Parigi. 1°maggio di lotte e repressione
Filippomaria Pontani
Spetterà alle inchieste, e agli storici, stabilire come sia stato possibile che martedì a Parigi 1200 black bloc incappucciati, peraltro ben annunciati, abbiano potuto prendere indisturbati la testa del corteo (segue)


Spetterà alle inchieste, e agli storici, stabilire come sia stato possibile che martedì a Parigi 1200 black bloc incappucciati - peraltro ben annunciati - abbiano potuto prendere indisturbati la testa del corteo del 1 maggio e abbandonarsi ad atti violenti tra Austerlitz e Bastille, venendo contenuti solo tardivamente da una polizia assai mal condotta (severe in proposito le parole del leader del sindacato CGT Philippe Martinez, ad onta dei trionfalismi del ministro dell’interno Collomb). Di certo la declinazione violenta e repressiva della manifestazione (109 arresti) ha giovato al presidente in carica per almeno due motivi. Da un lato, a breve termine, ha creato un precedente che potrebbe intimidire (giustificando ogni contromisura) la grande manifestazione contro il governo indetta da partiti e associazioni per sabato 5 maggio (“la fête à Macron”): una dimostrazione che, nel cuore di una stagione di scioperi ostinati in tutti i settori della vita pubblica francese, vuole rappresentare una prima “spallata” se non al presidente almeno all’arroganza del suo potere, refrattario al dialogo sociale e assai disinvolto nella prassi parlamentare.

D’altro canto, le violenze hanno obliterato le vere ragioni di un corteo eterogeneo e colorato, che era in grado di dar voce a istanze disparate in una prospettiva di lotta comune. Non sono frasi fatte. In Piazza della Bastiglia nel pomeriggio di martedì si trovavano banchetti e volantini di ogni genere; molti, com'è naturale, parlavano di questioni francesi: la mano libera alla finanza selvaggia, il taglio delle tasse ai più ricchi, la legge restrittiva sul diritto d’asilo, l’indifferenza alle questioni ambientali, il nuovo sistema selettivo di accesso agli studi, la regionalizzazione dell’orientamento universitario, la demolizione del diritto del lavoro, le privatizzazioni di ferrovie, aeroporti e giochi d'azzardo, le nuove lotte per il reddito di cittadinanza, per la tutela dell’ambiente, per la cogestione delle imprese, per una nuova Banca nazionale.

Ma a queste rivendicazioni si mescolavano fisicamente, sul campo, una serie di questioni internazionali connesse con l'attuale modello di sviluppo e di governo del pianeta, e tutte incarnate non da improbabili opinionisti in doppiopetto bensì da folti gruppi di uomini e donne dei Paesi interessati: in pochi metri s’incontravano così il genocidio dei Tamil in Sri Lanka, i nefandi accordi per il rimpatrio dei migranti del Mali, le atrocità del regime iraniano, il movimento per la liberazione della Cabilia, la lotta dei Palestinesi per una loro patria, le legittime aspirazioni a uno stato dei Curdi (scesi in piazza a centinaia e centinaia), gli arresti ingiusti di comunisti sauditi, presidenti brasiliani, giornalisti turchi e dissidenti marocchini, e via dicendo.

In nessun’altra città la presenza di così tante comunità radicate e vigili sul destino proprio e del mondo intero si congiunge a una riflessione così matura e severa sui limiti della società neo-capitalista, non nell’ottica di difese corporative di vecchi privilegi ma nella prospettiva di un fascio di problemi da affrontare su scala globale: è per questa caratura internazionalista e interclassista (dagli studenti ai ferrovieri ai sans-papiers: anche persone che in teoria dovrebbero farsi la guerra tra loro) che, al di là delle nostalgie del cinquantenario, il riaccendersi del maggio francese fa paura all’establishment.

A volte, anche fuori dalle piazze, basta poco per farsi capire: i cinque attori che in un teatro di Montmartre danno vita alla pièce di Judith Bernard Amargi! (dal nome della cancellazione del debito nell’antica Mesopotamia) illustrano in un'oretta con precisione e garbo come qualmente il sistema del debito, descritto nei suoi presupposti storici e teorici da Solone a Piketty, stia portando il mondo alla catastrofe morale e materiale, nella fattispecie all’eventualità di un vasto conflitto armato. La via d’uscita immaginata sul palcoscenico (una complessa società senza più proprietà lucrativa né banche, fatta di cogestione e microcredito e salario universale) può sembrare utopistica, ma ha senz'altro il merito di offrire un’alternativa alla rassegnazione, o ad una pericolosa involuzione destrorsa e nazionalista.
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