Flat tax, così lo Stato esce per sempre dall’economia
Roberto Romano
il manifesto, 13 maggio 2018. Una delle perniciose conseguenze del generale accordo dei vincitori delle elezioni del 4 marzo, che riguarda il devastante slogan: pagare meno tasse è bello

«Fisco. Il sistema nazionale sarebbe per sempre compromesso. Invece di allargare la base imponibile dell’Irpef, i proponenti vogliono essere proprio sicuri che si ritorni alla pre-riforma Cosciani del 1973» 
Partiamo dalla fortissima convergenza tra M5S e Lega sulla flat tax per l’Irpef a vantaggio del così detto ceto medio. Costo? 45-50 miliardi che sarebbero coperti con la maxi-rottamazione delle vecchie cartelle, spending review e taglio alle tax expenditures. Sebbene qualcuno accarezzi l’idea che, in fondo, qualcosa dal proprio reddito (da lavoro e pensione) si possa strappare dalla rimodulazione dell’Irpef, il sistema fiscale nazionale sarebbe per sempre compromessoSe le proposte di riforma avanzate in campagna elettorale erano inattuabili, forse non lo sono nemmeno dopo la campagna elettorale. Invece di allargare la base imponibile dell’Irpef, i proponenti vogliono essere proprio sicuri che il fisco italiano ritorni ad essere sempre più simile a quello pre-riforma Cosciani del 1973.

A fronte dell’ottimismo sulle condizioni del nostro paese, tutti gli indici economici parlano di una ripresa lenta e soprattutto diseguale. In campagna elettorale si sono sentite le proposte più diverse relativamente al fisco. Non c’è solo un problema di onerosità, piuttosto si tratta di proposte addirittura fuori dal contesto costituzionale e ignoranti della natura stessa del sistema fiscale italiano. La nostra struttura fiscale è, infatti, molto particolare e sensibile all’andamento degli scaglioni e delle aliquote e, soprattutto, molto sensibile ai presupposti d’imposta.

Il tema della redistribuzione di reddito e ricchezza ovviamente resta, ma bisogna prima valutare alcuni aspetti. Di solito s’immagina la ridistribuzione esclusivamente attraverso un nuovo disegno delle aliquote fiscali che fanno capo all’Irpef. Invece, occorre considerare che c’è una distribuzione che interviene nel mercato, cioè prima delle imposte, e una distribuzione del carico tributario, quando il reddito è stato già maturato. Sulla prima questione c’è un problema di norme e regole che hanno delegittimato il ruolo del sindacato, sulla seconda occorre sottolineare che l’Irpef è composta all’85% dal lavoro dipendente. Aumentare o ridurre la progressività per un solo reddito, quindi, non porterebbe a mutamenti sostanziali nella distribuzione del carico tributario.

Se non ridisegniamo i presupposti d’imposta dell’Irpef, cioè se non allarghiamo la base imponibile, modificare o meno gli scaglioni non servirebbe a molto nella redistribuzione del reddito, perché l’Irpef intercetta una sola categoria di reddito. La vera riforma fiscale non può essere attuata semplicemente abbassando le tasse sul reddito da lavoro, piuttosto occorre allargare la base imponibile, reintroducendo nell’Irpef i redditi che oggi sono sottoposti a cedolare secca. Tra l’altro, l’Irpef è oggi l’unica imposta progressiva, mentre tutte le altre imposte sono ridotte a cedolare secca e non hanno nessuna progressività.

Nel fisco, nei diritti e nell’economia italiana esistono dei problemi di struttura mai affrontati dagli ultimi governi. L’Italia ha una struttura produttiva che lavora a margine, giocando sulla differenza tra costi e ricavi, e non occupa quote di mercato emergenti come fanno altri paesi. Col passare del tempo l’Italia non produce valore aggiunto e, quindi, i salari si abbassano. Su questo la Cgil ha fatto un’ottima operazione con il Piano del lavoro: un piano industriale che offre delle risposte al problema industriale ed economico del Paese. Sebbene la questione del salariale sia un problema drammatico, è altrettanto vero che dipende dal sistema economico nel quale è inserito.

Salario e sistema economico sono due facce della stessa medaglia che vanno governate insieme. Negli ultimi 15 anni, chi ha guidato il Paese non solo non l’ha immaginato, ma ha usato il fisco per fare propaganda, dimenticando che il fisco lavora a margine dei redditi prodotti. Alla fine, la rivoluzione del prossimo governo sarà quella di chiudere per sempre la riforma fiscale immaginata nel 1973. Meno tasse per tutti e la rivoluzione è compiuta: la Stato esce per sempre dall’economia.

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile
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