Fortezza Europa si arma meglio
Carlo Lania
il manifesto 24 febbraio 2018. Articoli di Anna Maria Merlo e Carlo Lania. Obbiettivo dell'UE: un rafforzamento dell’Europa fortezza, a scapito sempre più dell’Europa sociale. La verità la dice Junker: lo "sviluppo" è affidato alle spese per la guerra 


ALLA RICERCA DI UN BUDGET 
PER L’EUROPA FORTEZZA
di Anna Maria Merlo


«Consiglio europeo informale. Lettera di Macron e Merkel a Putin sulla Siria. Discussione sul bilancio Ue del dopo-Brexit. Dissidenze sullo Spitzenkandidat»
Con una lettera comune a Vladimir Putin, per ottenere che la Russia non faccia ricorso al veto e blocchi ancora la risoluzione Onu su una tregua umanitaria di 30 giorni nella Ghouta, Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno chiesto ai partner europei di sostenere una posizione unitaria dell’Unione sul dramma in corso in Siria.

Il vertice informale che ha riunito ieri 27 capi di stato e di governo della Ue (senza Theresa May) doveva gettare le basi per il prossimo budget dell’Unione (2021-2027) e definire la modalità dell’elezione del prossimo presidente della Commissione, che succederà a Jean-Claude Juncker dopo le elezioni europee del maggio 2019. Sul bilancio, ci sono due questioni cruciali: come far fronte ai 12 miliardi di euro l’anno che verranno a mancare a causa della Brexit e dove destinare i fondi. Su questo secondo punto, purtroppo si profila un rafforzamento dell’Europa fortezza, a scapito sempre più dell’Europa sociale. La “linea” è stata data dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, che ha ambizioni italiane: ha difeso un «budget politico», concentrato su sicurezza, immigrazione, famiglia e, in ultimo, occupazione. 

Il budget europeo pesa solo il 2% della spesa pubblica dei paesi Ue, nel 2017 è stato di 158 miliardi di euro. Olanda, Danimarca, Svezia, Austria non vogliono sentir parlare di un aumento dei contributi nazionali per sopperire al buco creato dalla Brexit. L’Italia con la Polonia e l’Irlanda è su posizioni opposte. Francia e Germania parlano di aprire un capitolo sui «beni pubblici europei», che potrebbe portare a un aumento dei «fondi propri» della Ue (si parla di una tassa sulla plastica o sul reddito generato dal mercato di Co2). La Commissione auspica un aumento del budget del 10%, l’Europarlamento del 20%. Per redistribuire i finanziamenti, c’è sul tavolo una nuova revisione della Pac (politica agricola) e anche l’eventualità di imporre delle «condizionalità» all’erogazione dei Fondi di coesione (rispetto dello stato di diritto, delle politiche approvate…, misure che potrebbero colpire, per esempio, paesi come la Polonia o l’Ungheria, grandi beneficiari che poi non rispettano gli impegni comuni).

L’offensiva di Macron per arrivare a liste transnazionali alle elezioni europee per il momento è fallita, respinta da un voto del Parlamento europeo all’inizio di febbraio (dopo che Strasburgo aveva approvato questa idea nel 2015), a causa di un voltafaccia del gruppo Ppe. Macron, che ha sconvolto il paesaggio politico francese, vorrebbe fare la stessa cosa in Europa. Non si sa ancora dove siederanno i futuri deputati En Marche, per questo Macron vuole evitare che venga ripetuto il meccanismo dello Spitzenkandidat, adottato nel 2014 per l’elezione di Juncker: l’automatismo tra il capo di un gruppo politico e la nomina alla testa della Commissione per il partito vincente (il Ppe, in maggioranza, impose il suo candidato Juncker alla Commissione). Non solo Macron, ma una decina di paesi sono contrari allo Spitzenkandidat, che toglie potere al Consiglio, mentre l’Europarlamento approva con entusiasmo questo sistema. Sui 73 seggi lasciati vacanti dai britannici resta la proposta dell’Europarlamento di redistribuirne 27 a 14 paesi membri per un riequilibrio demografico (anche l’Italia ci guadagna), lasciando i restanti 46 per i prossimi allargamenti.

Rimandata a più tardi la questione della fusione delle cariche di presidente della Commissione e presidente del Consiglio (oggi Juncker e Tusk), che richiede una pericolosa revisione dei Trattati, un vero a proprio vaso di Pandora che è meglio non aprire in questo periodo.



DALL’UE PIÙ DI 400 MILIONI AL SAHEL
PER LA NUOVA FORZA ANTI-TERRORISMO
di Carlo Lania


Il Sahel è ormai destinato a diventare sempre più il cortile di casa dell’Unione europea. Lo si è capito ieri a Bruxelles dove si è tenuta la Conferenza internazionale sulla sicurezza e lo sviluppo del Sahel con i leader europei e i capi di stato di Mauritania, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mali. L’Europa ha deciso di stanziare ulteriori 50 milioni di euro - dopo i 50 già investiti a giugno 2017 - da destinare al G5, la neonata forza multinazionale formata dai cinque Paesi della regione. Un contributo che sommato a finanziamenti già stanziati da donatori internazionali (tra i quali Arabia saudita ed Emirati Arabi con complessivi 130 milioni, Stati uniti con 60, Francia con 8 e Paesi Bassi con 5) porta a un totale di 414 milioni di euro il fondo su cui può contare la forza militare, destinata principalmente a operazioni di contrasto al terrorismo jihadista. Cifra che dovrebbe soddisfare il presidente nigerino, e presidente di turno del G5 Sahel, Mahamadou Issoufou, che aveva stimato in 423 milioni di euro i soldi necessari per il primo anno di attività della forza multinazionale e in 115 milioni il fabbisogno per gli anni successivi. Con l’ulteriore richiesta all’Europa di rendere stabile l’aiuto economico. «Non sappiamo quanto durerà questa lotta al terrorismo. Per questo occorre pensare a come rendere perenne questo finanziamento», ha spiegato ieri Issoufou.

Era stato il presidente francese Emmanuel Macron, alla vigilia dell’incontro di ieri, a chiedere all’Europa un ulteriore sforzo economico per sostenere il G5 Sahel. La Francia ha da tempo 4.000 soldati impegnati nella regione con la missione Barkhane, sempre più spesso nel mirino di attentati. L’ultimo, appena tre giorni fa, ha visto morire in Mali due militari e un terzo rimanere ferito per l’esplosione di una bomba artigianale. Attentato che ha rafforzato i programmi del presidente francese che vorrebbe riportare gradualmente a casa i suoi soldati per lasciare il campo ai soli africani.

«Il nostro obiettivo è di avere la forza congiunta operativa già a marzo, quindi la prossima settimana», ha detto ieri l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini. Obiettivo che può tornare utile anche in vista delle imminenti elezioni italiane, come ha sottolineato il premier Paolo Gentiloni convinto che interventi come quelli che l’Europa sta facendo in Africa possano servire anche per fermare il populismo dilagante.

Nel Sahel saranno presenti presto anche i soldati italiani, Entro giugno è infatti previsto l’arrivo in Niger dei primi 270 militari con base all’aeroporto di Niamej. Una presenza che va ad aggiungersi a quelle di Francia, Stati uniti e Germania che già si trovano sul posto, ma che non prevede – almeno per ora – scontri con le formazioni terroristiche attive nella regione, bensì solo attività di addestramento delle forze di sicurezza nigerine nel contrasto dell’immigrazione irregolare. Il Sahel resta comunque una regione alla quale l’Europa guarda con particolare attenzione, come ha fatto capire sempre ieri il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ricordando come un quinto della popolazione della regione sia a rischio fame e cinque milioni di persone siano costrette a lasciare le proprie case a causa dei conflitti in corso. Senza contare che i tre quarti della popolazione dell’area ha meno di 35 anni. «Per questo sicurezza e sviluppo devono marciare insieme», ha detto Juncker. Un binomio sul quale l’Europa sembra però concentrata per ora soprattutto sulla prima parte.
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