25 Aprile1945, vinse la Resistenza antifascistae
Guido Crainz
la Repubblica, 22 aprile 2018. Più che mai dobbiamo ricordare che in Italia libertà e democrazia hanno vinto per tutti grazie alla lotta dell'antifascismo e della Resistenza,  non del magma di populismo, nazionalismo e razzismo che connota i "vincitori" Di Maio e Salvini

Da sempre il 25aprile è il segnale di un clima: "racconta" il modificarsi di unPaese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è unosfregio il primo segnale venuto quest'anno, il rifiuto della giunta dicentrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell'Anpi:l'antifascismo sarebbe "di parte", per una giunta che ha il sostegnodi CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio sisusseguono incauti osanna alla "Terza Repubblica".


E ancora unavolta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: "rivela"la cultura - o l'incultura - dei vincitori, ma anche la capacità di risposta -e la cultura - di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campoquando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale.Interroga dunque i nuovi "vincitori", il 25 aprile di quest'anno, eda essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempostesso la sinistra, la costringe a riflettere su se stessa. O meglio: su quella"dissipazione di sé" che sembra prevalere. E l'urgenza di unariflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmantisegnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l'educazionequotidiana alla democrazia (la quotidiana "pedagogia dellaCostituzione") e la mobilitazione politica e civile: così come è semprestato nella nostra storia, lontana o recente.

Può essereutile ricordare il clima di vent'anni fa o poco più, quando venne proclamatol'avvento di una seducente "Seconda Repubblica". In quel 1994 andavaal governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per laprima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento nonancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega chealimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini "ilpiù grande statista del secolo", trovando la "comprensione" diBerlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti:"Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini",disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa lacapogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

A completare ilquadro venne allora un programma televisivo sulla caduta del fascismo, Combatfilm, che proponeva un messaggio di sostanziale equiparazione fra le due partiin conflitto. Fascismo e Resistenza pari sono per la Rai, commentava MarioPirani su questo giornale, mentre Barbara Spinelli osservava: in pochi giorni èavvenuto qualcosa di importante in Italia, "c'è clima di banalizzazionedel Ventennio, di libertinismo verbale, licenza assoluta di dire. Morta la"Prima Repubblica" tutto diventa possibile, tutto diventapermesso". Un giudizio scritto allora, ma che rischia di ritornaredrammaticamente attuale.

In quel 1994 larisposta fu chiara e netta: una sinistra disorientata e sconfitta sepperitrovare se stessa e le proprie ragioni (anche se il primo stimolo non vennedai partiti o dai sindacati, ma da un piccolo quotidiano, il manifesto). La mobilitazione fu realmente ampia e confluìnella grande manifestazione nazionale del 25 aprile di quell'anno, a Milano:"un'altra Italia" non era scomparsa e a partire da essa era possibilericostruire nella coscienza di tutti le ragioni della democrazia. E questoavvenne, in una "Seconda Repubblica" per altri versi infausta: siavviò da quel 1994 il percorso che portò una destra sin lì neofascista arinnegare le proprie radici (un merito di Gianfranco Fini che non può esseredimenticato). E il 25 aprile si impose anche a chi, come Silvio Berlusconi, siera sempre sentito estraneo a esso: ci vollero 15 anni, ma il 25 aprile del2009, nella Onna colpita dal terremoto, come capo del governo pronunciò undiscorso esemplare. In contrasto esplicito con quel che aveva sostenuto sin lì(e non da solo).

Anche allora il25 aprile era stato più forte, e naturalmente non vanno dimenticate neppurealtre e più lontane fasi della nostra storia repubblicana, quando lediscriminazioni nei confronti delle associazioni partigiane e delle sinistreerano quotidiane. Avveniva metodicamente negli anni Cinquanta, nel clima della"guerra fredda", con punte talora estreme: nei confronti degliantifascisti, ad esempio, continuarono a funzionare a lungo quei controlli dipolizia e quelle "schedature" del Casellario politico centrale che ilfascismo aveva ampliato a dismisura. Tempi lontani, appunto, travolti allora damobilitazioni popolari che videro attivamente presenti i giovani (le"magliette a strisce" del luglio 1960): travolti, più in generale, dauna modernizzazione del Paese che si coniugava all'ampliamento della democraziae alla progressiva attuazione dei valori e dei principi sanciti dallaCostituzione.

Modernizzazionee ampliamento della democrazia, progredire del Paese e rinsaldarsi dei valoridell'antifascismo, in una mobilitazione culturale, politica e civile contro chisi opponeva a essi in modo esplicito o contro chi ne appannava la rilevanzadecisiva (tratto comune a non pochi "vincitori" del 4 marzo): questoè stato il tratto fondativo della nostra storia repubblicana, e sempre il Paeseha saputo rispondere. È ancora così? Questa è la vera domanda che il 25 apriledi quest'anno pone alla sinistra nel suo insieme, nel momento in cui il suoruolo decisivo - se non la sua stessa esistenza - sembra messo in discussione.Ed è una domanda sul futuro del Paese: riguarda ciascuno di noi.
Guido Crainz, la Repubblica, 22 aprile 2018

L’articolo è tratto dalla pagina qui raggiungibile
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