Governance. Il prezzo senza volto di un ingranaggio
Benedetto Vecchi
Il manifesto, 29 aprile 2018. Un po' di chiarezza dissacratoria su un termine usato in modo spesso spregiudicato, espressione di una visione aziendalistica della democrazia



«Un percorso di letture sul concetto di Governance e la sua evoluzione. Due volumi - molto diversi - di Alain Deneault e di Colin Crouch fanno il punto sulla questione. Il passaggio dal piano economico a quello politico è al cuore del neoliberismo e della postdemocrazia»

Iltermine ha avuto una antica genesi e una accidentata traiettoria che lo havisto manifestarsi prima in ambito economico e poi in quello politico.Governance ha infatti origine nella teoria dell’organizzazione produttiva ed èstato usato per indicare quelle tecniche di gestione dei rapporti ågarantire la«pace sociale» interna e per contenere i «costi di transazione» delle imprese.In questo modello di gestione, il coordinamento è di competenza del consigliodi amministrazione, mentre distinti sono stati i momenti di incontro e didiscussione tra gli stakeholder, cioè portatori di interesse (i salariati, iconsumatori, i piccoli azionisti, l’indotto produttivo) che devono trovare ilmodo di armonizzare ciò che è potenzialmente conflittuale rispetto le strategieimprenditoriali.
Lagovernance è quindi l’orizzonte dove collocare tutte le «riforme» organizzativedell’impresa che ha corso però il rischio di essere scalzato da altresuggestioni nella riorganizzazione dei processi lavorativi. A salvare lagovernance dall’oblio è stata la proposta di un modello di gestione deiburrascosi rapporti tra le multinazionali e le popolazione locali nel Sud delmondo. Di fronte la resistenza verso le strategie di espropriazione e di«cattura» – di risorse naturali e di valore economico – le multinazionalipuntavano a recuperare il consenso perduto tra le popolazioni locali,istituendo un «partenariato» con il governo «indigeno» e popolazione locale.Passaggio obbligato era l’accento sulla responsabilità sociale dell’impresa, ilrispetto dell’ambiente e della qualità delle merci prodotte: retoriche cheassumono la dimensione politica delle relazioni che ogni impresa intrattieneall’interno (i rapporti sociali di produzione) e all’esterno al fine direlegarle a un costo di transazione da contenere attraverso misure virtuose diarmonizzazione degli interessi.
ÈSU QUESTO CRINALE cheil termine acquisisce il significato politico che ne decreterà la sua fortunanella crisi della democrazia rappresentativa, nello svuotamento della sovranitànazionale da parte degli organismi della globalizzazione economica. Lagovernance diviene cioè il modello usato nella costruzione del consenso edell’egemonia da parte del capitalismo neoliberista attraverso un feticismo delPolitico inteso come astratta e oggettiva pratica amministrativa chenaturalizza i rapporti sociali dominanti.
Èattorno questa migrazione della governance dall’economico al politico che sisnodano due recenti saggi da poco tradotti e pubblicati in Italia. Il primolibro è del canadese Alain Deneault e ha come titolo un secco Governance (NeriPozza, pp. 192, euro 16), ma un esplicativo sottotitolo: Il managementtotalitario. Il secondo saggio è dell’inglese Colin Crouch dal titoloesortativo Salviamo il capitalismo da se stesso (Il Mulino,pp. 102, euro 12). Autori tra loro diversissimi, sia per le loro costellazioniculturali che per la forma di scrittura che prediligono, ma accomunati dallaconvinzione che la crisi della democrazia sia il framework all’interno delquale le politiche predatorie del capitalismo contemporaneo cercano – e spessotrovano – la loro legittimità.
PERCROUCH ilcapitalismo neoliberista ha così alimentato la formazione di regimi politici«postdemocratici» nei quali i diritti civili e politici sono sì garantiti senzache il loro esercizio possa mettere in discussione il cambiamento radicalenella divisione ed equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. La«postdemocrazia», costellata da molteplici sliding doors, vede esponentipolitici dismettere i panni del politico per sedere in qualche consiglio diamministrazione di una grande impresa; o, all’opposto, imprenditori accederealla carriera politica senza nessuna soluzione di continuità.
In questo saggio, lo studioso britannico segnala che il neoliberismo e la suaforma politica – la postdemocrazia, appunto – mettono in pericolo ilcapitalismo stesso. Per questo, invita a una riforma radicale della forma statoe dell’esercizio del potere, innovando le istituzioni della democraziarappresentativa al fine di favorire la partecipazione dei cittadini, attraversouna riqualificazione del welfare state, della funzione regolativa dello Statoimprenditore e il rilancio dei diritti sociali di cittadinanza.
Lacritica dello svuotamento della democrazia è proprio il punto di congiunzionetra l’analisi di Colin Crouch e quella di Alain Deneault. Questo filosofocanadese ha altri riferimenti teorici di Crouch; diverso è anche il contestosociale dove vive che lo porta a preferire la forma del pamphlet rispettocompassate monografie. Il suo precedente libro tradotto – La mediocrazia (ilmanifesto del 1 febbraio 2017) – è una sferzante critica alla retoricameritocratica propedeutica al consolidamento di un regime sociale e politicobasato su mediocri Yes man. Governance riprende infatti il filo della suariflessione, perché è questa la forma politica che favorisce il governo deimediocri e lo svuotamento appunto della democrazia.
LOSTILE SINCOPATO diDeneault è propedeutico ad affermazioni apodittiche sull’imperialismo culturaleche favorisce modelli di governance in paesi come Stati Uniti, il Canada el’Europa, ma li «esporta» nella Repubblica democratica del Congo, la Nigeria,il Sud Africa. E sebbene, la governance sia propagandata come sinonimo di softpower, è un modello di governo che manifesta una violenza evidente quando vieneassunto come dispositivo politico contraddistinto dal «partenariato» tra pubblicoe privato a favore di quest’ultimo. Governance significa alloraistituzionalizzazione di meccanismi di esclusione per tutti coloro chedissentono dal punto di vista dominante – quello delle imprese e dellemultinazionali – attraverso una continua valutazione dell’operato dei singoli elo sviluppo di una vera e propria antropologia della leadership che trae la sualegittimità nell’amplificare l’imperativo della performance e della trasparenzatra tutti i partecipanti agli organismi di governance.
DAQUESTO PUNTO divista – convergente con le tesi di Colin Crouch sulla postdemocrazia – ognitentativo di democrazia partecipativa deve essere vanificato o relegato adelementi insignificanti e marginali nella gestione della cosa pubblica. Nellagovernance, e qui Deneault rivela la sua nostalgia per la sovranità popolare ela rappresentanza politica, la buona democrazia è quella che favorisce ilpotere costituito, relegando a bizzarria ed eccentricità la pretesa che la vedecome il regime politico che esprime il «potere del popolo».
Rilevantesono infine le pagine che contestano l’interpretazione di Michel Foucault comefilosofo del neoliberismo. Alain Deneault ricostruisce i passaggi operati daiteorici della governance neoliberista dal termine governamentalità al terminegovernance. La governamentalità di Foucault, sintetizza l’autore, non èl’apologia della governance bensì la radiografia critica, cioè sovversiva,delle forme di biopotere (la figura pastorale dello Stato o il tema dei corpidocili votati all’obbedienza ne sono alcuni degli esempi proposti). Da qui ilgiudizio della governance come «meccanica disumana di un totalitarismo senzavolto».
ALDI LÀ DEI TONI edello stile enunciativo dei due autori, i loro saggi affrontano il nodo delleforme del Politico emerse nella grande trasformazione neoliberista. Sicollocano, cioè, su un sentiero di ricerca che dovrebbe però toccare altreesperienze di governo della società per sfuggire il rischio di unoccidentalismo seppur critico. Poco e nulla viene infatti dettagliato su comeregimi postdemocratici – per esempio quello indiano o cinese – si pongano ilproblema di come prevenire forme di conflitto presenti nella società; e di comeattuare la cooptazione delle forme di autorganizzazione della società civile.
Lasocietà armoniosa proposta da Pechino o la dinamica modernizzatrice promossa inIndia sono modelli di governance che non assecondano né lo svuotamento dellasovranità nazionale, come accade invece in Canada o nel vecchio continente. Enon contemplano neppure le figure degli stakeholders, facendo semmai levasull’invenzione di identità e di comunità immaginarie. Sono cioè varianti delmodello di governance piegate a specificità continentali, dove il soft powermanifesta tuttavia la stessa violenza celata dietro il velo dell’interessegenerale.


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