Pedagogia della carezza
Piero Bevilacqua
Per una didattica della carezza, Progedit Bari, 2017, pp. 214. «Una requisitoria contro quel “tipo di educazione, in cui la qualità dell'istruzione è misurata sulla quantità di competenze e conoscenze che l'insegnante riesce a depositare nella testa dello studente”». 


E' scarsamente noto, se non ai pochi addetti ai lavori, quel che sta accadendo nella scuola italiana. Una inusitata pressione delle burocrazie ministeriali tenta di piegare, giorno dopo giorno, le strutture tradizionali dell'insegnamento, le discipline, non già – come sarebbe necessario – a una coraggiosa cooperazione, per far avanzare la ricchezza della conoscenza nei nostri ragazzi, ma ai fini utilitari delle cosiddette “competenze”. L'ossessione impositiva che si riversa su presidi e insegnanti, con una incalzante successione di circolari, disposizioni, regolamenti, è quella di fornire utilità pragmatica, operativa, professionale, all'insegnamento impartito. Il pensiero unico che soffoca l'orizzonte della nostra epoca s'infila con i suoi cascami ideologici nel mondo della scuola per piegarlo alle logiche utilitarie cui ogni sapere è chiamato a ubbidire. Occorre imparare, soprattutto imparare a fare, per essere utili alla società, e sopratutto utilizzabili dalle società...

Per questo non si può che salutare con gioia intellettuale un libro come quello di Laura Marchetti, Agalma. Per una didattica della carezza, Progedit Bari, 2017, pp. 214. Non inganni il titolo provocatoriamente sentimentale. Si tratta di un testo denso di riferimenti intellettuali – in cui sono centrali i fondamenti della fenomenologia e la psicanalisi – da Platone a Husserl, da Dewey a Freud, da Marcuse a Freire, ecc. Ma il motivo dominante dei saggi che lo compongono è chiaro e vibrante di passione. Una requisitoria contro quel «tipo di educazione, in cui la qualità dell'istruzione è misurata sulla quantità di competenze e conoscenze che l'insegnante riesce a depositare nella testa dello studente».
Un modo di trasmissione del sapere che anche nelle migliori intenzioni educative ubbidisce al demone dell'utilità finale di una prestazione, di uno scopo operativo che lo studente dovrà mettere in uso una volta fuori dalla scuola. Senza mai considerare gli esiti sociali ultimi di tale metodo: la creazione di individui autoritari, nevrotici, dogmatici, intolleranti, aggressivi. E l'insegnamento di una scuola che vuol riprodurre la società così com'è. E invece Marchetti, in accordo con alcune espressioni alte dei nostri studi pedagogici, teorizza la necessità di un insegnamento che prefiguri una nuova antropologia sociale, che liberi l'oppresso nascosto in ogni individuo , «attraverso una “pedagogia erotica” che metta al centro l'amore in quanto contrasto totale alla struttura necrofila del Potere e fondamento imprescindibile di una nuova società fondata sull'eguaglianza, la cooperazione, il dialogo e la pace».
Dunque un capovolgimento rispetto alle strutture dominanti dell'insegnamento e soprattutto alle tendenze attuali, fondate sul disciplinamento, il controllo, l'esaltazione della competizione, la misurazione ossessiva dei risultati, la strutturazione meritocratica della classe. Non si tratta ovviamente di una impostazione ingenua, nella quale i contenuti vengono sviliti e l'autorità dell'insegnante estromessa. Questa viene anzi pienamente riconfermata, ma ripensata socraticamente all'interno di uno spazio umano e affettivo in cui l'insegnante è maestro di dialogo, così da togliere all'insegnamento il suo carattere dogmatico e impositivo ed esaltando il protagonismo dei discenti. Già dunque nelle forme e nei modi, prima ancora che nei contenuti, la trasmissione del sapere deve far nascere nella soggettività dei ragazzi un'attitudine a discutere l'apprendimento, a viverlo come rapporto solidale, attraversato dai sentimenti, dall'affetto, dall'incoraggiamento, dalla stima, dall'aiuto cooperativo della classe e del docente in quanto comunità. A questo fine almeno due strutture classiche della nostra cultura millenaria aiutano la realizzazione di una tale strategia: il teatro e il racconto. 
L'autrice illustra una sua sperimentazione teatrale in un corso universitario, fondato sul Simposio di Platone, coronata da una significativa partecipazione. E si sofferma poi diffusamente, anche con varie esemplificazioni, sull'efficacia formativa delle fiabe. La narrazione, ricorda Marchetti richiede «una mente a più dimensioni, che come una mitica tessitrice, sappia continuamente disfare ciò che ha ordito:l'io e l'altro, l'uno e il molteplice, il passato e il presente, le storie e la Storia». Qui, per brevità, rammento con l'autrice, il valore che Walter Benjamin accordava alla fiaba, rispetto al racconto moderno, che ritrae l'individuo nel suo isolamento e non lo aiuta a sostenere la sua «vita gettata “in un profondo disorientamento”». Mentre la fiaba, per dirla con Gianni Rodari, può rendere «accessibile a tutti la creatività e l'immaginazione».
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