Vogliamo fermare davvero il consumo del suolo
Vezio De Lucia
Abbiamo invitato i nostri collaboratori ad aiutarci a creare un fuoco di sbarramento contro la riproposta di una legge inutile, e anzi dannosa, sul consumo di suolo. Ecco il contributo di Vezio De Lucia, che per primo aiutò i lettori di eddyburg a comprendere e a controproporre


È stato recentemente presentato al Senato un impegnativo e ambizioso disegno di legge sulla riduzione del consumo di suolo a firma di quattro illustri esponenti di Liberi e uguali: Loredana De Petris, Vasco Errani, Pietro Grasso e Francesco Laforgia. In questa prima nota ci limitiamo (scrivo a nome di eddyburg) a segnalare i difetti fondamentali della proposta rinviando l’approfondimento a successivi interventi. Non posso non partire dal dispositivo istituzionale basato sull’implicito ricorso al 3° comma dell’art. 117 della costituzione relativo alla legislazione concorrente (alle regioni la potestà legislativa, allo Stato la determinazione legislativa dei principi fondamentali).

In buona sostanza quella proposta da Leu è una legge cornice che non si allontana dal disegno di legge governativo (in discussione dal 2012) approvato dalla Camera dei deputati nel maggio 2016 e rimasto fermo al Senato nella scorsa legislatura. Da subito eddyburg assunse una posizione contraria sostenendo che il meccanismo previsto finiva con l’affidare l’effettivo potere decisionale a regioni e comuni e che la riduzione del consumo del suolo non sarebbe mai stata realizzata proprio dove più necessaria e urgente.

Sapendo per esperienza che le sanzioni e i previsti debolissimi poteri sostitutivi sarebbero rimasti inefficaci. In alternativa formulammo una nostra proposta […] che fa capo al 2° comma dell’art. 117 (legislazione esclusiva dello Stato), e in particolare alla materia indicata alla lettera s): tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Una proposta fondata sul rapporto diretto Stato-comuni, scavalcando le regioni (sull’esperienza urbanistica delle quali sarebbe necessario e urgente un lavoro critico, inevitabilmente intriso di delusione, facendo salve, almeno finora, solo la Toscana e la Puglia). Un testo semplicissimo, quello di eddyburg, solo quattro brevi articoli che definiscono il territorio urbanizzato e non; consentono le trasformazioni insediative e infrastrutturali che comportano impegno di suolo solo nell’ambito delle espansioni recenti (parte del territorio urbanizzato); ammettono specifiche deroghe solo con provvedimenti eccezionali.

La nostra proposta è del 2013, da cinque anni non abbiamo perduto occasione per riproporla e sottoporla a discussione in tutte sedi per noi praticabili. Per ultimo, nella dura contestazione condotta per un anno insieme a molti benemeriti (associazioni ed esperti) contro la terribile legge urbanistica regionale dell’Emilia Romagna, purtroppo approvata nel dicembre scorso (ma con il voto contrario dei consiglieri di maggioranza di Sinistra italiana ed Mpd). Eppure, nell’ambito delle iniziative legislative della sinistra nessuno ha dato peso alla nostra proposta, né dal punto di vista dell’opportunità politica, né dal punto di vista della tecnica legislativa (che forse il contenimento del consumo del suolo non coincide perfettamente con la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali di cui alla lettera s dell’art. 117, comma 2?).

Si colloca qui la riflessione che sottoponiamo ai presentatori del disegno di legge, esponenti di una nuova sinistra che pensavamo dovesse far propria la pratica di sviluppare una vasta e anche difficile discussione sui temi più importanti e controversi, e non imboccare subito scorciatoie rimodulando precedenti proposte inefficaci o inconcludenti. Sappiamo bene che la proposta eddyburg è radicalmente innovativa in quanto abbandona la materia urbanistica – e quindi la competenza regionale – a favore della tutela dell’ambiente di competenza esclusivamente statale e perciò, secondo noi, presumibilmente più produttiva di risultati concreti.

Il disegno di legge che stiamo discutendo è centrato invece sull’azione regionale che assume un ruolo totalizzante. Spetta infatti alle regioni di adottare “opportuni criteri, parametri e percentuali di riduzione del consumo di suolo coerenti con l’obiettivo […], da articolare a scala comunale o per gruppi di comuni, sia in termini di direttive per la pianificazione, sia in termini di disposizioni immediatamente operative, tenendo conto delle specificità territoriali, paesaggistiche ed ambientali, delle caratteristiche qualitative dei suoli e delle loro funzioni ecosistemiche, nonché delle potenzialità agricole, dello stato della pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica, dell’esigenza di realizzare infrastrutture e opere pubbliche, dell’estensione del suolo già urbanizzato e della presenza di edifici inutilizzati;” (art. 3, 3° comma, che continua implacabile per altre sei, sette righe).

L’articolo si configura come una dilettantesca riforma urbanistica che ignora tutti i vigenti strumenti di pianificazione. E conferma le linee ispiratrici del disegno di legge che, fin dall’art. 1, cita, fra i riferimenti fondativi, la discutibilissima convenzione europea del paesaggio e non il codice del paesaggio (decreto legislativo 42/2004), né le altre due leggi caposaldo (e le successive modifiche) sulla difesa del suolo (183/1989) e sulla protezione della natura (394/1991). Sono di conseguenza trascurate le pianificazioni specialistiche, i piani paesaggistici, quelli per la difesa del suolo, quelli per la protezione della natura sostituiti dal citato art. 3, comma 3, da improvvisate novità come il “piano del verde e delle superfici libere urbane” (art. 6) e da una congerie di norme (immancabile la delega al governo per la rigenerazione urbana, art. 5), anche benemerite come la tutela degli uliveti, della viticultura e dei pascoli (artt. 11, 12 e 13).

Ci fermiamo qui, non senza rilevare che Loredana De Petris, Vasco Errani, Pietro Grasso e Francesco Laforgia, presi da tante cose inedite, hanno dimenticato l’abusivismo. Da Roma in giù, continua imperterrito a consumare spazio aperto, nella sostanziale assenza (talvolta con la complicità) delle regioni. Quelle stesse regioni che dovrebbero garantire la progressiva riduzione del consumo del suolo. Ricordiamo infine che l’azzeramento (non la riduzione) del consumo del suolo è disposto dal piano regolatore di Napoli approvato nel 2004 e dalla legge urbanistica della Toscana del 2016. Coraggio compagni, sia a Napoli che in Toscana la vita (e l’attività edilizia) continuando come prima, meglio di prima.
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