presidente dellaRepubblica. Il quale rischia di trovarsi con le spalle al muro per effetto diun “contratto” firmato davanti al notaio. Eppure, la nomina del governo spettaa lui. Lui non è un notaio che asseconda muto. È piuttosto un partner che può edeve intervenire per far valere ciò che gli spetta come dovere istituzionale.Non si tratta di astratti scrupoli di giuristi formalisti, ma diimportantissimi compiti di sostanza».

Lei pensa ad aspettidella procedura seguita che impedirebbero al capo dello Stato di intervenirecome dovrebbe poter fare?
«Teoricamente, ilpresidente della Repubblica potrebbe respingere le proposte fattegli. Ma, se lo immagina ilcaos che ne deriverebbe? La prassi maturata in tanti anni di governorepubblicano è questa. 
«Prima, le consultazioni con i gruppi parlamentari; poi,in base a queste indicazioni, l’incarico a una persona capace di unire unamaggioranza; infine, se l’incaricato “scioglie positivamente la riserva”, lanomina a presidente del Consiglio e, su sua proposta, la nomina dei ministri. 
“La formazione del governo è un atto complesso e, nei diversi passaggi che hodetto, il presidente ha tutte le possibilità (in passato ampiamente esercitate)per far valere i poteri che gli spettano. Se egli accettasse a scatola chiusaciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il poterediretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidentedella Repubblica, una partitocrazia finora mai vista».

E quali passi, secondolei, occorrerebbe fare per evitare questo esito?
«Il presidente,ricordando vicende del passato, ha detto con chiarezza ch’egli intende farvalere le sue prerogative. Potrebbe procedere anuove consultazioni, e poi conferire un incarico corredato da condizioniche spetta a lui dettare, come rappresentante dell’unità nazionale e primogarante della Costituzione. Per inciso, finora, non esiste alcun “incaricato” ei due firmatari dell’atto notarile, dal punto di vista costituzionale, sonosoggetti privi di mandato.Tutto potrebbe avvenire,se non sorgono problemi tra i partiti, in pochissimo tempo».

Lei parla di attocomplesso e di condizioni poste dal presidente. Quali potrebbero essere?
«Ci sono cosecostituzionalmente “non negoziabili”. Innanzitutto, per ciò che riguarda lepersone chiamate al governo che devono portare la loro carica con “dignità eonore”. Nelle scelte politiche, invece, il presidente della Repubblica non puòintervenire se non per rammentare che ve ne sono, accanto alle libere, altreche libere non sono. La Costituzione è un repertorio di scelte non“negoziabili”».

Vuole farequalche esempio?
«Mi limito ad alcunipunti. Innanzitutto, i vincoligenerali di bilancio. Mi pare che, sulle proposte che implicano spese oriduzioni di entrate, si discuta come se non ci fosse l’articolo 81 della Costituzioneche impone il principio di equilibrio nei conti dello Stato e limiti rigorosiall’indebitamento. Ciò non deriva (soltanto) dai vincoli europei esterni, maprima di tutto da un vincolo costituzionale interno che non riguarda singoliprovvedimenti controllabili uno per uno, ma politiche complessive».

Sull’equilibrio deiconti finora molto si è detto, ma lei ha individuato altre “stranezze”?
«Sono colpito dallasuperficialità con la quale si trattano i problemi della sicurezza.Dall’insieme, emerge uno Stato dal volto spietato verso i deboli e “i diversi”:l’autodifesa “sempre legittima”; la “chiusura”, non si sa come, dei campi Rom;la restrizione delle misure alternative alla pena detentiva; perfino l’uso delTaser, la pistola a onde elettriche che l’Onu considera strumento di tortura;le misure contro l’immigrazione clandestina con specifiche figure di reatoriservate ai migranti clandestini; il trasferimento di fondi dall’assistenzadei profughi ai rimpatri coattivi. Come ciò sia compatibile con i dirittiumani, con la ragionevolezza e l’uguaglianza, con il rispetto della dignità edel principio di recupero sociale dei condannati, con esplicite e puntualipronunce della Corte costituzionale, non si saprebbe dire. La “libertà diculto” è trattata come questione di pubblica sicurezza, con riguardo allareligione islamica (controllo dei fondi, registro dei ministri del culto,ecc.). 
«Nelle 57 pagine del contratto ci sono anche cose che possonoconsiderarsi positive. Non ne parlo, in quanto attengono a scelte discrezionalisu cui il presidente della Repubblica non avrebbe motivo di intervenire. Ma su quelle anzidettecertamente sì, nella sua veste di garante della Costituzione contro involuzioniche travolgono traguardi di civiltà faticosamente raggiunti».

Come mai non ha parlatofinora delle riforme istituzionali?
«Innanzitutto, noto chenon c’è parola circa la legge elettorale e l’esecrato (a parole) Rosatellum. Èpoi caduta l’ipotesi di una nuova riforma di sistema, per esempio in vista diqualche tipo di presidenzialismo. L’esperienza ha forse reso cauti.Invece, si ragiona di interventi puntuali. È prevista la riduzione del numerodei parlamentari, cosa da gran tempo auspicata (a parole). Circa la democraziadiretta, si prospetta l’introduzione del referendum propositivo accanto aquello abrogativo, con l’abolizione della condizione della partecipazione dellamaggioranza degli elettori: riforma molto democratica, a prima vista, ma forsesolo a prima vista. E poi c’è la questione del vincolo di mandato».

Per l’appunto: mimeravigliavo che non arrivasse qui.
«La discussione inproposito è legittima e la questione delicatissima. Ma non possiamo soltantodeplorare il trasformismo di deputati e senatori che passano dalla maggioranzaall’opposizione o, più spesso, dall’opposizione alla maggioranza cedendo apromesse e corruzione. Questo è uno dei non minori mali del nostro sistemaparlamentare. Il “contratto”, in proposito, è generico, ma insiste su un puntoche a me pare rilevante: l’esigenza che, con “cambio di casacca”, non sidetermini per interesse privato il tradimento delle aspettative degli elettoririspetto al governo. Se la coscienza del parlamentare lo fa stare stretto doveè stato eletto, lasci il suo posto in Parlamento.
La libertà di coscienza,che il divieto di mandato vincolante vuole proteggere, dovrebbe invece esserefermamente garantita in tutti gli altri casi, in particolare nel procedimentolegislativo. Piuttosto, a meno di errore, non trovo nel contratto nulla aproposito della questione di fiducia che tante volte il governo ha usato, perl’appunto, per coartare la libertà di coscienza dei parlamentari».

Lei, nel corso di questocolloquio, ha sempre messo il “contratto” tra virgolette.
Perché?
«I contratti sono semprespecifici. Così è, ad esempio, il Regierungsvertag (contratto di governo)tedesco, al quale impropriamente si è accostato il nostro che parla invecedell’universo mondo. Accanto a cose precise (tasse e reddito di cittadinanza,ad esempio) abbondano espressioni come: occorrerà, è necessario, si dovrà, èimprescindibile... Questo non è un contratto ma un accordo per andare insiemeal governo».

Insomma, un patto dipotere, sia pure per fare cose insieme.
«Niente di male. Machiamarlo contratto è cosa vana e serve solo a dare l’idea di un vincologiuridico che non può esistere. In politica, come nell’amore, non si stainsieme per forza, ma solo per comunanza di sentimenti o d’interessi».

Ma è previstoaddirittura un organismo che dovrebbe garantire il rispetto del patto, il“Comitato di conciliazione”.
«È una figurafantasmatica, solo abbozzata. Quando tra due parti nasce un contrasto, è benecercare di appianarlo (cabine di regia, consigli di gabinetto, caminetti). Maqui si immagina qualcosa di più, qualcosa di formale pensato in terminiprivatistici. In coda ai contratti si indica il “foro competente” in caso dilite. Qui c’è il “comitato di conciliazione”. Cosa piuttosto innocua se rimanenella dinamica dei rapporti politici tra i “contraenti”. Cosa pericolosissima,anzi anticostituzionale, se dalle decisioni di tale comitato si volessero farderivare obblighi di comportamento nelle sedi istituzionali, del presidente delConsiglio, dei ministri, dei parlamentari».

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