Gioia Tauro. Vite da schiavi nei ghetti. Ecco i dannati della terra
Nello Scavo
Avvenire, 4 maggio 2018. Chiacchierano per fare un governo. Ma quanto tempo sarà ancora necessario per averne uno che elimini lo schiavismo dei "datori di lavoro" italiani che imperversano in ogni angolo della Penisola? 
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I negrieri della porta accanto non hanno il cuore tenero. La fatica è da bestie. La paga è da fame. Chi si ribella può anche andarsene. Ma se resta tra i filari degli aranceti a reclamare un euro in più, potrebbe finirgli male. Tanto c’è sempre qualcuno più affamato di lui pronto a prenderne la misera paga.

Gli schiavi con permesso di soggiorno sono almeno 3.500: braccianti stagionali che forniscono manodopera a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi vivono in insediamenti informali, tendopoli o capannoni abbandonati. A otto anni dalla rivolta di Rosarno, nella piana di Gioia Tauro è cambiato poco e niente. «I grandi ghetti di lavoratori migranti rappresentano uno scandalo italiano rimosso dalle forze politiche», denuncia Medici per i diritti Umani (Medu) che da cinque anni con una clinica mobile segue le loro condizioni di salute.

Il 'ghetto' più grande è quello della zona industriale di San Ferdinandoche, in un capannone e nella vecchia fabbrica a ridosso, accoglie il 60% degli stagionali. Rovistano tra cumuli e roghi di rifiuti. Medu, che ha pubblicato il dossier dal titolo «I dannati della Terra», ha operato nella zona da dicembre ad aprile curando 484 persone: giovani lavoratori con un’età media di 29 anni, provenienti dall’Africa subsahariana, tra cui un centinaio di donne dalla Nigeria, il 90% dei quali regolarmente soggiornanti.

«È stato un periodo funestato da incendi, uno dei quali tragico, in cui è morta una giovane donna nigeriana, Becky Moses – spiega Alberto Barbieri, di Medu –. Una dignità negata per tanti migranti ma anche per noi cittadini italiani ed europei. In una palude di mancanza di cambiamento ci sono anche esperienze che dimostrano che è possibile fare integrazione con pochi mezzi, come a Drosi, dove gli alloggi sfitti sono stati inseriti in un progetto di affitti a basso costo». Un’esperienza che Medu chiede di replicare, con programmi pluriennali di housing sociale.

Le precarie condizioni di vita, oltre che quelle di lavoro, minacciano la salute fisica e mentale: le patologie più frequenti riguardano l’apparato respiratorio e digerente, in alcuni casi i medici quest’inverno hanno riscontrato principi di congelamento degli arti.

Solo 3 persone su 10 lavorano con un contratto, le altre vengono pagate a cottimo o a giornata, tramite caporali. «In otto anni – sottolinea Riccardo Noury, portavoce di Amnesty – nulla è cambiato ma è cambiato il clima che c’è intorno all’immigrazione: la campagna elettorale è stata intrisa di xenofobia e di messaggi d’odio. Dopo le elezioni il tema è sparito».

Gli interventi istituzionali restano «frammentari, parziali e inefficaci – scrive Medu –. Nel mese di agosto dell’anno scorso è stata allestita un’ennesima tendopoli, la terza in ordine di tempo, che non ha tuttavia fornito una risposta adeguata (dal punto di vista numerico, logistico e dei servizi offerti) ai bisogni alloggiativi dei lavoratori migranti: con 500 posti disponibili a fronte delle oltre 3.000 persone presenti, in assenza di assistenza medica, sanitaria e socio-legale e di mediatori culturali, si tratta ancora una volta di una soluzione di carattere puramente emergenziale, che confina le persone in una zona isolata e lontana da qualsiasi possibilità di integrazione ed inserimento sociale».

La ’ndrangheta non sta a guardare. In passato non sono mancate minacce e raid contro i raccoglitori. Anche per questo molti non se la sentono di protestare. Il pagamento a cottimo è il più diffuso: 0,50 centesimi per ogni cassetta di arance, 1 euro per i mandarini. Chi viene pagato a giornata percepisce tra i 25 ed i 30 euro. Il 34% delle persone lavora 7 giorni la settimana. Perché agli schiavi non è permesso riposare.
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