Barcone sì, barcone no?
Maria Cristina Gibelli
Anche le tragedie, nel nostro paese, vengono utilizzate come strumenti per la privatizzazione di parti importanti di città. Una tragedia  della mancata accoglienza dei migranti in Sicilia viene trasformata in un affare immobiliare a Milano. (m.p.r.) con riferimenti


Nell’articolo pubblicato sulle pagine milanesi de la Repubblica, "Barcone a Milano, progetto a rischio", 30 aprile 2018, sempre acritiche quando si tratta di commentare i grandi progetti urbanistici, si manifesta una certa preoccupazione: forse il “Barcone dei migranti” non arriverà nel cortile della ex Facoltà di Veterinaria.

Quella tragedia rimane incancellabile nella nostra memoria: 700 vittime annegate nel 2015, intrappolate nella stiva di una carretta del mare affondata nelle acque antistanti Augusta. Mancava poco al salvataggio, reso vano dalla criminale disattenzione di un comandante ubriaco.

Il recupero del relitto è stato guidato da una task force della Marina Militare e quello delle salme da una équipe medico-scientifica che è stata capace di dare un nome alle vittime per affidarle al dolore dei parenti e a una sepoltura degna.

Quando questo terribile evento, che era stato affrontato con la pietas dovuta, ha cominciato a perdere il suo significato profondo? Quando si è pensato di utilizzarlo a supporto del progetto di trasferimento delle Facoltà Scientifiche dell'Università Statale dal quartiere di Città Studi nell’area exEXPO e della valorizzazione immobiliare delle aree liberate. Il Barcone dovrebbe infatti essere collocato nel cortile della ex Facoltà di Veterinaria come prima testimonianza di un futuro “Museo dei diritti umani”.

La decisione appare chiaramente strumentale e criticabile; una critica da non confondere, ovviamente, con le reazioni ostili dei leghisti e dei razzisti dei quali brulica la città.

Che ci sia un ampio disaccordo nel merito del progetto fra coloro che subiranno le conseguenze del trasferimento da Città Studi (studenti, ricercatori e professori delle Facoltà Scientifiche e residenti del quartiere) è a tutti ormai noto. Che il governo Gentiloni abbia destinato 500.000 euro per il viaggio di trasferimento a Milano del Barcone forse è meno noto ai non milanesi: un cinico espediente per sviare l’attenzione da un ennesimo progetto fortemente desiderato soltanto dai proprietari di un’area, quella dove si è svolta EXPO; che non è attrattiva per il mercato [1].

Ma il viaggio del Barcone sembra in forse. Il sindaco Sala, si riferisce nell’articolo, dopo aver incontrato il sindaco di Augusta nel cui mare sono annegati i migranti (e che ha ripetutamente chiesto di realizzare un “museo della memoria” dedicato a tutti i migranti annegati nel Mediterraneo), ci sta ripensando. Anzi, meglio: ‘si cava fuori’ e scarica sulla Università Statale, e in particolare sul Rettore e il Senato Accademico, la responsabilità della decisione finale; anche perchè il sostegno finanziario al progetto, promesso dal governo in carica prima delle elezioni politiche, è diventato completamente aleatorio.

Giuseppe Sala è d'altra parte sempre stato convinto che siano altri, e non il governo locale, a potere/dovere decidere in ultima istanza dell’urbanistica milanese; è da decenni un convinto sostenitore del ‘mercato’: degli standard qualitativi, della contrattazione pubblico/privato senza valutazione ex ante e senza regole di trasparenza, dei Programmi Integrati di Intervento, della perequazione estesa, del 'mix flessibile'. Da quando è stato eletto sindaco, ha proceduto senza incertezze in questa direzione ormai consolidata dai sindaci che lo avevano preceduto: in primis, con l’ADP sugli Scali Ferroviari, successivamente con il progetto di svuotamento del quartiere storico vocato alla scienza più importante della città, per citare soltanto i due casi più rilevanti.

Ingannano il suo garbo, la sua propensione al sorriso, la sua buone educazione, una certa, sempre più inusuale fra i sindaci del nostro paese, attenzione al linguaggio della solidarietà? Ma Sala bifronte è comunque un più che fedele sostenitore della ricetta urbanistica di Lupi che tanti danni ha prodotto al tessuto sociale della città. Così come lo è il suo assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran.

Purtroppo, oggi più che mai, a Milano non sono soltanto i privati speculatori che ragionano (ovviamente) da privati speculatori e gli amministratori locali che ragionano da privati speculatori, ma anche parte cospicua della ‘lobby universitaria’: della quale fanno parte certamente il Rettore della Statale Vago (che non sembra essere un grande ‘visionario’) e, soprattutto, i più che navigati urbanisti del Politecnico che, da Pisapia in poi, hanno sempre garantito il supporto tecnico-scientifico alle peggiori operazioni di privatizzazione della città. Sono loro che hanno ricevuto dal Comune l’incarico per la “definizione di nuovi scenari urbani nell’ambito di Città Studi”. Inutile dire che la scelta dei collaboratori, anche in questo caso come in tutti i precedenti, non è avvenuta sulla base dei requisiti scientifici, ma della ‘fedeltà alla linea’. Chi ha intelletto per capire, occhi per vedere e, soprattutto, attenzione alla tutela delle vocazioni storiche dei quartieri milanesi e alla vivibilità della città, non ci sta. Chi ha a cuore il destino dei migranti, si indigna una volta di più.

[1] Le quote di AREXPO S.p.A risultano così ripartite: Regione Lombardia, 34,67%; Comune di Milano, 34,67%; Fondazione Fiera Milano, 27,66%; Provincia di Milano, 2,0%, Comune di Rho: 1%.



Sul trasferimento delle Facoltà Scientifiche di Città Studi nell’area ex Expo si vedano su eddyburg  gli articoli di Marina Romano Milano Città Studi. Cittadini che non si rassegnano, di Giorgio Origlia  Città studi: si dirà che il trapianto è riuscito ma il donatore è morto?, di Ennio Galante Città degli Studi: 3 domande a lorsignori, l'appello del gruppo cittadinanza attiva e comitato FAI  Che ne sarà di città degli studi?,  di Giancarlo Consonni Che azzardo l’università sui terreni dell’Expo, uno sguardo d'insieme delle trasformazioni in corso a Milano di Gianni Barbacetto e Marco Maroni Ancora grattacieli e cemento, il nuovo sacco di Milano

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