La pace, una condizione indivisibile
Africa Bianchi
Il cambiamento necessario: dalle lotte per le paci alla lotta per la Pace, e per lo smantellamento del complesso industrial-finanziario degli armamenti.




«Il pacifismo era già moribondo, soffocato dalla propriaimpotenza a causa di una serie di sconfitte storiche che hanno provocatofrustrazione e disincanto», così sostiene Gigi Riva su la Repubblica del 16aprile, ed enumera gli eventi che sosterrebbero la sua tesi. Analogo parereaveva esposto qualche giorno prima Gianni Toniolo in un editoriale de il Sole24ore, argomentando che in ogni azione pacifista, prima di muoversi, si sarebbedovuto valutare freddamente se era possibile vincere.
C’è del vero in queste posizioni, ma sarebbe un pericoloso errorearrendersi senza domandarsi che cosa è cambiato, e se davvero è necessariorinunciare a battersi per la pace.

Noi non diremmo che il pacifismo sia scomparso, ma che si è disgregato.Il nostro mondo è pieno di conflitti nei quali si scontrano forze (deboli opotenti, pattuglie o eserciti) che si battono per l’opzione pace / guerra:dall’Ucraina al Congo, dalle Filippine alla Colombia, dal Venezuela allaPalestina, dallo Yemen alla Siria, dal Pashmir alla Somalia - per non ricordareche alcuni dei mille conflitti aperti.

Ma tra le parti in conflitto c’è una grande differenza: lefazioni che operano per la guerra hanno alle spalle un sistema potentissimo chele alimenta: quello del “complesso degli armamenti”, più forte di tutte le altreholding che animano il finanz-capitalismo. Le forze della pace sono invecedisgregate. Ciascuna delle sue porzioni vede solo l’avversario immediato,combatte da solo, come Davide contro Golia.
Questa situazione perdura dagli anni Ottanta del secoloscorso. In un momento come questo, in cui la conflittualità e l’interventismomilitare internazionale si intensificano in tutto il pianeta, secondo lamutevole geografia degli interessi Usa, la credibilità dell’ONU diminuisce e ildibattito sulla democrazia internazionale è a minimi storici, ci sembra deltutto evidente che occorre recuperare unadimensione globale della pace. Non possono esistere tanti separatipacifismi, uno per ciascun conflitto se si vuole essere incisivi.

E’ indispensabile (ri)prendere il dibattito sul pacifismo esulla democrazia internazionale, mettendo al centro non la politica interna, maquella estera. Limitare il principio democratico ai singoli stati significaschiacciarlo su considerazioni di politica interna, che lascia il campo anchealla razionalità e convenienza della guerra per difendere gli interessinazionali. Infatti, la politica moderna ammette la guerra come legittima nelrapporto con gli altri stati. Diceva Frederick Engels nel 1848 «Come voleteagire democraticamente verso l'esterno, finché la democrazia è imbavagliataall'interno?»

Occorre rendersi conto che la pace è una condizione indivisibile dell’umanità. E che ognilotta per la pace è sterile, e sarà sconfitta, finché non diventerà un’unicaazione contro la guerra in sé – e quindi, necessariamente, contro il complessoindustriale e finanziario che la alimenta, e il sistema economico-sociale dicui è parte integrante.
Bisogna scendere in piazza, uniti si per la pace, ma anchechiedendo a gran forza il disarmo, la dismissione delle basi nucleari, laconversione delle industrie belliche in Italia, e  battersi nelle prossime elezioni europee peril disarmo unilaterale dell’Unione Europea. 

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