Israele. Una mobilitazione dal basso contro la deportazione di migliaia di africani
Susan Dabbous
Avvenire, 20 febbraio 2018. Guai ad avere la pelle nera. Anche nella nuova patria del popolo che fu sottoposto alle più pesanti iniquità, sevizie e stermini ma ha dimenticato il suo passato e non ti vuole più. Ma qualcuno ricorda e ti difende.

Il dramma In base al provvedimento voluto dal governo, 38mila africani presenti nel Paese dovranno scegliere tra il ricollocamento in uno Stato terzo o il campo di detenzione di Holot, nel Negev. Scegliere tra la deportazione e la galera. È questo il dilemma di 38.000 africani, per lo più eritrei (27.494) e sudanesi (7.869), sul suolo israeliano. Domenica è scaduto il termine per i primi 200 migranti che verranno presto espulsi sulla base della nuova legge voluta dal governo di Benjamin Netanyahu.

A riaccendere le speranze c’è però una sentenza, emessa il 15 febbraio, di un giudice della Corte d’appello israeliana, secondo cui va accolta la richiesta d’asilo da parte degli eritrei che fuggono dal servizio militare. Si moltiplicano intanto le manifestazioni di protesta. Quelle dei migranti, che da settimane organizzano sit-in ad Herzliya (nord di Tel Aviv) davanti all’ambasciata del Ruanda, uno dei due Paesi individuati dal governo come destinazione per il ricollocamento degli espulsi (l’altro è l’Uganda). Ma anche quelle della società civile, che si sta mobilitando per dire «no».

Girano petizioni contro una legge che, secondo i sottoscrittori, tradisce l’anima di Israele e degli ebrei, che furono profughi perseguitati. A firmarle, intellettuali, scrittori, artisti, medici, rabbini, sopravvissuti della Shoah e gente comune. Sui social, è partita la campagna «anch’io sono contro l’espulsione dei rifugiati», e alcuni Vip hanno postato la loro foto con il cartello di adesione. Donne e minori al momento restano sospesi dal provvedimento.

Gli uomini non sposati invece hanno tempo fino al primo aprile per scegliere se tornare in Africa in aereo, oppure rimanere ingabbiati a Holot, il centro di detenzione nel deserto del Negev. Il pugno duro contro chi è entrato illegalmente nello Stato ebraico dal 2007 al 2012, attraversando il Sinai, lo ha deciso l’attuale governo, facendo fede al suo programma elettorale. Rifugiati e richiedenti asilo eritrei e sudanesi «verranno costretti ad accettare il ricollocamento nei Paesi africani o verranno arrestati», aveva detto Netanyahu prima di far passare la controversa legge. Una decisione che ha incontrato il biasimo della sinistra israeliana, delle Chiese cristiane, ma anche di alcuni sionisti e diversi rabbini, che la trovano incompatibile con la religione ebraica.

«Netanyahu pensa che le espulsioni siano una soluzione per accontentare i cittadini israeliani che risiedono della parte sud di Tel Aviv, dove vive la maggior parte dei migranti », spiega ad Avvenire Mossi Raz,parlamentare del partito di sinistra Meretz. Per facilitare le deportazioni (che il premier ha suggerito di chiamare d’ora in poi «rimozioni »), il governo ha stanziato una cifra di 2.900 euro da dare al migrante al momento della partenza. Ma secondo l’Alto commissario dei rifugiati dell’Onu (Acnur), è illegale rimpatriare i cittadini in Paesi di origine dove non vengono rispettati i diritti umani. È il caso dell’Eritrea e del Sudan, dove vigono regimi non democratici.

Quindi, per uscire dall’imbarazzo, il governo israeliano ha stipulato accordi non ufficiali con Ruanda e Uganda, Paesi che dal 2007 accettano gli eritrei e i sudanesi deportati da Israele. «Io sono andato in Ruanda – racconta Raz –: il governo di Kigali si è rifiutato di incontrarmi e di riconoscere l’accordo con Netanyahu».

Ma a Kigali Raz ha incontrato i migranti rimpatriati negli anni scorsi. «Sono degli invisibili – spiega –, non hanno diritti perché arrivano in questi Paesi senza lo status di rifugiato». Dal 2013 il ministero della Popolazione e dell’immigrazione israeliano ha visionato solo 6.500 delle 15.000 domande d’asilo presentate. Di queste ne sono state approvate soltanto 11. «È un numero ridicolo», commenta Amir Segal portavoce di Cimi (Center for international migration and integration), associazione israeliana che si occupa di difendere i diritti dei lavoratori stranieri. «Non c’è un problema di mancanza di lavoro – spiega – bensì di razzismo». In un recente comizio, la ministra della Giustizia, Ayelet Shaked, del partito di destra Casa ebraica, ha detto: «Se non fosse stato per la barriera al confine con l’Egitto, oggi assisteremmo a una lenta ma inesorabile conquista da parte degli africani». Il riferimento è alla rete metallica costruita sul Sinai, nel 2012, voluta da Netanyahu.

Da allora non si sono più verificati sconfinamenti illegali. «La vera ragione però – rivela Segal – non sta nella barriera, ma nella detenzione dei migranti che ha imposto l’Egitto». In Israele la domanda di lavoro supera l’offerta. Lo Stato ebraico preferisce però prendere lavoratori da India, Filippine e altri Paesi asiatici, che vengono impiegati nell’agricoltura, cura degli anziani, edilizia e settore alberghiero. Agli africani che entrano illegalmente, invece vuole lanciare un messaggio molto chiaro: non siete ben accetti. «Costruisci uno Stato che possa soddisfare anche gli stranieri che ci vivono », ricordano gli intellettuali israeliani. Parafrasando il padre del sionismo, Theodore Herzl.


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