La casa abbandonata: il disimpegno come politica nazionale
Mauro Baioni
Un libro prezioso che offre una prospettiva d'insieme e una critica documentata sul progressivo disimpegno dello stato nel campo delle politiche abitative ultimi quattro decenni. (m.b). 


Anno di ricorrenze, questo 2018. In estate saranno quarant’anni esatti dall’entrata in vigore, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, della legge 457 sull’edilizia residenziale e della legge 392 sull’equo canone. Il 9 dicembre, saranno vent’anni dall’approvazione della legge 431 che ha liberalizzato il mercato dell’affitto e l’ultimo giorno dell’anno ricorreranno vent’anni dall’abrogazione del contributo GESCAL, che ha segnato la fine dell’impegno dello stato nel settore dell’edilizia pubblica.

Quarant’anni sono anche il periodo coincidente con la vita lavorativa di Giancarlo Storto, già direttore generale delle Aree urbane e dell’edilizia residenziale presso il Ministero dei Lavori pubblici, che una volta in pensione ha deciso di ripercorrere criticamente la lunga stagione di cui è stato testimone diretto. Il suo libro La casa abbandonata, uscito in questi giorni per Officina Edizioni, offre una prospettiva storica e un inquadramento complessivo al susseguirsi di provvedimenti e iniziative che hanno progressivamente smantellato l’intero settore delle politiche abitative pubbliche. E per questo risulta particolarmente prezioso.

Le conseguenze negative della disarticolazione del progetto riformatore iniziale e della scomparsa - anche lessicale - dell’edilizia residenziale pubblica, le difficoltà di gestione del patrimonio realizzato, la dialettica con la pianificazione urbanistica, la mancata integrazione con le politiche sociali, l’accondiscendenza verso il settore edilizio privato e gli intrecci con la rendita immobiliare, il primato attribuito alla proprietà della casa a discapito dell’affitto, le ripercussioni della mancata riforma istituzionale e della contraddittoria ripartizione di competenze fra stato, regioni ed enti locali: tutti i nodi critici della questione della casa sono affrontati con riferimenti precisi accompagnati da chiare sottolineature, come questa: “Non pare vi sia consapevolezza nelle istituzioni” che la gestione sia parte integrante dei piani e dei programmi e “appare essersi radicata negli uffici una sorta di accettazione passiva sull’ineluttabilità delle disfunzioni”. Come dirlo meglio e come non convenire sul fatto che la sottovalutazione di questi aspetti si sia rivelata esiziale perché ha accreditato la propaganda contro la burocrazia che alimenta il circolo vizioso in cui siamo tuttora intrappolati?

Dobbiamo a Giancarlo Storto anche un doveroso riconoscimento per aver ideato e sostenuto, alla fine degli anni novanta, i Contratti di quartiere, un’iniziativa di carattere sperimentale rivolta agli insediamenti di edilizia residenziale pubblica. L’unico tra i programmi complessi che non ha fatto affidamento sulla leva immobiliare. Nel libro si sottolinea che dagli esiti positivi di questa vicenda, così come dai difetti e dai limiti riscontrati sul campo, si sarebbe potuto imparare molto per definire i contenuti di una rinnovata stagione di politiche pubbliche intersettoriali, inclusive e abilitanti e per riorganizzare e rivitalizzare, conseguentemente, la macchina amministrativa. Nulla di tutto ciò è accaduto, come ben sappiamo, a dispetto del profluvio di proclami spesi sulle periferie e sulla rigenerazione urbana.

Come mostrano questi due piccoli esempi, nonostante l’autore non rinunci ad esprimere giudizi severi, La casa abbandonata sfugge ai cliché dell’indignazione e della denuncia, così come a quelli del fallimento e della sconfitta. È invece un testo rigoroso e meditato, cosa rara in questi tempi sguaiati. Per questo lo possiamo inserire tra i libri indispensabili. Quelli che si consultano quando serve un riferimento affidabile, ma nei quali troviamo le parole giuste per interpretare e raccontare le questioni che ci stanno a cuore.

Giancarlo Storto, La casa abbandonata, Officina edizioni, Roma, 2018



Riferimenti
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